I dati Istat di settembre, diffusi la scorsa settimana, mostrano un balzo dell’inflazione al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. I prezzi al consumo sono aumentati dello 0,7% rispetto al mese precedente, spinti soprattutto dai rincari dell’energia e degli alimentari freschi. Che cosa significa questa accelerazione per i bilanci delle famiglie? Come incide sul valore reale degli stipendi e sulle prospettive di crescita dell’economia? Ne parliamo con Anna Lo Prete, docente di Economia politica al Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” e autrice, tra l’altro, insieme a Elsa Fornero, del saggio Conoscere l’economia per scegliere meglio, pubblicato da Laterza nel 2025.
Come va letto il balzo dell’inflazione registrato a settembre e che cosa significa per il nostro potere d’acquisto?
Capire come variano i prezzi dei beni e dei servizi è importante per capire quanto è possibile acquistare con i soldi di cui disponiamo e, quindi, come varia il nostro potere di acquisto. Alla fine di ogni mese, l’Istituto nazionale di statistica (Istat) pubblica i dati provvisori dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (indicato con l’acronimo NIC) per offrire un’immagine immediata di che cosa sta accadendo sia rispetto al mese precedente dello stesso anno (quella che chiamiamo variazione congiunturale) sia rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (variazione tendenziale).
L’immagine che restituisce il rapporto Prezzi al consumo di settembre 2026 non è quella di un balzo isolato, ma di una sequenza di balzi rispetto ai valori registrati nello stesso mese dell’anno precedente. Se a gennaio i prezzi erano più alti dell’1% rispetto a gennaio 2025, a febbraio lo erano dell’1,5% rispetto al febbraio 2025, a marzo dell’1,7%, ad aprile del 2,7%. Tra maggio e giugno ogni mese il salto è stato attorno al 3% fino all’ultimo balzo dal 3,3% di agosto al 4,2% di settembre. Quest’ultimo numero ci dice che un insieme di beni e servizi che a settembre dell’anno scorso era possibile acquistare con 100 euro oggi costa 104 euro e 20 centesimi.
La variazione congiunturale rappresenta invece l’esperienza di chi vede il costo della spesa variare da un mese all’altro. Nei mesi scorsi i prezzi sono aumentati a velocità diverse: l’incremento più alto si è registrato ad aprile rispetto a marzo (+1,1%), il più basso a giugno quando sono rimasti stabili, mentre quello di settembre, che ha portato a pagare lo stesso insieme di beni e servizi che ad agosto costava 100 euro, 70 centesimi in più, è il secondo rincaro più forte dell’anno insieme a quello di febbraio (+0,7%).
Quali voci di spesa hanno trainato l’aumento dei prezzi e attraverso quali meccanismi il rincaro di alcuni beni si trasmette agli altri beni e servizi?
L’accelerazione di settembre è legata soprattutto al rapido aumento, sia su base tendenziale sia su base congiunturale, dei prezzi del gas di città e del gas naturale, del gasolio per mezzi di trasporto e per riscaldamento, della benzina e dell’elettricità sul mercato libero.
Tra gli alimentari, sono aumentati più che in passato i prezzi dei non lavorati come ortaggi, tuberi, legumi, frutta. Si tratta delle voci di spesa più sensibili a ciò che accade nel mondo. L’inflazione di fondo, che le Banche centrali utilizzano per valutare quanto i rincari siano diffusi e che orienta le loro decisioni di politica monetaria, esclude proprio queste voci e sale più moderatamente, dall’1,5% all’1,7%.
Il costo dell’energia incide sui bilanci familiari direttamente, attraverso carburanti e bollette, e indirettamente, attraverso l’aumento dei costi di produzione delle imprese, che in parte può essere trasferito ai prezzi finali di beni e servizi. Il passaggio non è immediato né uniforme: dipende da molti fattori come il peso dell’energia nei costi complessivi dell’impresa, i contratti di fornitura, la possibilità delle imprese di assorbire i costi nei margini e il loro potere di mercato. Per gli alimentari freschi contano anche l’effetto del clima sui raccolti e i conflitti che possono ridurre produzione e offerta a livello mondiale.
Quali precedenti storici aiutano a comprendere questa fase e quanto erano diverse le cause dell’inflazione?
La ripresa delle attività dopo le restrizioni della pandemia da Covid-19 è stata accompagnata da un’accelerazione dei prezzi che, nel punto di massimo raggiunto tra ottobre e novembre 2022, ha sfiorato il 12% su base annua. Le cause erano da ricercarsi nella ripresa della domanda dopo un lungo periodo di minori consumi e nella difficoltà dell’offerta ad adeguarsi rapidamente al nuovo scenario. La situazione si è aggravata con l’aggressione russa all’Ucraina e la guerra che ne è conseguita, che ha ridotto ulteriormente l’offerta di prodotti energetici e alimentari.
