#Finsubito news dalla rete – La finanza nella stanza dei bottoni


LIVORNO – Il capitale appartiene a milioni di risparmiatori, mentre la sua gestione si concentra in pochi giganteschi intermediari che investono, votano nelle società, misurano il rischio, sviluppano tecnologia finanziaria e lavorano anche per le istituzioni. È dentro questa distanza tra proprietà, gestione e responsabilità politica che sta crescendo uno dei poteri meno visibili del nostro tempo.

Il primo ottobre la Francia ha presentato una legge di bilancio che prevede uno sforzo complessivo da 54 miliardi di euro, 43 dei quali costituiti da nuove misure per il 2027, intervenendo tra l’altro sugli stipendi pubblici, sulla rivalutazione delle pensioni, sulla sanità, sui bilanci degli enti locali e sulle agevolazioni contributive alle imprese.

Parigi punta a riportare il deficit al 5% del Pil mentre il debito pubblico, alla fine di giugno, aveva raggiunto 3.596 miliardi, circa il 119% del Pil; nel 2027 lo Stato prevede inoltre di raccogliere sul mercato la cifra record di 340 miliardi attraverso emissioni di debito a medio-lungo termine. Il rendimento del decennale francese ha intanto raggiunto il 4,96%, il livello più alto dal luglio 2002.

La manovra sarà discussa, modificata o respinta dai partiti e infine giudicata dagli elettori, ma quei 340 miliardi dovranno comunque trovare compratori e il rendimento richiesto per assorbirli finirà nei conti dello Stato.

La Banca centrale europea utilizza apertamente l’espressione “bond vigilantes” analizzando il comportamento degli investitori durante le tensioni sul debito sovrano, i fondi d’investimento risultano responsabili della maggior parte delle vendite nette nei momenti di stress e, in alcuni Paesi dell’eurozona, arrivano a detenere fino a un quarto del debito pubblico in circolazione; famiglie e assicurazioni domestiche tendono invece ad acquistare i titoli venduti dai fondi. Le ragioni individuate dalla BCE sono essenzialmente due: i riscatti degli investitori costringono i gestori a procurarsi liquidità e, nello stesso momento, l’aumento del rischio induce a ridurre volontariamente l’esposizione verso il Paese sotto pressione. Il risultato aggregato entra nel bilancio pubblico attraverso prezzi e rendimenti.

L’Italia conosce bene questo meccanismo: uno Stato fortemente indebitato deve rifinanziare continuamente i titoli in scadenza e, quando il rendimento richiesto sul nuovo debito aumenta, quel costo si trasferisce progressivamente alla spesa per interessi, sottraendo risorse alle decisioni successive. 

Dietro l’espressione impersonale “i mercati”, si muovono banche, assicurazioni, fondi pensione, hedge fund, fondi sovrani, famiglie e investitori istituzionali; dentro questa moltitudine, negli ultimi decenni, la proprietà del capitale è rimasta distribuita fra milioni di soggetti mentre una quota enorme della capacità di amministrarlo, rappresentarlo e organizzarne l’impiego si è raccolta in un numero assai più ristretto di intermediari.

Il capitale degli altri

BlackRock ha chiuso il secondo trimestre del 2026 con 15.300 miliardi di dollari di patrimonio in gestione, dopo 868 miliardi di afflussi netti nei dodici mesi precedenti. Il patrimonio appartiene in larghissima parte a fondi pensione, istituzioni, assicurazioni, imprese, fondazioni e risparmiatori; la dimensione interessante sta precisamente nella separazione fra proprietà e gestione, perché concentrare sotto uno stesso apparato professionale l’amministrazione di 15.300 miliardi significa disporre di una capacità di organizzazione del capitale difficilmente confrontabile con quella delle tradizionali istituzioni finanziarie.

Accanto a Vanguard e State Street, BlackRock forma il gruppo dei cosiddetti Big Three dell’asset management indicizzato.

