Il boom degli investimenti nell’AI in Usa sta alimentando la domanda di cavi, turbine, sistemi elettrici e di raffreddamento prodotti in Italia e in Europa
Questo articolo è apparso originariamente nella newsletter «Whatever it takes» del Corriere della Sera, a cura di Federico Fubini. Per iscriversi, cliccare qui.
Mi sono concentrato più del solito sulle dinamiche dell’intelligenza artificiale in queste settimane, perché stavo preparando uno speciale televisivo sul tema (per chi fosse interessato, in onda su La7 oggi, lunedì 5 ottobre, e lunedì prossimo in seconda serata dopo La Torre di Babele di Corrado Augias). E certo in parte era materiale nuovo rispetto a molti dei miei ferri del mestiere: sono stato costretto a chiedermi chi sono gli uomini alla testa di questa rivoluzione – Peter Thiel, Elon Musk, Sam Altman, Dario Amodei –, da che infanzia e da che passato arrivano o se sia un caso (spoiler: non lo è) che fra i loro punti in comune contino l’ossessione per la fantascienza e l’escapismo.
Intanto però mi restava un tarlo. Perché non so se ce ne siamo resi pienamente conto ma – in mezzo alle guerre, agli stretti di mare bloccati, ai dazi di Donald Trump, alla corsa dei prezzi del petrolio, all’inflazione, alla stretta monetaria delle banche centrali e alle tempeste sui mercati del debito – sta succedendo anche altro. Qualcosa, per ora, di segno opposto. Non attira altrettanto l’attenzione, vero. Ma mentre si snodavano tutte queste tragedie e questi problemi, Italia e Germania hanno raddoppiato la loro crescita economica nel 2026 rispetto a ciò che ci aspettava meno di sei mesi fa.
I principali istituti economici tedeschi hanno corretto la stima dallo 0,6% previsto in primavera all’1,3% previsto adesso. E in Italia il Documento programmatico appena varato dal governo fissa la crescita del 2026 all’1%, quando lo stesso in aprile scorso la prevedeva allo 0,6%. Anche qui, quasi il doppio.
Perché c’entra l’intelligenza artificiale
Ricordo di rado revisioni così positive in situazioni così difficili. E non ho certezze su quanto stia accadendo, giusto un’idea. Sono convinto che c’entri proprio l’intelligenza artificiale. Per lo meno, anche quella. Non nel senso di un aumento di efficienza sostanziale delle nostre economie grazie all’adozione dei suoi modelli, del quale per ora non vi è evidenza nei numeri di costante calo della produttività in Italia. Ma la massa di investimenti degli «hyperscalers», i colossi californiani dell’AI, ormai è un fenomeno di proporzioni storiche.
Il grafico sotto, curato da Paul Krugman per la sua newsletter, mostra che il livello d’investimento in ricerca, sviluppo, componenti e strutture fisiche per l’intelligenza artificiale, in proporzione alla taglia dell’economia americana, ha ormai superato di netto persino i livelli della bolla di internet alla fine del secolo scorso. In totale, quasi duemila miliardi di dollari l’anno. Siamo di fronte a un’ondata di liquidità per investimenti simile a quella sperimentata nella storia del capitalismo per le ferrovie o per l’elettrificazione delle fabbriche. Possibile che qualche rivolo arrivi anche all’Italia o alla Germania? Vediamo dunque più di preciso cosa, come e le implicazioni della spinta dell’AI che arriva fino a noi.
Rifornire i data center
I dati generali dicono che quest’ipotesi potrebbe non essere campata in aria. Per esempio, l’istituto statistico tedesco Destatis registra che, per la Germania, l’export in volume di quadri elettrici come quelli utilizzati nei data center per l’AI è cresciuto fra il 2022 e il 2025 del 247%. Le vendite di questi prodotti verso gli Stati Uniti si moltiplicano nel quadriennio da duemila e settemila tonnellate l’anno, crescendo del 67% solo l’anno scorso. In sostanza la Germania, mentre vede ridursi o stagnare le proprie vendite all’estero di tutto o quasi, è avviata a quadruplicare le sue forniture americane di armadi di apparecchiature elettriche e ogni anno ne manda negli Stati Uniti per un peso pari a quello della Tour Eiffel.
