Sessantotto giorni: all’Isola d’Elba l’ondata di calore marina non è stata una parentesi di pochi pomeriggi, ma un episodio durato più di due mesi, con un picco di temperatura superficiale fino a 4,95 °C sopra la media storica. I primi dati dell’estate 2026 del progetto Mare Caldo mostrano un’anomalia che attraversa mari diversi. Sott’acqua mette sotto pressione gli ecosistemi; nell’atmosfera può contribuire ad alimentare fenomeni intensi. Ma il passaggio dal caldo marino al rischio autunnale va spiegato, non dato per automatico.
Sei aree, un segnale comune
I dati diffusi da Greenpeace Italia il 2 ottobre 2026 riguardano sei delle quattordici aree della rete Mare Caldo: l’Isola d’Elba e le aree marine protette di Portofino, Miramare, Isole Tremiti, Plemmirio e Ustica. In tutte, a partire da maggio 2026, si sono succedute ondate di calore marine. Il picco dell’Elba è accompagnato da anomalie di +4,63 °C a Miramare, +4,36 °C a Portofino e +4,54 °C a Ustica. Sono scarti rispetto alla climatologia, non temperature assolute dell’acqua. I risultati descrivono dunque un riscaldamento anomalo distribuito in diversi settori dei mari italiani, senza costituire una misurazione uniforme dell’intero Mediterraneo.
Il progetto, avviato nel 2019, nasce dalla collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova e con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, OGS. Il suo obiettivo non è soltanto registrare temperature: è seguire gli effetti del cambiamento climatico sulle comunità marine di scogliera, dalla superficie fino a quaranta metri di profondità. Mettere insieme condizioni fisiche e osservazioni biologiche permette di cercare una relazione tra l’esposizione al caldo e la salute degli organismi.
Che cosa significa un’anomalia di quasi cinque gradi
Un mare caldo in estate non è, di per sé, una notizia climatica. Lo diventa quando la temperatura supera in modo persistente ciò che è normale per quel luogo e per quel periodo dell’anno. Una definizione scientifica ampiamente utilizzata identifica un’ondata di calore marina quando la temperatura oltrepassa il 90° percentile della distribuzione storica per almeno cinque giorni: una soglia che separa i valori ordinari da quelli insolitamente elevati. Non esiste quindi una temperatura unica, valida per tutti i mari, oltre la quale scatti automaticamente la stessa classificazione.
Nel caso dell’Elba occorre distinguere due informazioni: la durata dell’episodio, pari a 68 giorni, e la sua anomalia massima, arrivata a 4,95 °C. Il picco non significa che quello scarto sia rimasto identico per tutta l’ondata. Intensità massima, durata ed estensione geografica rispondono a domande differenti e vanno lette insieme. Copernicus classifica infatti questi eventi in base a quanto la temperatura sia eccezionale rispetto alle condizioni locali e stagionali, non mediante soglie assolute uguali ovunque. È questa distinzione a rendere il dato utile, oltre che impressionante.
Anche il confronto con il passato richiede attenzione. Una media annuale del Mediterraneo, un massimo giornaliero costiero e un’ondata osservata in una singola area non sono grandezze intercambiabili. Il rapporto europeo sul clima di Copernicus indica che nel 2025 la temperatura superficiale media annua del Mediterraneo è stata la seconda più alta della serie, dopo il 2024. Nello stesso anno, poco più della metà del bacino ha sperimentato, almeno una volta, condizioni di ondata di calore marina severe o estreme. Questo quadro aiuta a collocare gli episodi italiani in una sequenza recente di forte riscaldamento, senza trasformarli impropriamente in un record generale del bacino.
La superficie non racconta tutto
Il calore non si distribuisce allo stesso modo lungo la colonna d’acqua. L’ENEA ha documentato un episodio significativo all’Osservatorio Oceanografico di Lampedusa: nella serie aggiornata al 15 giugno 2026, la temperatura a circa un metro di profondità ha raggiunto 29 °C, un valore mai osservato in quel periodo dell’anno nella serie disponibile. A trentadue metri, invece, l’acqua era intorno ai 19 °C. Cielo sereno e venti deboli avevano favorito l’accumulo di calore negli strati superficiali e una marcata stratificazione.
L’esempio mostra perché non basti un solo termometro per descrivere le condizioni di un ecosistema. La stessa area può presentare differenze termiche molto grandi tra superficie e profondità. Quando gli strati si mescolano meno, cambia anche la distribuzione dei nutrienti: Copernicus segnala la riduzione del rimescolamento tra i possibili effetti delle ondate di calore marine, in determinate regioni e stagioni. Per interpretare il rischio biologico servono quindi informazioni sulla temperatura effettivamente sperimentata dagli organismi, non soltanto sul valore superficiale più alto.
A Ustica i danni sono già osservabili
Una parte delle conseguenze è stata documentata direttamente sott’acqua. Nel comunicato del 18 settembre 2026, Greenpeace descrive le immersioni svolte con due biologi marini nell’area protetta di Ustica. A Punta Galera, tra cinque e dieci metri di profondità, sono state osservate colonie morte del corallo mediterraneo Cladocora caespitosa. I sopralluoghi hanno rilevato inoltre necrosi sulle gorgonie Paramuricea clavata ed Eunicella cavolini, oltre a mortalità parziali su altre specie. Sono osservazioni localizzate nei siti indagati: non una stima della perdita di biodiversità dell’intera isola.
