#Finsubito news dalla rete – Dopo quarant’anni il nucleare torna nell’agenda italiana: ecco cosa prevede la legge


La nuova legge delega sul nucleare approvata dal Senato lo scorso 23 settembre riapre la porta all’energia atomica in Italia. Un capitolo rimasto chiuso per ben 39 anni, a partire dal referendum sul nucleare del 1987, seguito all’incidente di Chernobyl.

«Decarbonizzazione, sicurezza energetica e competitività del sistema Paese»: sono queste le motivazioni alla base della decisione di istituire un Programma nazionale per lo sviluppo dell’energia nucleare sostenibile. Del resto, mai come adesso il Paese ha scontato il peso della sua dipendenza energetica da combustibili fossili.

E l’obiettivo di decarbonizzazione entro il 2050, con la sola forza delle rinnovabili, sembra difficile da raggiungere. «Le rinnovabili potranno arrivare a coprire una quota molto importante del fabbisogno elettrico in Italia», spiega Piergiorgio Sonato, professore di ingegneria all’Università di Padova, «ma resta una parte che deve essere garantita da fonti programmabili. Ed è lì che può entrare il nucleare, che garantisce una produzione di energia costante e, entro certi limiti, modulabile».

Cosa prevede la legge

Il governo avrà un anno di tempo per trasformare la legge delega in decreti attuativi che disciplinino la costruzione e gestione di impianti di fissione di nuova generazione (terza avanzata e quarta), così come la promozione della ricerca e sviluppo sulla fissione e sulla fusione. Si tratta, dunque, di un quadro normativo che può teoricamente accogliere sia tecnologie già industrialmente mature sia future.

«La grande maggioranza delle centrali oggi in costruzione nel mondo utilizza tecnologie di terza generazione o di terza generazione avanzata», spiega il professore. «Questi ultimi introducono già miglioramenti importanti, come la sicurezza passiva. Significa progettare sistemi in grado di mantenere condizioni di sicurezza anche senza l’intervento continuo di dispositivi attivi o dell’operatore».

A non essere risolto, invece, è il problema delle scorie. La legge delega il governo anche a emanare norme che regolino l’intero ciclo del rifiuto: la sperimentazione, la localizzazione, la costruzione, l’esercizio e la disattivazione degli impianti temporanei e definitivi per rifiuti radioattivi e combustibile esaurito.

La quarta generazione

Il testo parla di «sviluppo nucleare sostenibile» e fa riferimento alla cosiddetta quarta generazione di nucleare, che comprende anche gli Small Modular Reactors (Smr): reattori di piccole dimensioni, che possono utilizzare una serie di refrigeranti, tra cui acqua leggera, metallo liquido o sali fusi. Tecnologie che vengono definite «intrinsecamente sicure», e che promettono maggior efficienza e minori costi, ma che non sono ancora in commercio.

L’obiettivo dell’Ue è garantirne l’implementazione entro i primi anni del 2030. Tra queste tecnologie, figura anche quella di Newcleo, azienda italo-francese, che utilizza il piombo fuso come sistema di raffreddamento. Ciò che lo rende «intrinsecamente sicuro» è il fatto che il circuito di raffreddamento non operi ad alta pressione, ma a pressione atmosferica, riducendo il rischio di esplosioni.

In caso di arresto del sistema, inoltre, il piombo può solidificarsi e svolge una funzione schermante. A ridimensionarsi è anche il problema delle scorie: Newcleo recupera plutonio e uranio dagli scarti e li utilizza per produrre nuovo combustibile, tagliando la quantità e la pericolosità a lungo termine delle scorie esistenti.

Le tempistiche

«Al momento gli Smr non sono ancora disponibili commercialmente, ma ci sono diverse società che li stanno sviluppando oltre a Newcleo, come Oklo e TerraPower», spiega Luca Farina,presidente del Consorzio Rfx e Ceo di Orion Valves, azienda che collabora con Newcleo. «Loro prevedono di realizzare il primo reattore nucleare intorno al 2030, probabilmente negli Stati Uniti», racconta Farina.

In Italia, però, i tempi probabilmente saranno più lunghi. Avere una legge delega è solo il primo passo, ma l’orizzonte nucleare è ancora lontano. Bisognerà approvare i decreti attuativi e costruire il quadro normativo. E poi, secondo Farina, ci sarà uno scoglio ancora più grande da superare, che è quello culturale: «Probabilmente vedremo che nessuno vorrà un Smr nel giardino del vicino di casa».

La legge delega, in realtà, prevede anche l’installazione di reattori di terza generazione avanzata, che quindi si basano su tecnologie già utilizzate e pronte. Tuttavia, spiega Piergiorgio Sonato, «bisogna costruire contemporaneamente la filiera industriale, il sistema autorizzativo, le competenze, la rete di approvvigionamento, la gestione degli impianti e anche l’adeguamento della rete elettrica. Se tutte queste condizioni vengono create», aggiunge, «e si utilizzano tecnologie già standardizzate, una centrale può essere realizzata in circa sette-otto anni. Considerando anche la fase autorizzativa, ritengo plausibile immaginare le prime centrali operative nell’arco di una decina d’anni».

La filiera italiana

Per quanto riguarda le competenze, tuttavia, la supply chain italiana parte da una posizione avvantaggiata. «Anche dopo l’uscita dal nucleare per la produzione elettrica», sottolinea Luca Farina, «la ricerca e le competenze non sono mai completamente scomparse. Abbiamo continuato a lavorare anche per l’estero, per francesi, americani, coreani e non solo».

E gli effetti, secondo Sonato, non potranno che essere positivi: «Un programma nucleare avrebbe un effetto importante sull’indotto perché richiede una supply chain di elevata qualità. Parliamo di aziende che devono sviluppare competenze avanzate, standard produttivi molto elevati e capacità tecnologiche che possono poi essere utilizzate anche in altri settori. Questo», spiega, «può contribuire ad aumentare la competitività complessiva del sistema industriale».

La partita, tuttavia, per Piergiorgio Sonato va giocata a livello europeo: «Non credo che l’Italia possa affrontare queste sfide ragionando soltanto in termini nazionali», conclude.


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