Il 2025 resterà nella storia della cooperazione internazionale come l’anno del grande crollo. L’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (ODA) globale si è contratto del 23,1%, scendendo a 174,2 miliardi di dollari: il calo più drastico mai registrato dall’OCSE, che monitora questi flussi dal 1960. Non si tratta di un semplice aggiustamento ciclico, ma di un cambio di paradigma in atto. È in questo scenario che un recente Policy Paper dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), firmato da Giovanni Carbone e Lucia Ragazzi, analizza il Piano Mattei e chiede se l’approccio italiano possa rappresentare una “terza via” credibile tra due modelli che sembrano entrambi inadeguati alle sfide attuali.
Il crollo dell’ODA: non solo Trump
Il fattore più visibile della crisi è il ritiro degli Stati Uniti. Con il secondo mandato di Trump, l’aiuto americano è stato dimezzato (-56,9%): lo smantellamento di USAID, l’agenzia che da decenni gestiva la cooperazione bilaterale statunitense, ha lasciato un vuoto enorme in decine di paesi. Ma l’analisi mette in guardia dal ridurre tutto all’effetto-Trump. La contrazione era in corso da tempo, silenziosa e diffusa, in molti paesi donatori europei. Germania (-17,4%), Francia (-10,9%) e Regno Unito (-10,8%) hanno tutti tagliato i propri bilanci per la cooperazione nel 2025. Le cause sono plurali: bilanci sotto pressione per il debito post-Covid, spese militari in aumento, costi per migranti e richiedenti asilo, e un’opinione pubblica sempre meno convinta dell’utilità degli aiuti.
A tutto questo si aggiunge una crisi di legittimità che viene anche dai paesi beneficiari stessi. Per decenni i governi africani hanno criticato l’ODA come uno strumento che perpetua dipendenze anziché promuovere trasformazione economica reale. Il modello “top-down” — in cui i donatori definiscono le priorità e i riceventi si adeguano — è sempre più contestato. Lo smantellamento di USAID, scrivono gli autori, “non è giunto del tutto inaspettato. Per anni diversi donatori europei hanno ridotto, in modo graduale e spesso silenzioso, i propri impegni”.
Il dibattito globale: “miglioristi” contro “rifondatori”
Di fronte a questa crisi, nel mondo della cooperazione si confrontano due scuole di pensiero. I cosiddetti “miglioristi” credono che l’ODA vada riformata, resa più efficace e trasparente, ma salvaguardata nella sua missione originaria: ridurre la povertà, finanziare sistemi sanitari e istruzione, sostenere le popolazioni più vulnerabili. I “rifondatori” invece sostengono che l’intero sistema vada ripensato dalle fondamenta, sostituendo gli aiuti con investimenti, commercio e partnership tra pari.
A favore della prima posizione parlano i dati: l’ODA ha contribuito a ridurre la mortalità infantile del 39% dal 2002. Le Nazioni Unite documentano progressi significativi in salute, istruzione, parità di genere e accesso ai servizi nei paesi dove la cooperazione è stata più presente. Nel caso estremo del Sud Sudan, gli aiuti equivalgono ancora al 36% del PIL: tagliarli bruscamente significa lasciare milioni di persone senza servizi essenziali.
A favore della seconda posizione, invece, pesa l’ascesa del modello cinese. Dal 2000 al 2024, gli scambi commerciali della Cina con l’Africa sono passati da circa 10 miliardi a 277 miliardi di dollari — non attraverso aiuti “tradizionali”, ma attraverso commercio e investimenti infrastrutturali. Il successo di questo approccio, pur non privo di critiche, ha reso il modello cinese attrattivo per molti governi africani che chiedono partnership economiche, non assistenzialismo.
L’Africa come protagonista, non come destinataria
Uno dei contributi più preziosi del Policy Paper è la “prospettiva africana” che guarda a questa fase come a un’opportunità, pur con piena consapevolezza dei costi immediati. L’impatto della riduzione dell’ODA è stato immediato e pesante: i paesi a basso reddito e quelli fragili o in conflitto — i più esposti — sono anche quelli con meno risorse per farvi fronte. Il Ghana ha cercato di colmare i vuoti di finanziamento nei settori chiave; la Tanzania ha risposto aumentando la pressione fiscale e puntando sulla sostituzione delle importazioni per ridurre la dipendenza dall’estero.
A livello continentale sta prendendo slancio la Nuova Architettura Finanziaria Africana per lo Sviluppo (NAFAD), delineata dalla Banca Africana di Sviluppo nel 2026, che punta a colmare il deficit di finanziamento del continente — stimato in circa 400 miliardi di dollari annui — mobilitando il risparmio e il capitale istituzionale interno. I leader africani chiedono anche una riforma dell’architettura finanziaria globale: secondo alcune stime, rating del credito basati su criteri meno soggettivi potrebbero far risparmiare fino a 74,5 miliardi di dollari, mentre fissare un tetto del 5% al costo del servizio del debito libererebbe circa 320 miliardi di dollari aggiuntivi per istruzione, sanità e infrastrutture.
Il messaggio che emerge dall’Africa Forward Summit del 2026, dove i Capi di Stato africani hanno adottato una dichiarazione congiunta, è netto: “l’ODA deve essere affiancata da un rinnovato impegno nella cooperazione internazionale allo sviluppo, fondato su partenariati reciprocamente vantaggiosi e orientato a superare il tradizionale paradigma basato sugli aiuti.”
