Nella stessa serata in cui il governo convocava i sindacati a Palazzo Chigi per discutere il futuro del più grande polo siderurgico italiano, Acciaierie d’Italia comunicava, evidentemente d’accordo con l’Esecutivo, che da oggi, 9 ottobre, inizia il processo che porterà al fermo di tutte le attività produttive dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto. Entro il 15 novembre toccherà chiudere i battenti anche agli stabilimenti di Genova e Novi Ligure. È l’annuncio di una serrata che i sindacati definiscono inaccettabile, e che può travolgere diecimila lavoratori diretti più quelli dell’indotto. Fim-Fiom-Uilm, al termine dell’incontro di ieri sera a Palazzo Chigi coordinato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, hanno così annunciato uno sciopero generale per lunedì prossimo.
Acciaierie d’Italia spiega in una nota inviata a prefetto, enti locali e forze dell’ordine (ma non ai sindacati) che la fermata è necessaria per ottemperare al decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio scorso. Questo decreto aveva ordinato lo spegnimento dell’area a caldo per ragioni ambientali e sanitarie, legate ai rischi da amianto e da polveri sottili PM10 per la salute di lavoratori e cittadini di Taranto. La richiesta di sospensione presentata successivamente dall’azienda è stata rigettata il 5 ottobre. Ora si attende il pronunciamento della Corte di Cassazione, fissato per il 20 ottobre. Nel frattempo, gli impianti saranno mantenuti in modalità di riscaldo, il cosiddetto “hot stand-by”: gli altiforni restano caldi, ma non producono. Se la Cassazione non deciderà diversamente, il 24 ottobre verrà sospeso anche il mantenimento in riscaldo. Dopo di che “riaccendere” non è tecnicamente impossibile, ma richiede settimane o addirittura mesi; potrebbero essere necessari interventi di manutenzione e riparazione molto costosi. Nel contesto dell’ex Ilva – un’azienda in amministrazione straordinaria, con futuro incerto e acquirenti ancora da trovare – uno spegnimento completo potrebbe rendere il riavvio economicamente impraticabile. E tutti lo sanno.
Il vertice di Palazzo Chigi è durato tre ore, con una pausa tecnica di mezz’ora. Al tavolo erano presenti, oltre a Mantovano, i ministri dell’Economia Giancarlo Giorgetti in videocollegamento, Adolfo Urso delle Imprese e del Made in Italy e Marina Calderone del ministero del Lavoro. La posizione del governo non è cambiata rispetto all’ultima riunione, e non ci sono state novità riguardo alla procedura di vendita (o di rinazionalizzazione) del disastrato gruppo siderurgico. E così, l’unica notizia è che nel prossimo Consiglio dei ministri sarà presentato un decreto legge per garantire tutele sociali sotto forma di indennità economica (molto inferiore ai salari,ovviamente) ai lavoratori. Non cassa integrazione per chiusura, ha precisato Mantovano, ma in una prospettiva di continuità. L’obiettivo dichiarato resta la produzione di acciaio green con impianto Dri e forni elettrici, a condizione che ci sia un piano industriale credibile. Vasto programma. Sul piano finanziario, fonti sindacali indicano una dotazione complessiva di 125 milioni di euro: 80 milioni per la cassa in deroga destinata all’indotto e agli appalti, e 45 milioni per l’integrazione della cassa straordinaria al personale di Acciaierie d’Italia e del Gruppo Ilva. Dovrebbe poter permettere di arrivare fino al giugno del 2027. Come ha affermato Mantovano, “il decreto della Corte d’Appello di Milano impone agli amministratori dell’ex Ilva di seguire le sue prescrizioni, pena il rischio di incappare nella violazione di norme ambientali e penali. Uno dei punti che stiamo approfondendo non è tanto quello di sterilizzare del tutto il decreto con una nuova norma, il che sarebbe giuridicamente impossibile, quanto evitare il rischio che la piena e totale esecuzione dell’ordine di spegnimento degli altoforni renda vana un’eventuale decisione della Cassazione che dovesse consentire ai forni di restare in attività”.
I sindacati sono usciti furiosi dal vertice e hanno proclamato uno sciopero generale per tutta la giornata di lunedì prossimo. Il segretario della Fiom Michele De Palma ha sintetizzato la frustrazione: “Siamo venuti a palazzo Chigi per ottenere lavoro, salute e sicurezza. La risposta è stata invece che da metà novembre tutti gli stabilimenti e tutti i lavoratori rischiano di essere messi in cassa integrazione a zero ore. Non siamo venuti per la cassa integrazione, ma per il lavoro, la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori”. Per il leader della Fim Ferdinando Uliano la situazione è drammatica: il rischio immediato sono diecimila dipendenti in cassa e l’indotto in deroga per scongiurare i licenziamenti. “Abbiamo proclamato sciopero perché abbiamo chiesto, dopo innumerevoli decreti salva Ilva che non hanno salvato nessuno, di fare un decreto con interventi a tutela occupazionale, salariale e sociale nei confronti dei lavoratori”, ha spiegato il segretario generale della Uilm, Davide Sperti. “L’unica cosa che è uscita quest’oggi – ha detto – è che dal 15 novembre si fermano gli impianti, ci sarà una risalita della cassa integrazione, uno slittamento di qualche settimana rispetto alla volontàdi farla partire nell’immediato. Per noi è assolutamente intollerabile, insufficiente, irrispettoso”.
“A poche ore dall’incontro del governo con i sindacati, Acciaierie d’Italia si affretta ad annunciare l’attivazione della cassa integrazione dei lavoratori con un tempismo che ha il solo effetto di aggravare la tensione in una situazione già drammatica e che rischia di ricadere solo sui lavoratori e sui territori dove lavorano”, avverte il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, auspicando che il governo “possa scongiurare questa ipotesi”. “L’annuncio di una serrata è del tutto inaccettabile”, tuonano i sindaci di Genova e Novi Ligure, Silvia Salis e Rocchino Muliere. “È una prospettiva insostenibile per le lavoratrici e i lavoratori, per Genova e Novi Ligure e per l’intera filiera siderurgica del nostro Paese”, denuncia Salis. “L’annunciata chiusura degli stabilimenti ex Ilva di Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi rappresenta una notizia molto grave, non solo per Liguria e Piemonte, ma per l’intera filiera dell’acciaio italiana, strategica per il futuro industriale del Paese”, affermano Marco Bucci, presidente della Liguria, e Alberto Cirio, presidente del Piemonte.
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