Accanto alle regole formali della carriera universitaria esiste un insieme di conoscenze informali (supervisione, autonomia scientifica, networking, mobilità, finanziamenti, capacità di riconoscere le opportunità), che i giovani ricercatori apprendono spesso per esperienza o attraverso il proprio ambiente. Partendo dai temi del libro Come si diventa professori universitari, questo contributo riflette su tale “curriculum nascosto”, sulle asimmetrie che può generare e sul ruolo che le Scuole di Dottorato potrebbero svolgere nel rendere più accessibili conoscenze oggi affidate soprattutto alla trasmissione informale.
È appena uscito un mio piccolo libro intitolato ‘Come si diventa professori universitari. Una guida realistica tra merito, strategia e sopravvivenza’. Il titolo sembra promettere una risposta semplice. Naturalmente, la risposta semplice non esiste.
Le regole formali sono numerose e abbastanza accessibili: leggi, regolamenti, requisiti, indicatori, bandi, commissioni e procedure. Con sufficiente pazienza si può ricostruire buona parte del percorso che dal dottorato conduce, attraverso varie forme di precariato e selezione, ai ruoli universitari.
Ma conoscere queste regole non significa ancora sapere come si costruisce una carriera accademica. Tra il regolamento e la carriera reale esiste un territorio molto meno codificato: quale supervisore scegliere? Quando andare all’estero? A quali conferenze partecipare? Come costruire una rete scientifica? Quando pensare a un finanziamento proprio? Come passare dall’essere un bravo collaboratore all’avere un’identità scientifica riconoscibile?
Nessun decreto ministeriale può rispondere a queste domande.
Il curriculum che non compare nei regolamenti
L’espressione hidden curriculum, curriculum nascosto, indica l’insieme di conoscenze e pratiche che non vengono insegnate formalmente, ma si imparano vivendo all’interno di un’organizzazione.
L’università ne è un ottimo esempio. Un dottorando impara formalmente a fare ricerca: metodi, strumenti, letteratura scientifica, scrittura, analisi dei dati. Molto più raramente qualcuno gli spiega sistematicamente come funzionano le carriere della ricerca.
Queste conoscenze arrivano in altro modo. Dal supervisore che suggerisce un periodo in un altro laboratorio. Dal collega più anziano che spiega perché una conferenza conta più di un’altra. Da qualcuno che segnala un bando quando c’è ancora tempo per costruire una candidatura credibile.
Prima o poi quasi tutti imparano queste cose. Il problema è il “prima o poi”.
Decisioni importanti vengono prese quando ancora non si sa quali siano le domande importanti da porre. È da questa constatazione che è nato Come si diventa professori universitari: non dalla pretesa di fornire una ricetta per ottenere una cattedra, ma dal tentativo di rendere visibile almeno una parte di ciò che normalmente viene imparato per tentativi, errori e incontri fortunati.
La lotteria del supervisore
Immaginiamo due dottorandi di capacità comparabili.
Il primo incontra un supervisore che, oltre a insegnargli a fare ricerca, lo introduce nella comunità scientifica, lo incoraggia ad andare all’estero, lo coinvolge nei progetti e lo aiuta a costruire una propria autonomia. Il secondo incontra un supervisore scientificamente altrettanto valido, ma meno disponibile o meno inserito in certe reti.
Cinque o dieci anni dopo potranno presentarsi allo stesso concorso. Le regole saranno identiche, ma i due candidati non saranno arrivati lì attraverso lo stesso percorso. Uno avrà avuto accesso fin dall’inizio a informazioni e opportunità che l’altro ha dovuto scoprire da solo, magari troppo tardi.
Non c’è bisogno di immaginare baronie, complotti o concorsi truccati. Questa asimmetria può nascere perfettamente all’interno di un sistema composto da persone serie e procedure formalmente corrette.
Il valore scientifico non si costruisce nel vuoto
Nel dibattito sull’università oscilliamo spesso tra due rappresentazioni: da una parte l’idea che basti studiare molto e pubblicare buoni lavori perché il sistema, prima o poi, riconosca il valore individuale; dall’altra quella di un’università nella quale contino quasi esclusivamente appartenenze e relazioni personali.
