La direttrice d’orchestra parla del suo libro «Fortissimo, la mia storia con la musica». «Prima, sul podio, mi legavo i capelli e non mi truccavo»
Prima donna in assoluto a dirigere i Berliner Symphoniker e al Festival di Martina Franca. Ma anche prima italiana sul podio dell’Orchestra dell’Opera di Roma. E prima a condurre il concerto di Natale in Senato. Tracce di un identikit che portano a Gianna Fratta, nata ad Erba ma a tutti gli effetti di Foggia, la città dei genitori. «I miei decisero di rientrare dalla Lombardia quando avevo dodici anni», racconta la musicista, che a Foggia insegna al Conservatorio Giordano e dirige il neonato festival intitolato anche questo al grande operista, mentre a Bari è presidente della Camerata musicale.
Una bacchetta abituata ai record, ma una donna che nel privato ha sempre scelto la discrezione. Anche quando a gennaio scorso si è concluso il matrimonio con Piero Pelù, icona del rock italiano e presenza che comunque affiora in alcuni passaggi di «Fortissimo. La mia storia con la musica» (Longanesi). Un libro-confessione in cui l’autrice, attesa lunedì (ore 18) per una presentazione alla Libreria Laterza di Bari, ripercorre la propria avventura professionale senza sottrarsi al racconto delle sconfitte. Tanto da definire il suo memoriale «un’autobiografia degli insuccessi».
Sta dicendo che i fallimenti sono più formativi delle vittorie?
«Solo se si ha la forza di non abbattersi. A furia di prendere schiaffi è molto facile mollare tutto. Succede a tanti. Non è successo a me».
Le maggiori resistenze che ha incontrato?
«La mancanza di opportunità. Perché non c’era l’abitudine ad avere direttrici d’orchestra. Poi, quand’ero in Corea, ho capito che se a colazione potevo imparare a mangiare il kimchi, una roba piccantissima, allora il mondo della musica poteva abituarsi all’idea di una donna sul podio».
Ora le cose come stanno?
«Siamo ancora poche, ma comunque di più rispetto a quando ho iniziato. Trent’anni fa si contava solo qualche nome a livello mondiale, tipo Marin Alsop».
Spesso parla di quest’esperienza al plurale.
«Sono stata prima donna sul podio in molte occasioni, ma ho sempre pensato di non voler essere l’unica. Quello che abbiamo fatto tutte insieme gioverà a tante altre».
Pretende di essere chiamata Maestra, non Maestro.
«Sono stata prima anche in questo, quando ho visto che il tetto di cristallo si stava rompendo. Non è solo una questione terminologica. Da quando mi faccio chiamare Maestra, ho iniziato ad abitare il podio finalmente da donna. Prima mi vestivo da uomo, mi legavo i capelli, non mi truccavo. Quasi mi mimetizzavo. Mi sentivo un’usurpatrice».
Ha pensato di non farcela?
«Molte volte. Dopo il diploma in direzione d’orchestra, ho dovuto attendere quindici anni per intraprendere una vera carriera».
Il momento più difficile?
«La morte del mio maestro, Yuri Ahronovitch. La sua scomparsa è arrivata proprio mentre mi stava aiutando a decollare. Mi sono sentita persa».
Nel libro racconta di aver rotto una bacchetta, un giorno.
«La prima che ho comprato, ma che ho subito restituito al negoziante. I suoi risolini, quando ha saputo che stavo preparando l’esame in direzione d’orchestra, mi hanno fatto infuriare. La bacchetta gliel’ho restituita, ma spezzata in due. E dopo averla pagata».
Si è sempre dichiarata contraria alle quote rosa in musica.
«In alcuni campi sono necessarie, ma ideologicamente le considero pericolose nell’arte. Devono valere le competenze, a prescindere dal genere».
Come vive la solitudine del podio?
«L’orchestra davanti, il pubblico dietro, tu nel mezzo, a fare da tramite tra due mondi transitori. Non riesci mai a stabilire una consuetudine con una stessa formazione e il suo pubblico. Oggi sono a Milano, tra un po’ starò un mese a Palermo per Rigoletto, poi a Palma di Maiorca per due concerti, venti giorni a Verona per Bohème. Non c’è una quotidianità, che nella mia vita manca da tempo. Vivo 300 giorni l’anno lontano da casa. Niente palestra, niente uscite con gli amici il sabato sera. È questa la vera solitudine».
Ha detto che per dirigere Beethoven occorre aver letto Kant.
«E come dirigere Stravinskij e non sapere cos’è il cubismo. Sul podio devi rappresentare un pensiero, non solo musicale».
È anche laureata in Giurisprudenza.
«I miei genitori volevano il piano B, che però non ho mai preso in considerazione».
Per fare carriera quanto conta la politica, in Italia?
«Sono un’idealista: penso che i bravi riescano sempre a trovare spazio. La politica ti aiuta, ma ti può anche danneggiare. Lo dimostrano fatti recenti».
Si riferisce al caso Venezi, immagino. Cosa rimane di quel dibattito?
«Un po’ di tristezza. Quanti errori si sarebbero potuti evitare, da parte di tutti».
È stata davvero in corsa per la soprintendenza del Petruzzelli?
«Sì. E ho apprezzato sia stato scelto Nazzareno Carusi, bravissimo pianista. Tra l’altro, ci lega una vecchia amicizia. Da piccoli abbiamo avuto la stessa insegnante di pianoforte, Lucia Passaglia».
La musica classica parla ancora al presente?
«Sì, ma ha bisogno di rinnovarsi. Dopo il covid la gente va sempre meno ai concerti. La crisi di pubblico c’è. Trovare nuove formule per conquistarlo è necessario».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link







