La Calabria migliora rispetto all’anno precedente, ma non riesce ancora a garantire livelli sufficienti nell’assistenza sanitaria sul territorio. È il dato più critico che emerge dal nono Rapporto della Fondazione Gimbe sul Servizio sanitario nazionale, presentato il 7 ottobre alla Camera dei deputati: nel monitoraggio relativo al 2024, la regione ottiene appena 52 punti nell’assistenza distrettuale, otto in meno rispetto alla soglia minima di 60 prevista per risultare adempiente ai Livelli essenziali di assistenza (Lea).
Un risultato che colloca la Calabria all’ultimo posto in Italia in questa specifica area. Il quadro è diverso per gli altri due ambiti monitorati: la prevenzione raggiunge 66 punti, mentre l’assistenza ospedaliera si attesta a quota 71. Entrambi i risultati superano la soglia richiesta, ma non bastano a compensare la debolezza dei servizi territoriali, che rappresentano il primo punto di contatto tra cittadini e sistema sanitario.
Più fondi della media nazionale, ma il divario resta
La difficoltà non può essere letta soltanto attraverso la quantità di risorse assegnate. Nel riparto 2025 del Fondo sanitario nazionale indistinto, alla Calabria spettano 2.223 euro per abitante, cinque euro in più rispetto alla media italiana di 2.218 euro.
Il dato colloca la regione leggermente sopra la media nazionale nella distribuzione pro capite, ma non dimostra che le risorse siano sufficienti rispetto ai bisogni della popolazione. La quota assegnata, infatti, non coincide con il valore delle prestazioni effettivamente ricevute dai cittadini e non misura, da sola, la capacità delle strutture di garantire visite, cure e assistenza continuativa.
Per valutare il rapporto tra finanziamento e necessità sanitarie, Gimbe considera anche la diffusione delle patologie croniche e della multicronicità, ovvero la presenza di più malattie croniche nella stessa persona. È in questo confronto che emergono le difficoltà di Calabria e Basilicata: a bisogni assistenziali relativamente elevati non corrisponde una distribuzione delle risorse altrettanto proporzionata.
Il problema, quindi, riguarda sia l’entità dei finanziamenti sia i criteri utilizzati per ripartirli. Una dotazione pro capite lievemente superiore alla media può convivere con difficoltà strutturali quando la domanda di assistenza è elevata e i servizi non riescono a rispondere in maniera adeguata.
Lea, la Calabria sale di 12 punti ma resta ultima
Sommando i risultati delle tre macroaree dei Livelli essenziali di assistenza, la Calabria raggiunge 189 punti complessivi, il valore più basso tra quelli riportati nel confronto del rapporto.
Rispetto al 2023, il punteggio totale è cresciuto di 12 punti. Un progresso che segnala un miglioramento, ma che non modifica il giudizio sull’assistenza distrettuale, ancora al di sotto della soglia minima.
La valutazione dei Lea, infatti, non si basa soltanto sul risultato complessivo: è necessario raggiungere il livello richiesto in ciascuna delle tre aree. Per questo, i risultati ottenuti nella prevenzione e negli ospedali non possono compensare l’insufficienza dei servizi territoriali.
L’assistenza distrettuale comprende un insieme ampio di prestazioni, dall’assistenza primaria alla specialistica ambulatoriale, dalle cure domiciliari ai servizi residenziali e semiresidenziali. Il punteggio regionale non consente di individuare automaticamente le singole prestazioni più problematiche o di attribuire lo stesso livello di criticità a tutte le province, ma segnala una debolezza complessiva che richiede verifiche più approfondite.
Personale sanitario, in Calabria meno dipendenti che nel resto d’Italia
Tra gli elementi che contribuiscono a delineare il quadro regionale c’è la consistenza degli organici. Nel 2024 il Servizio sanitario calabrese contava 19.034 dipendenti, pari a 10,4 ogni mille abitanti. La media nazionale si attestava invece a 12,1.