La realtà è meno comoda per entrambe. Qualità scientifica, pubblicazioni, autonomia e riconoscibilità contano. Ma contano anche l’ambiente, il supervisore, le collaborazioni, le risorse, la mobilità, l’accesso alle informazioni, il momento in cui arriva un’opportunità e, inevitabilmente, una certa dose di fortuna.
Una carriera nasce dall’interazione tra capacità personali e condizioni nelle quali quelle capacità hanno avuto la possibilità di svilupparsi.
Rendere visibile ciò che oggi è nascosto
Non tutto può essere istituzionalizzato. Non possiamo garantire a ogni dottorando lo stesso supervisore, le stesse opportunità internazionali o la stessa rete professionale.
Possiamo però chiederci se alcune conoscenze siano troppo importanti per continuare a lasciarle interamente alle conversazioni informali.
Non servono nuovi corsi semestrali né montagne di crediti formativi. Potrebbero bastare poche conversazioni strutturate durante il dottorato, nelle quali docenti e ricercatori più esperti rendano esplicito ciò che normalmente viene appreso per osmosi.
Questo non sostituirebbe il supervisore. Al contrario, potrebbe rendere più efficace la supervisione individuale, permettendo ai giovani ricercatori di porre domande migliori.
E se la cattedra non arrivasse?
Un libro intitolato Come si diventa professori universitari non può evitare una questione: la maggior parte di coloro che iniziano un dottorato non diventerà professore. Non perché abbia necessariamente sbagliato qualcosa, ma perché il sistema forma molti più ricercatori di quanti ne possa stabilmente assorbire.
Per molto tempo abbiamo descritto implicitamente l’università come Piano A e tutto il resto come Piano B. È uno schema che sarebbe opportuno abbandonare.
Le stesse attività che costruiscono un buon profilo accademico (collaborazioni, mobilità, capacità di presentare idee, gestire progetti, analizzare dati, scrivere e costruire reti professionali) permettono anche di riconoscere e cogliere opportunità fuori dall’università.
Preparare bene una carriera accademica dovrebbe quindi produrre un risultato apparentemente paradossale: rendere più facile anche scegliere di non farla.
Di fronte a una buona opportunità in un’impresa, in un centro di ricerca o in un’istituzione pubblica, la domanda non dovrebbe essere: “Sto abbandonando l’accademia?”, ma: “È una buona opportunità per ciò che so fare e per ciò che voglio diventare?”
Una mappa, non una ricetta
È questa, in fondo, l’ambizione del libro.
Non spiegare come ottenere una cattedra. Una formula del genere non esiste e chi sostenesse il contrario venderebbe un prodotto assai più interessante del mio.
Piuttosto, disegnare una mappa: le regole formali, quelle informali, le decisioni che contano, gli errori evitabili e le parti del percorso sulle quali nessuno possiede un vero controllo.
Una mappa non garantisce che si arrivi a destinazione. Permette però di sapere dove ci si trova, quali strade esistono e quando può essere sensato cambiarne una.
Il curriculum nascosto ha una caratteristica curiosa: smette di sembrare nascosto non appena lo si è imparato.
Molti professori penseranno che queste considerazioni siano ovvie. E avranno ragione. Sono ovvie per chi ha trascorso venti o trent’anni nell’università, molto meno per chi vi è entrato da due o tre. Ciò che per un professore è senso comune può essere, per un dottorando, una regola ancora invisibile.
La questione non è quindi scoprire chissà quali segreti dell’accademia. È fare in modo che ciò che appare ovvio alla fine di una carriera diventi comprensibile abbastanza presto da essere utile all’inizio.
Forse le Scuole di Dottorato potrebbero assumersi più esplicitamente proprio questo compito: non promettere una carriera accademica, ma evitare che i giovani ricercatori debbano scoprirne le regole soltanto quando è troppo tardi per utilizzarle.
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