Attraverso fondi ed ETF i tre gestori compaiono stabilmente nell’azionariato di una parte enorme delle maggiori società quotate americane e le azioni, oltre a produrre dividendi e variazioni patrimoniali, portano con sé diritti che devono essere esercitati anche quando il proprietario economico finale è uno dei milioni di lavoratori che accumulano risparmio attraverso un piano pensionistico.

Una parte dello stipendio viene versata nel piano, il piano investe in un fondo e il fondo acquista azioni di centinaia o migliaia di società. Il lavoratore conserva il beneficio economico del proprio risparmio, ma non partecipa alle assemblee di Microsoft, ExxonMobil, JPMorgan, Boeing o Pfizer, non esamina la nomina di ogni consigliere e non studia le remunerazioni dei rispettivi amministratori delegati; fra lui e l’impresa si inserisce un apparato professionale che esercita concretamente una parte delle prerogative collegate alla proprietà.

Nel 2025 BlackRock, Vanguard e State Street hanno sostenuto mediamente il 98,7% delle proposte presentate dai management delle società comprese nel Morningstar US Large-Mid Cap Index. È un dato da leggere per quello che dice: il capitale può appartenere a milioni di persone mentre una parte consistente del suo voto societario viene organizzata attraverso pochissime strutture professionali.

La common ownership, cioè la presenza degli stessi grandi investitori istituzionali nel capitale di società concorrenti, amplia ulteriormente il fenomeno, gli effetti sulla concorrenza sono ampliamente discussi, ma resta un dato: gli stessi grandi gestori investono contemporaneamente in banche, società tecnologiche, gruppi energetici, farmaceutici e della difesa, anche quando queste aziende competono tra loro.

Nel capitalismo industriale proprietà e controllo tendevano a coincidere. Oggi la proprietà è molto più diffusa, mentre la gestione del capitale e l’esercizio dei diritti che ne derivano si concentrano in grandi fondi e intermediari finanziari.

BlackRock ha affiancato a questa posizione un secondo livello attraverso Aladdin, la propria infrastruttura tecnologica per la gestione degli investimenti e del rischio: la piattaforma integra dati, modelli e analisi attraverso i quali investitori professionali possono osservare esposizioni, fattori di rischio, scenari e comportamento dei portafogli; il gestore dichiara che Aladdin monitora circa 5.000 fattori di rischio e 300 metriche, con il supporto di 5.500 specialisti. Nel secondo trimestre 2026, i ricavi tecnologici del gruppo sono cresciuti del 13%.

Il gruppo guidato da Larry Fink diventa così anche produttore degli strumenti attraverso cui altri investitori interpretano il mercato. Capitale, dati e tecnologia si sovrappongono nello stesso gruppo e questa combinazione acquista un valore particolare quando la crisi costringe le istituzioni pubbliche a intervenire rapidamente dentro sistemi finanziari la cui complessità richiede conoscenze difficilmente improvvisabili.

Nel marzo 2020 gli Stati Uniti si trovarono esattamente in quella situazione: la pandemia stava paralizzando l’economia e prosciugando la liquidità in segmenti importanti del credito.

La Banca Centrale americana costruì strumenti straordinari e la Federal Reserve Bank di New York affidò a BlackRock Financial Markets Advisory funzioni operative nei programmi destinati alle obbligazioni societarie; Il contratto stabiliva con chiarezza che la casa di investimenti avrebbe agito come fiduciario “alla sola direzione” della New York Fed e che le linee di implementazione sarebbero rimaste soggette all’approvazione della banca centrale.

La Fed aveva il potere e tutte le carte in regola per intervenire, ma per operare sul mercato del credito si affidò anche alle competenze di BlackRock: l’autorità restava pubblica, una parte degli strumenti era privata.