Quelle sono componenti dei data center dell’AI che gli hyperscalers e i loro fornitori stanno sviluppando in tutto il Nordamerica. Ed è logico, perché gli innovatori californiani non producono quasi nulla se non proprietà intellettuale di qualità unica al mondo. Nvidia non realizza i suoi semiconduttori per l’intelligenza artificiale, ma li progetta e poi li fa costruire materialmente a Taiwan. E nessuna azienda statunitense coinvolta nell’ultimo ciclo di innovazione digitale può contare su una sostanziale capacità manifatturiera dentro o attorno a sé. L’America ha perso buona parte di questa sapienza materiale fra gli anni ’70 e il cambio di secolo, e adesso ricostruirla su scala sufficiente è difficilissimo. Italia, Germania e in genere la fascia dell’Europa centrale da Sud a Nord invece no: viviamo in uno fra i pochi posti al mondo a non aver mai smantellato le filiere né disimparato a realizzare fisicamente strutture meccaniche, elettriche o metalliche di livello eccelso e in quantità di rilevanza macroeconomica. Perciò abbiamo ciò che adesso serve ai data centers dell’AI per nascere e vivere. Per esempio, l’Istat segnala che dal 2022 al 2025 l’export italiano in America di cavi in fibre ottiche «anche contenenti conduttori elettrici» è raddoppiato.
Il boom dei grandi gruppi europei
S’intuisce cosa sta accadendo, in quali dimensioni, dai bilanci delle imprese coinvolte. Perché sono loro a detenere i segreti degli ultimi mesi: i fornitori italiani ed europei di tutto ciò che occorre attorno ad una immensa fila di semiconduttori in Virginia o in Texas, costruita per rispondere alle domande che noi ogni giorno rivolgiamo all’AI. Sono le strutture prefabbricate, i generatori di energia, i trasmettitori e trasformatori elettrici, i cavi, i sistemi di raffreddamento. La materia che abilita l’intelligenza artificiale viene in buona parte da qui: dall’Italia e dall’Europa.
Così la relazione del gruppo tedesco Siemens relativa al terzo trimestre di quest’anno registra ordinativi in crescita del 42% nella divisione «Smart Infrastructure» («infrastrutture intelligenti»), a otto miliardi di euro, spiegando che l’azienda «ha vinto un certo numero di grandi contratti da clienti di data center negli Stati Uniti e in Europa». E non si tratta di un picco isolato, perché Siemens stessa parla ormai di un «vasto arretrato di ordinativi» da consegnare.
Allo stesso modo il gruppo svizzero-svedese Abb nella relazione agli investitori relativa al secondo trimestre di quest’anno riferisce di un boom del 132% rispetto a un anno fa degli ordinativi dagli Stati Uniti di «prodotti per l’elettrificazione». La crescita degli ordini dall’Europa, dove pure si stanno costruendo nuovi data center, è invece di circa otto volte più piccola. È la rivoluzione americana dell’intelligenza artificiale a trainare: ormai per Abb l’aumento degli arretrati da consegnare corre più del ritmo di produzione e vale nel complesso quasi 14 miliardi di dollari alla fine di giugno scorso.
L’effetto sul made in Italy
L’impatto naturalmente sta arrivando anche in Italia, come si nota dai bilanci delle aziende in grado di intercettare la domanda statunitense. Non ne mancano. Leonardo opera anche nelle infrastrutture tecnologiche, Prysmian e Retelit producono i cavi che servono a collegare queste ultime, Ducati Energia, Ansaldo Energia o Gewiss sono specializzate nei sistemi che alimentano di elettricità i data center, BTicino assicura infrastrutture e reti elettriche, Carel Industries e Aermec producono i sistemi di raffreddamento delle centrali che concentrano migliaia di server.
Alcune di queste sono quotate e quel che sta accadendo si legge nei conti. Nella prima metà del 2026 Prysmian vede il fatturato dell’area «Digital Solutions» aumentare del 36,5% e l’utile lordo raddoppiare. L’azienda lo spiega citando espressamente «l’accresciuta domanda di fibra dai data center» per «funzioni digitali e di energia». Altrove nella relazione sul secondo trimestre 2026 l’azienda parla di «forte aumento» sia della crescita «organica» che dell’utile lordo «grazie anzitutto alla domanda per data center in Nordamerica». Intanto il margine nella divisione relativa ai cavi di trasmissione è «il più alto mai registrato», mentre il gruppo ha già concluso un accordo da 5,5 miliardi sui prossimi dieci anni con il gruppo americano Molex (della famiglia Koch, celebre come super-finanziatrice di Donald Trump e di tutti i politici più di destra) per cavi sempre nei data center.
