#Finsubito news dalla rete – Che cosa teme davvero il capitale dalle mobilitazioni dei giovani in Francia?


Che cosa teme davvero il capitale dalle mobilitazioni dei giovani in Francia? Non semplicemente la caduta di un governo. Non soltanto l’indebolimento di Emmanuel Macron. E nemmeno, in senso stretto, qualche punto in più di deficit o qualche miliardo aggiuntivo di spesa pubblica.

Ciò che è in gioco è molto più profondo: la possibilità che una generazione cresciuta dentro la crisi permanente del capitalismo cominci a mettere in discussione non soltanto le sue conseguenze, ma i rapporti sociali che le producono.

È questo il vero punto di rottura. Da anni il capitalismo europeo presenta precarietà, salari stagnanti, pensioni sempre più lontane, servizi pubblici impoveriti e aumento delle disuguaglianze come se fossero fenomeni naturali. Come se non esistessero responsabili, interessi contrapposti, rapporti di forza.

La parola utilizzata è quasi sempre la stessa: «riforme». Ma dietro la neutralità di questa parola si nasconde una realtà molto meno neutrale.

Le riforme hanno significato trasferire sistematicamente una parte crescente del reddito dal lavoro al capitale, ridurre i margini di autonomia dello Stato sociale e subordinare le condizioni di vita della maggioranza alle esigenze dell’accumulazione capitalistica. La Francia è stata uno dei terreni più importanti di questa offensiva.

Macron e la politica di classe

Emmanuel Macron non è un’anomalia del sistema. È, al contrario, una delle sue espressioni politiche più compiute. La sua ascesa ha coinciso con il tentativo di costruire un blocco politico capace di superare le vecchie appartenenze partiti che mettendo al centro gli interessi del capitale finanziario, delle grandi imprese e dei settori più dinamici dell’economia globalizzata.

Riduzione della tassazione sul capitale, trasformazioni del mercato del lavoro, indebolimento delle protezioni sociali, riforma delle pensioni: provvedimenti diversi che rispondono a una logica comune. Ridurre il costo sociale della forza-lavoro e aumentare lo spazio disponibile per l’accumulazione.

In termini marxisti, il problema è elementare: chi controlla la ricchezza sociale controlla anche il potere politico. E quando la classe dominante considera troppo costosi i diritti conquistati dal lavoro, comincia a presentarli come privilegi, rigidità, ostacoli alla competitività.

È ciò che è accaduto in Francia. Il diritto alla pensione diventa un «costo». Il salario diventa un «onere». Il welfare diventa una «spesa». Il lavoratore diventa una «risorsa umana». Il capitale, invece, viene chiamato «investimento». Non è una questione linguistica. È una questione di classe.

I giovani e la generazione della precarietà

La particolare importanza delle mobilitazioni giovanili nasce anche da qui. Una parte significativa dei giovani europei entra nel mercato del lavoro in condizioni radicalmente diverse da quelle delle generazioni precedenti: contratti precari, salari compressi, costo degli alloggi insostenibile, indebitamento, disoccupazione o sottooccupazione, progressiva privatizzazione dei servizi essenziali.

La promessa secondo cui studiare, qualificarsi e lavorare avrebbe garantito una vita migliore si è spezzata. Il capitalismo contemporaneo chiede ai giovani di essere permanentemente disponibili, flessibili, mobili e competitivi, mentre restringe continuamente la possibilità concreta di costruire un’esistenza autonoma.

Il paradosso è evidente: una società che dispone di una capacità produttiva enormemente superiore a quella del passato dichiara di non avere abbastanza risorse per garantire pensioni dignitose, sanità, istruzione, abitazioni e salari adeguati.

Il problema, quindi, non è la scarsità. È la distribuzione della ricchezza.