La sovrapposizione diventava ancora più evidente sugli ETF, i programmi potevano acquistarli e BlackRock, attraverso iShares, era uno dei principali gestori mondiali proprio di questi strumenti; l’accordo stabilì quindi che l’asset manager americano non applicasse commissioni di gestione sul valore degli ETF detenuti dal veicolo della Fed e che restituisse alla struttura pubblica le commissioni e gli altri proventi, compresi quelli derivanti dal prestito titoli, eventualmente incassati sui propri iShares. La clausola non prova un conflitto consumato: documenta che l’incrocio potenziale tra le funzioni era abbastanza concreto da dover essere neutralizzato nel contratto.

Parlando dell’Europa, Nel 2020 la Commissione europea affidò a BlackRock Investment Management uno studio sull’integrazione degli obiettivi ambientali, sociali e di governance nella regolamentazione bancaria dell’Unione. Il caso arrivò al Mediatore europeo, che non dichiarò la Commissione responsabile di cattiva amministrazione perché giudicò insufficientemente precise le regole finanziarie allora applicabili, ma contestò in maniera severa il modo in cui era stato valutato il rischio di conflitto di interessi.

Secondo il Mediatore, il semplice fatto che BlackRock avesse un interesse finanziario collegato al mercato sul quale lo studio avrebbe potuto produrre effetti era sufficiente a sostenere l’esistenza di un rischio di conflitto “reale e non meramente ipotetico”; l’incarico poteva inoltre offrire alla società una maggiore conoscenza del sistema regolatorio europeo e ampliare la propria rete di contatti.

BlackRock aveva presentato un’offerta economica di poco superiore alla metà del valore massimo inizialmente stimato del contratto e il Mediatore osservò che, nel valutare l’offerta di una società delle dimensioni, della ricchezza e dell’influenza globale del gestore statunitense per un incarico di valore commerciale relativamente modesto, sarebbe stato necessario un esame assai più rigoroso.

La conclusione fu altrettanto netta: la Commissione avrebbe dovuto essere più vigile e la decisione di assegnare il contratto non aveva fornito garanzie sufficienti per eliminare i dubbi legittimi sul rischio di un conflitto capace di incidere sull’esecuzione dell’incarico. Non venne dimostrato che BlackRock avesse manipolato la politica europea; agli atti rimase però un caso nel quale il maggiore asset manager mondiale, finanziariamente esposto al settore interessato, era stato scelto per produrre conoscenza destinata ad alimentare il processo attraverso cui quel settore sarebbe stato regolato.

Quando una società diventa contemporaneamente gestore di capitale, fornitore di tecnologia finanziaria e depositaria di competenze che le istituzioni ritengono abbastanza preziose da acquistare, il rapporto tra regolatore e regolato perde parte della propria semplicità. Lo Stato conserva la legge e l’autorità, mentre il mercato può concentrare conoscenze, modelli, infrastrutture e personale necessari a comprendere fenomeni sui quali quella stessa autorità deve intervenire.

La permeabilità passa anche dalle persone; Mike Pyle ha lavorato in BlackRock dal 2014 al 2021, arrivando al ruolo di Global Chief Investment Strategist; dopo incarichi alla Casa Bianca è stato, dal 2022 al 2024, vice consigliere per la Sicurezza nazionale per l’economia internazionale, guidando l’agenda economica internazionale del governo americano e lavorando su guerra in Ucraina, rapporti con la Cina, sicurezza energetica, commercio, investimenti, tecnologie avanzate e intelligenza artificiale. Nel 2024 è rientrato in BlackRock, dove oggi è Deputy Head del Portfolio Management Group e membro del Global Executive Committee. Thomas Donilon, vicepresidente di BlackRock e presidente del BlackRock Investment Institute, è stato consigliere per la Sicurezza nazionale di Barack Obama.

Questi percorsi sono pubblici e legittimi, ma mostrano quanto finanza e geopolitica abbiano ormai bisogno delle stesse competenze. Per un gestore globale conoscere Cina, sanzioni, energia, semiconduttori, guerra e politica commerciale significa comprendere variabili capaci di modificare il valore degli investimenti; per la Casa Bianca padroneggiare mercati, catene del valore, investimenti e flussi finanziari è diventato parte integrante della sicurezza nazionale. Le persone che attraversano quel confine portano con sé relazioni, linguaggi e conoscenza dei processi decisionali, risorse che possiedono un valore economico anche quando nessuna norma viene violata.