Anche qui, non sembra il bagliore di un istante. Con vasti libri di ordini nei prossimi anni, queste aziende possono investire, assumere, allargare la base produttiva e quella dei fornitori nei loro ecosistemi. Possono creare nuovo prodotto interno lordo. Tipico esempio, Ansaldo Energia. La relazione annuale sul 2025 riferisce di un’esplosione del 117% sul 2024 degli ordini di «nuove unità» che è «guidata in particolare dalla domanda di turbine a gas per data center negli Stati Uniti». Il gruppo riferisce che si trova di fronte a una delle impennate più pronunciate di richieste per i propri prodotti negli ultimi 45 anni. C’è poi un enorme progetto pluriannuale per le basi fisiche dell’intelligenza artificiale che gli hyperscalers americani stanno assecondando ad Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, per i quali Ansaldo Energia dovrà fornire sempre le turbine a gas per l’alimentazione elettrica.
Il punto sarà capire quanto tutto ciò getti le basi di una vera rinascita manifatturiera italiana ed europea. Di certo altri casi evidenti non mancano. Carel Industries di Padova, che produce fra l’altro sistemi di raffreddamento e umidificazione, segna a metà 2026 un aumento annuale dei ricavi in Nordamerica del 55% (al netto del cambio valutario) e cita anch’essa la domanda per i data center. Il colosso francese Schneider Electric, con fatturati annui da oltre 40 miliardi di euro, è particolarmente esplicito nel sottolineare che nella primavera di quest’anno ha visto una crescita della domanda superiore al 100% in gran parte legata alle infrastrutture digitali tradizionali e disegnate per l’AI. Anche per lei l’area che traina di più è il Nord America, per gran parte delle funzioni delle infrastrutture digitali e persino per i prefabbricati dentro cui metterle. Tra l’altro, la relazione di Schneider Electric sui conti sottolinea che proprio la sua divisione italiana vede i suoi fatturati crescere particolarmente bene. Anche qui, con un enorme libro di ordini che permette di investire nel medio periodo e innescare un moltiplicatore più ampio di fatturato e ricchezza anche attorno all’azienda.
Attenti alla sindrome Merkel
Non ci sono molti dubbi su quello che sta accadendo: il boom dell’AI sta aiutando l’Europa a ritrovare la sua vocazione nella manifattura nel settore dei beni d’investimento. Per le sue specializzazioni così intense su questi settori, in un’economia più piccola di quelle di Germania e Francia, l’Italia sembra in buona posizione per beneficiare in modo particolare degli sviluppi in corso. L’ampiezza della domanda e la durata degli ordinativi possono tornare a ramificare interi ecosistemi attorno a queste e altre ammiraglie esposte verso gli Stati Uniti. Già oggi, questo piccolo boom transatlantico potrebbe spiegare fino a circa metà (più o meno a un extra 0,3%) della crescita supplementare, rispetto alle attese, che Germania e Italia stanno registrando nel 2026.
Poi però restano le domande. Negli anni Dieci di questo secolo la cecità della Germania e la testarda arroganza di Angela Merkel – un’arroganza passiva-aggressiva – condussero l’intera élite tedesca a illudersi che la propria rendita di posizione sarebbe stata per sempre. Per sempre avrebbero potuto fornire auto, macchinari, metropolitane e prodotti chimici alla Cina e al resto del mondo, pensando semplicemente di poter andare al traino della domanda e dell’innovazione altrui. Fino a quando gli eredi di Merkel si sono trovati spalle al muro, privi di un progetto, con un partito post-nazista quasi al 30% nei sondaggi. Eppure, in sedicesimo, con effetti di crescita frazionali rispetto ad allora, in Europa adesso stiamo tutti replicando i riflessi di Merkel. Lo stiamo facendo di fronte a un’ennesima ondata di investimenti legata a una nuova trasformazione radicale che non è qui. Ci limitiamo a mettere a disposizione degli altri gli strumenti materiali della loro trasformazione, senza pensarne una nostra. E potrà funzionare, per un po’.
Ma immaginate che questo boom americano prenda la strada di quello di internet nel 1999, o di quello immobiliare nel 2007. Immaginate che Donald Trump torni a esercitare la coercizione economica su di noi, a causa del petrolio, del Big Tech, della Russia o per altre ragioni. O immaginate che questi fornitori europei dei data center spostino i loro impianti direttamente in Nordamerica, se non altro perché lì l’energia costa meno e non dovrebbero più temere i dazi. Possiamo tirare mezzo sospiro di sollievo per adesso, di sicuro. Ma ricadere collettivamente nella cecità merkeliana, pur di non dover progettare un vero futuro europeo e investire per quello, sarebbe davvero imperdonabile.
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