L’Unione Europea: tra Global Gateway e rischi di strumentalizzazione
In questo scenario si inserisce anche la risposta europea. Il Global Gateway — il maxi-piano da 300 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati di cui 150 destinati all’Africa — è diventato il principale strumento geostrategico dell’UE per stare nel continente. L’obiettivo dichiarato è proporre un’alternativa all’iniziativa cinese, agli approcci transazionali americani e a quello prevalentemente militare della Russia.
Ma il Policy Paper segnala rischi concreti nel nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034. Le proposte della Commissione destinano circa 130 miliardi al Sud globale nell’ambito del Global Europe Instrument, ma con tre cambiamenti preoccupanti: gli importi hanno carattere indicativo e non più vincolante, gli aiuti vengono esplicitamente allineati agli interessi geopolitici dell’UE, e i finanziamenti a lungo termine per riduzione della povertà e sviluppo umano riceveranno meno attenzione. Una quota consistente degli aiuti europei sarà subordinata a una gestione efficace dei flussi migratori, incluso il rafforzamento del controllo delle frontiere. Il rischio, osservano gli autori, è che la cooperazione si trasformi in uno strumento di interessi di breve periodo piuttosto che in un investimento di lungo termine per la stabilità.
Il Piano Mattei come terza via
In questo panorama, l’Italia mostra un profilo anomalo — e, secondo ISPI, potenzialmente interessante. Mentre quasi tutti i principali donatori tagliavano, l’ODA italiano è rimasto sostanzialmente stabile nel 2025, con un lievissimo aumento dello 0,03%. Per il 2026 si prevede una contrazione del -2,8% e per il 2027 del -4,8%: riduzioni comunque inferiori a quelle di Germania, Francia e Regno Unito. L’ODA italiano ha raggiunto circa 7,3 miliardi di dollari, pari allo 0,3% del Prodotto Nazionale Lordo — ancora lontano dall’obiettivo ONU dello 0,7%, ma per la prima volta dal 1993 al di sopra della media dei donatori OCSE (0,26%).
In un contesto in cui il dibattito internazionale tende a contrapporre aiuti e investimenti come alternative inconciliabili, l’approccio italiano sceglie pragmaticamente una posizione ibrida. Da un lato, non rinnega né delegittima la cooperazione tradizionale: l’ODA non viene decurtato, resta un pilastro dell’impostazione complessiva del Piano. Dall’altro, spinge verso un ampliamento del ruolo di investimenti e scambi commerciali, mettendo a disposizione strumenti come blended finance, garanzie e de-risking per attrarre il settore privato. Il risultato è “un disegno meno schematico della contrapposizione tra aiuti e mercato: l’idea non è smontare l’esistente né di sostituire un pilastro con l’altro, ma piuttosto rielaborarne i ruoli.”
Rischi e punti critici: cosa potrebbe andare storto
Il Policy Paper non risparmia un’analisi critica. Quattro sono i rischi principali identificati dagli autori:
- Trasparenza e valutazione. Il Piano ha mobilitato in breve tempo numerosi soggetti ma programmazione, procedure di selezione dei progetti, criteri di monitoraggio e valutazione d’impatto restano “punti da meglio definire”. L’OCSE ha già sollevato in una peer review recente l’esigenza di maggiore rigore metodologico.
- Il rischio estrattivista. L’obiettivo dichiarato del Piano è la “crescita comune”, ma quando gli investimenti privati italiani non generano filiere locali e trasferimento di tecnologie, il rischio di una deriva estrattivista è concreto.
- La dispersione geografica. I paesi partner del Piano Mattei sono raddoppiati (da 9 a 18), i paesi prioritari della cooperazione italiana sono passati da 11 a 23 in Africa, e il totale globale da 20 a 38. Ma le risorse inizialmente previste sono rimaste sostanzialmente stabili.
- La tenuta dell’ODA. A partire dal 2026 è attesa una riduzione delle risorse degli aiuti italiani che potrebbe indebolire e rendere per certi aspetti incoerente la proposta dell’Italia di voler lavorare più da vicino con i paesi africani.
Un equilibrio difficile ma possibile
La tesi centrale del Policy Paper è che la “terza via” del Piano Mattei — pur imperfetta e ancora da verificare nell’implementazione — rappresenti “un tentativo ragionevole di avvicinarsi a un punto di equilibrio“. Un approccio centrato esclusivamente sugli investimenti “rischia di creare benefici distribuiti in modo non omogeneo, con maggiori volatilità, esclusione e vulnerabilità”. Se invece si mantiene l’aiuto al centro senza nessuna apertura alla finanza per lo sviluppo, ci si scontra con i limiti di una cooperazione “troppo modesta per scala e strumenti rispetto alle sfide demografiche, climatiche e infrastrutturali africane”.
In un momento in cui la cooperazione internazionale è sotto attacco da più direzioni — dall’America First di Trump alla geopoliticizzazione europea, dai tagli fiscali dei donatori tradizionali alle richieste africane di una partnership più paritaria — l’Italia sta cercando di non scegliere tra passato e futuro, ma di tenere insieme entrambi. Il Piano Mattei è al suo terzo anno di attuazione. I prossimi mesi, con le scelte di bilancio e i progetti concreti sul campo, diranno se questa “terza via” è davvero praticabile o se resterà una promessa ambiziosa.
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