Chi stabilisce il rischio

Accanto a chi organizza il capitale opera un’altra concentrazione, più piccola nelle dimensioni economiche ma profondamente incorporata nel funzionamento della finanza. Moody’s, S&P e Fitch non decidono quanto possa spendere uno Stato e i loro giudizi non determinano automaticamente il rendimento dei titoli; gli investitori dispongono di modelli propri e spesso anticipano le agenzie. I numeri pubblicati da ESMA nel dicembre 2025 mostrano tuttavia quanto il settore europeo rimanga concentrato: calcolando la quota di mercato sui ricavi europei da attività di rating e servizi accessori, S&P Global Ratings Europe pesa per il 50,42%, Moody’s per il 29,63% e Fitch per l’11,82%. Insieme superano quindi il 91% del mercato considerato.

La concentrazione emerge anche guardando agli strumenti valutati, sebbene le percentuali non siano direttamente sommabili perché lo stesso titolo può ricevere più rating. Nei dati ESMA aggiornati al 30 settembre 2025, S&P aveva assegnato un rating al 57,9% degli strumenti sovrani e di finanza pubblica considerati, Scope al 40%, Fitch al 21,7%, Moody’s al 20,7% e DBRS all’11,1%. Il mercato non è quindi privo di concorrenti, ma rimane dominato economicamente dalle tre grandi agenzie internazionali.

La crisi del 2008 aveva già mostrato quanto fosse delicata questa funzione, prodotti strutturati ai quali erano stati attribuiti rating elevati si rivelarono molto più fragili di quanto indicassero le valutazioni, mentre il modello nel quale è generalmente l’emittente a pagare per essere valutato alimentò un dibattito sui conflitti di interesse che produsse nuove regole e una vigilanza più severa. Quasi vent’anni dopo, il sistema continua comunque ad avere bisogno delle agenzie perché classificare il rischio su scala globale richiede metodologie, serie storiche, personale specializzato e una reputazione riconosciuta dagli operatori.

Seguendo il denaro dall’inizio alla fine emerge così una struttura nella quale funzioni differenti si addensano attorno a pochi nodi. Il cittadino risparmia, gli intermediari raccolgono quel denaro, i grandi gestori lo aggregano e lo investono nelle imprese e nel debito pubblico, esercitando per conto dei fondi una parte dei diritti societari; piattaforme private forniscono strumenti con cui il mercato analizza esposizioni e rischio, mentre poche grandi agenzie producono valutazioni che entrano nelle decisioni degli operatori. Lo Stato regola l’intero sistema ma vi partecipa anche come debitore e, quando una crisi minaccia di travolgerlo, ritorna come garante ultimo della stabilità.

Un fondo che vende titoli italiani o francesi non deve voler cambiare la politica economica di Roma o Parigi. Può ritenere peggiorato il rapporto tra rischio e rendimento oppure dover fronteggiare i riscatti dei propri clienti; se molti operatori arrivano nello stesso momento a conclusioni simili, il costo del debito aumenta e il ministro dell’Economia prepara la legge di bilancio dentro condizioni diverse da quelle del mese precedente. Nessuno ha bisogno di telefonargli.

La geografia di questa infrastruttura aggiunge il livello geopolitico: BlackRock, Vanguard e State Street sono statunitensi; statunitensi sono S&P, Moody’s e Fitch, molte delle maggiori banche d’investimento e i mercati di capitali più profondi del pianeta, mentre il dollaro continua a occupare il centro del sistema monetario internazionale.

Gli interessi di Wall Street non coincidono automaticamente con quelli della Casa Bianca, ma capitale, tecnologia finanziaria, competenze e potere pubblico sono cresciuti dentro lo stesso ecosistema nazionale, rafforzandone la capacità di attirare e organizzare il risparmio mondiale.