Negli ultimi anni, l’attenuazione delle tensioni energetiche, insieme alla stretta monetaria, con il rialzo dei tassi di interesse da parte della BCE, aveva favorito una diminuzione dell’inflazione in Italia, riportando i prezzi su un livello di crescita compatibile con l’obiettivo del 2% della BCE. Il conflitto in Iran scoppiato a febbraio del 2026 ha causato uno shock negativo sull’offerta di beni energetici, determinando una nuova accelerazione dei prezzi. Il precedente più vicino nel tempo è quello degli shock petroliferi degli anni Settanta del secolo scorso. Anche allora l’energia importata divenne più costosa; in Italia svalutazione della lira, indicizzazione salariale e un diverso assetto monetario contribuirono a prolungare l’inflazione. Oggi che l’euro e regole salariali differenti hanno cambiato lo scenario istituzionale, la somiglianza principale è il perdurare della dipendenza del nostro Paese dalle importazioni di energia.
Come è diminuito il valore reale dei salari negli ultimi anni? Quali categorie di lavoratori e quali fasce della popolazione sono più colpite, e quali conseguenze può avere una perdita di potere salariale prolungata nel tempo?
Il salario reale, che misura quanto si può acquistare in termini di beni e servizi, diminuisce quando lo stipendio cresce meno dei prezzi. A fronte della crescita dei prezzi al consumo vista sopra, l’Employment Outlook 2026 dell’OCSE indica che, nel primo trimestre del 2026, i salari reali in Italia sono aumentati dell’1,3% rispetto a un anno prima, ma restano inferiori del 6,1% al primo trimestre del 2021.
A pagare di più sono le persone con contratti non rinnovati con adeguamento al costo della vita e con pochi risparmi per fare fronte alle emergenze, soprattutto se gran parte delle loro entrate serve a coprire spese essenziali come energia, alimentari e spostamenti necessari. Il tempo è decisivo: se il contratto viene rinnovato dopo anni, lavoratrici e lavoratori affrontano i rincari con una paga fissata in condizioni precedenti e, anche quando lo stipendio finale recupera, nel frattempo possono essere stati consumati risparmi, rinviati o abbandonati progetti. Anche la fiscalità gioca un ruolo: quando le soglie degli scaglioni di imposta e le detrazioni restano fisse, una parte dell’aumento del salario e del reddito nominale, che crescono per compensare l’inflazione, può essere assorbita da maggiori imposte (il cosiddetto fiscal drag).
Quali strumenti possono frenare questa inflazione e tutelare il potere d’acquisto?
Quando il rincaro parte dall’energia, la politica monetaria, con un aumento dei tassi di interesse, può contenere la diffusione degli aumenti di prezzo. La BCE deve valutare la durata dello shock e la diffusione agli altri prezzi: una stretta eccessiva può aggravare il rallentamento dell’attività economica, mentre una risposta insufficiente può lasciare che un rincaro inizialmente circoscritto diventi persistente. Nel breve periodo, il taglio delle accise sui carburanti può ridurre la spesa di chi li acquista, ma grava sul bilancio pubblico e quindi sulla collettività, favorisce anche chi potrebbe assorbire il rincaro e attenua l’incentivo a ridurre il consumo di carburanti. Grandi imprese presenti lungo la filiera produttiva, come Eni, possono fissare volontariamente un prezzo massimo, assorbendo parte dello sconto attraverso i margini delle diverse attività, tra le quali la raffinazione. Ma i piccoli distributori, che non hanno le stesse possibilità, potrebbero rimanere spiazzati. La contrattazione collettiva può favorire il recupero del potere d’acquisto attraverso aumenti salariali concordati, ma accordi poco flessibili si adattano con difficoltà alle condizioni economiche generali e delle singole imprese, mentre tempi e risultati diversi dei rinnovi possono accentuare le disparità tra lavoratori.
Se guardiamo al lungo periodo, il problema resta la forte dipendenza dalle importazioni di fonti fossili, oggi come negli anni Settanta. Ridurre questa dipendenza richiede interventi strutturali: sviluppare energie rinnovabili, rafforzare reti e infrastrutture, migliorare l’efficienza degli edifici e dei processi industriali. In una prospettiva più ampia, potremmo scegliere obiettivi di produzione, di consumo e di benessere più sostenibili. Elettrici ed elettori possono indirizzare queste scelte, che riguardano anche il tipo di società che vogliamo essere, mentre alle istituzioni spetta tradurre gli obiettivi collettivi condivisi in interventi concreti.
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