È stato segnalato anche uno sbiancamento della Posidonia oceanica, fenomeno che l’organizzazione indica come ancora in fase di studio e collegato alle alte temperature. La prudenza è essenziale: rilevare un danno e ricostruirne tutte le cause sono passaggi distinti. Le immersioni offrono evidenze da approfondire e confrontare nel tempo. Nel caso della Posidonia, Copernicus ricorda la sensibilità di questa pianta marina alle temperature elevate e la sua rilevanza ecologica ed economica nel Mediterraneo.
Il problema riguarda anche il funzionamento delle comunità marine. Le ondate di calore possono favorire spostamenti nella distribuzione delle specie, mortalità e degradazione degli habitat. L’aumento della temperatura riduce inoltre la solubilità dell’ossigeno nell’acqua, con possibili effetti sulla fauna. Coralli, spugne e alghe possono subire danni importanti; alterazioni delle comunità e delle reti alimentari possono ripercuotersi sulle attività che dipendono dal mare. Non è però possibile ricavare da questi meccanismi generali una cifra attendibile sulle perdite economiche italiane dell’estate 2026.
Il legame con l’autunno, senza previsioni automatiche
L’attenzione si sposta ora dal fondale all’atmosfera. Nel comunicato sui nuovi dati, il fisico climatologo Antonello Pasini, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, richiama il ruolo del Mediterraneo come fonte di umidità ed energia: l’evaporazione contribuisce alla formazione delle nubi e delle precipitazioni, mentre il trasferimento di energia può alimentare fenomeni intensi. L’IPCC identifica a sua volta il Mediterraneo come una sorgente di evaporazione importante per il ciclo idrologico regionale. Un mare insolitamente caldo è dunque una condizione da considerare quando arrivano perturbazioni e aria più fredda, non un elemento separato dalla meteorologia della terraferma.
Da qui, però, non segue che ogni perturbazione produrrà un’alluvione o che sia già possibile indicare le località colpite. Il riscaldamento marino può contribuire all’intensificazione delle tempeste quando le altre condizioni atmosferiche sono favorevoli. Copernicus sottolinea che anche l’attività dei cicloni dipende fortemente dall’umidità e dalla variazione del vento con la quota, e che le conseguenze delle ondate di calore restano incerte soprattutto su scala regionale. Una condizione favorevole agli eventi intensi non equivale alla previsione di un evento specifico. È la distinzione necessaria per leggere correttamente anche gli allarmi sugli “uragani mediterranei”.
Per le alluvioni entra poi in gioco il territorio. La Protezione civile ricorda che nei centri urbani precipitazioni abbondanti concentrate in poco tempo possono superare la capacità della rete fognaria, causando allagamenti rapidi. Sottopassi, garage, scantinati e piani bassi sono luoghi particolarmente esposti. La temperatura del mare aiuta a comprendere una componente del contesto meteorologico; non descrive, da sola, la capacità di una città di gestire l’acqua. Confondere questi livelli significa perdere di vista proprio gli interventi e i comportamenti che possono limitare le conseguenze.
Proteggere gli ecosistemi e prepararsi a terra
Le aree marine protette restano importanti, ma non sono isolate dal cambiamento climatico. Il rapporto Mare Caldo sui dati del 2025 rileva effetti delle anomalie termiche in aree con differenti livelli di protezione. La valutazione dell’IPCC sul Mediterraneo indica che l’aumento delle ondate di calore marine aggiungerà pressione sugli ecosistemi costieri e marini, con conseguenze anche per pesca, turismo e altre attività. La tutela locale va perciò affiancata alla riduzione delle emissioni: conservare un habitat e limitare la causa del riscaldamento sono esigenze complementari, non alternative.
Per chi vive o soggiorna nelle aree esposte, la preparazione comincia prima della pioggia. La Protezione civile raccomanda di conoscere il piano comunale di emergenza, le zone alluvionabili, le vie di fuga e le aree sicure. Durante un’allerta occorre seguire gli aggiornamenti ufficiali e le disposizioni locali, evitare di soggiornare nei seminterrati e valutare gli spostamenti in funzione del rischio. Se l’acqua è già arrivata, non bisogna scendere in cantina o in garage per recuperare oggetti né uscire per salvare l’automobile: la protezione dei beni non deve esporre le persone a un pericolo maggiore.
Anche pochi centimetri d’acqua possono compromettere il controllo di un veicolo. Attraversare un sottopasso allagato non è quindi una prova da tentare, ma un rischio da evitare. I dati del mare e le indicazioni di sicurezza appartengono a scale diverse, ma richiedono la stessa attenzione: distinguere ciò che si sa, riconoscere ciò che non si può prevedere con precisione e agire prima che l’emergenza restringa le possibilità di scelta. L’estate termica del Mediterraneo non si chiude con il calendario; comprenderne l’eredità serve a proteggere sia gli ecosistemi sia le persone.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l'articolo completo clicca sul seguente link