Quando i mercati diventano un potere politico

È qui che il debito pubblico entra nella vicenda francese. Ogni volta che un governo annuncia di voler aumentare la spesa sociale, investire nei servizi pubblici o redistribuire la ricchezza, compare lo stesso fantasma: i mercati. Bisogna «rassicurare gli investitori». Bisogna «mantenere la fiducia». Bisogna «rispettare gli impegni». Bisogna «evitare tensioni sul debito».

Ma chi ha deciso che la fiducia di un fondo d’investimento debba valere più della sicurezza economica di milioni di lavoratori? Questa è la domanda che il conflitto sociale pone, anche quando non viene formulata esplicitamente.

La finanza non è un’entità astratta che osserva neutralmente la società. È una forma concentrata di potere economico. Quando i mercati reagiscono a una scelta politica, non stanno semplicemente «valutando» un Paese: stanno esercitando, attraverso il costo del finanziamento e la circolazione dei capitali, una pressione sulle decisioni dello Stato.

Il debito diventa così uno dei dispositivi attraverso cui il capitale disciplina la politica. E la disciplina ha un destinatario preciso: il lavoro.

Il vero pericolo per la borghesia

Per la borghesia europea una protesta sociale è sopportabile finché rimane frammentata. Un corteo può essere gestito. Uno sciopero può essere negoziato. Una concessione può essere utilizzata per spegnere una mobilitazione. Ciò che diventa realmente pericoloso è la ricomposizione.

Quando la rabbia dei giovani incontra quella dei lavoratori. Quando la lotta contro la precarietà incontra quella per i salari. Quando la difesa delle pensioni si salda alla difesa della sanità e della scuola pubblica. Quando il problema del costo della vita viene ricondotto alla concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza.

A quel punto le singole vertenze possono trasformarsi in una critica complessiva dell’ordine sociale. Ed è questo che il capitale teme. Non una protesta contro Macron, ma una società che cominci a chiedersi perché Macron e i governi che lo hanno preceduto abbiano dovuto governare secondo le esigenze dei mercati.

Non una semplice opposizione a una riforma, ma la messa in discussione della necessità stessa di quelle riforme. Non soltanto più welfare, ma il diritto della maggioranza a decidere sulla ricchezza che produce.

La Francia come laboratorio europeo

La Francia può diventare perciò un laboratorio decisivo. Da una parte c’è il progetto europeo costruito sulla libera circolazione dei capitali, sulla concorrenza, sulla disciplina di bilancio e sulla compressione del costo del lavoro.

Dall’altra emerge, ancora confusamente, una domanda opposta: se la ricchezza è prodotta collettivamente, perché il potere sulle decisioni economiche deve rimanere nelle mani di una minoranza proprietaria?

Questa domanda porta inevitabilmente oltre la semplice critica al neoliberismo. Perché il neoliberismo può essere modificato. Il problema più radicale è il capitalismo stesso e il rapporto sociale che lo fonda: da una parte chi possiede o controlla i mezzi della produzione e del credito, dall’altra chi deve vendere la propria forza-lavoro per vivere.

La crisi del modello neoliberista non significa automaticamente superamento del capitalismo. Ma apre uno spazio di conflitto nel quale questa possibilità può tornare a essere pensata.

Ed è proprio questo che rende le mobilitazioni francesi così importanti. Il capitale può accettare molte cose. Può perfino accettare una sconfitta elettorale, se i rapporti economici fondamentali rimangono intatti.

Ciò che non può accettare facilmente è che milioni di persone comincino a considerare non inevitabili le regole che governano la loro vita.

Per questo la questione francese non è semplicemente: Macron sì o Macron no? La questione è molto più radicale: chi deve decidere come viene utilizzata la ricchezza prodotta dalla società?

Se la risposta continua a essere il capitale, cambieranno governi e maggioranze, ma il rapporto sociale resterà sostanzialmente intatto. Se invece quella domanda comincia a diventare una domanda collettiva del lavoro, allora il conflitto cambia natura.

Ed è precisamente questa possibilità – la trasformazione della rabbia sociale in coscienza di classe, organizzazione e potere politico – che il capitale globalizzato ha più ragione di temere.

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