La potenza americana passa anche attraverso questa infrastruttura. Un Paese capace di attrarre capitale globale nei propri mercati, denominarne una parte enorme nella propria valuta, affidarne la gestione a imprese domestiche di scala mondiale e produrre gli strumenti attraverso cui quel capitale viene analizzato dispone di una leva che non compare nel bilancio del Pentagono. Sanzioni finanziarie, controlli sugli investimenti e restrizioni tecnologiche vengono inoltre esercitati dentro un sistema nel quale pubblico e privato condividono una profondità di competenze che pochi concorrenti possono replicare.

L’Europa dal canto suo possiede una grande moneta e una massa enorme di risparmio, ma i suoi mercati finanziari restano frammentati; la stessa Commissione riconosce che circa 300 miliardi di euro di risparmio europeo fluiscono ogni anno, in termini netti, verso investimenti all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, mentre la capitalizzazione azionaria dell’eurozona equivale a circa l’82% del Pil contro oltre il 255% negli Stati Uniti.

Non manca il denaro europeo: manca ancora una capacità comparabile di trattenerlo, aggregarlo e trasformarlo in capitale produttivo su scala continentale.

La debolezza diventa più evidente mentre Bruxelles cerca risorse per difesa, energia, semiconduttori, reti, intelligenza artificiale e transizione industriale. I bilanci pubblici, soprattutto nei Paesi già fortemente indebitati, non possono sostenere da soli una mobilitazione di questa scala e una quota crescente del progetto di autonomia strategica dovrà essere finanziata dal capitale privato; nello stesso momento, una parte delle strutture più potenti attraverso cui il capitale globale viene raccolto, amministrato, analizzato e indirizzato rimane concentrata negli Stati Uniti.

Dopo il cloud, i cavi sottomarini e le infrastrutture private della guerra, la finanza mostra la stessa trasformazione da una prospettiva ancora più difficile da separare. Lo Stato conserva la legge, la fiscalità, la moneta e la capacità di intervenire nelle crisi; fuori dallo Stato sono però cresciute organizzazioni che amministrano masse di capitale di dimensione sistemica, dispongono di tecnologie e conoscenze acquistate anche dalle istituzioni, rappresentano milioni di proprietari nelle assemblee e operano nei mercati dai quali gli stessi governi dipendono per finanziare una parte delle proprie politiche.

L’Europa ha cominciato a chiamare tutto questo autonomia strategica. Prima dovrà costruire anche l’infrastruttura finanziaria necessaria a pagarla.

visione del messaggeroLa Visione del Messaggero Marittimo

Il problema europeo non è soltanto aver lasciato spazio alla finanza americana. È scoprire quanto sia diventato difficile riprenderselo. Gli Stati Uniti hanno costruito una forma di potere che passa anche attraverso le proprie imprese strategiche: tecnologia, cloud, satelliti, difesa, infrastrutture digitali e, come mostra questa inchiesta, finanza.

È una rete che finisce per stringere persino gli alleati più dei nemici. BlackRock, Vanguard, State Street, le grandi agenzie di rating e la profondità dei mercati americani non sono semplicemente aziende e strumenti finanziari: appartengono a un ecosistema che concentra capitale, informazioni, tecnologia e competenze negli Stati Uniti e ne amplia la capacità di influenza ben oltre i confini nazionali.

L’Europa ha certamente contribuito alla propria debolezza, lasciando mercati frammentati e permettendo che una parte enorme del proprio risparmio alimentasse quella macchina. Ma Washington ha trasformato questa asimmetria in potenza. Non deve occupare uno spazio che già attraversa attraverso infrastrutture, capitale e imprese diventate difficili da sostituire.

È questa la contraddizione che Bruxelles dovrebbe affrontare prima di parlare ancora di autonomia strategica: non si diventa sovrani continuando a dipendere dagli strumenti attraverso cui un’altra potenza esercita la propria forza.


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