La differenza è di 1,7 dipendenti ogni mille residenti. Nel confronto riportato dal rapporto, soltanto Sicilia, Campania e Lazio presentano una dotazione inferiore a quella calabrese.
Il divario è particolarmente evidente per gli infermieri. In Calabria se ne contano quattro ogni mille abitanti, contro i 4,75 della media italiana. Per i medici dipendenti, invece, la distanza è più contenuta: 1,78 ogni mille residenti nella regione, rispetto a 1,84 a livello nazionale.
Questi valori si riflettono anche nel rapporto tra le due categorie professionali. In Calabria si registrano circa 2,25 infermieri per ogni medico, mentre la media italiana è di 2,59. Il dato evidenzia una composizione degli organici meno favorevole sul versante infermieristico, una componente essenziale sia per l’attività ospedaliera sia per il funzionamento dei servizi territoriali.
I numeri regionali, tuttavia, non permettono di stabilire quanti professionisti manchino nelle singole strutture o nei diversi distretti. Per comprendere le criticità locali servono informazioni più dettagliate su assunzioni, cessazioni, distribuzione del personale e disponibilità effettiva degli operatori nei servizi.
La spesa per il personale: meno per abitante, di più per dipendente
Il rapporto evidenzia anche una differenza tra la spesa complessiva rapportata alla popolazione e il costo medio per unità di personale.
Nel 2024 la Calabria ha registrato una spesa pro capite per il personale sanitario dipendente pari a 683 euro, contro i 717 euro della media nazionale. Considerando invece la spesa media per dipendente, il valore regionale sale a 65.950 euro, rispetto ai 59.242 euro italiani: una differenza di 6.708 euro.
I due indicatori misurano aspetti diversi. Il primo considera quanto viene speso per il personale in rapporto al numero degli abitanti; il secondo rapporta la spesa al numero dei dipendenti.
La Calabria presenta quindi una spesa per abitante inferiore alla media, ma un costo medio per dipendente più elevato. Gimbe colloca la regione, insieme al Molise, tra quelle che associano una dotazione di personale sotto la media nazionale a una spesa per unità superiore.
Questi dati non significano automaticamente che ogni dipendente percepisca uno stipendio più alto. Per spiegare la differenza occorre considerare la composizione degli organici e le diverse voci di costo, senza attribuire a un singolo indicatore conclusioni che i numeri, da soli, non consentono.
Mobilità sanitaria, sei regioni concentrano il 78,2% del saldo passivo
Un ulteriore elemento riguarda la mobilità sanitaria, cioè gli spostamenti dei pazienti tra le diverse regioni per ricevere prestazioni e cure.
Secondo gli ultimi dati contabilizzati richiamati dal rapporto, relativi al 2023, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia e Lazio concentrano complessivamente il 78,2% del saldo passivo nazionale.
La percentuale riguarda l’insieme delle sei regioni e non può essere attribuita alla sola Calabria. Il saldo mette a confronto il valore delle prestazioni erogate ai residenti fuori dalla propria regione con quello dell’assistenza fornita a pazienti provenienti da altri territori.
Le differenze tra i sistemi sanitari regionali rappresentano, nell’analisi di Gimbe, un elemento di disuguaglianza nell’accesso alle cure. Il dato aggregato, tuttavia, non spiega da solo le ragioni di ogni spostamento né permette di distinguere tutte le tipologie di prestazioni e le destinazioni scelte dai pazienti.
Catanzaro, il quadro regionale da verificare nei distretti
Per il territorio catanzarese, i dati del rapporto rappresentano una cornice di riferimento, ma non consentono di attribuire al capoluogo gli stessi valori registrati a livello regionale. Per comprendere la situazione locale occorre approfondire i numeri delle singole aziende sanitarie e dei distretti, verificando la disponibilità di professionisti, i tempi di accesso alle prestazioni e il funzionamento dei servizi territoriali.
Il quadro generale restituisce una contraddizione evidente: la Calabria dispone di una quota pro capite del Fondo sanitario nazionale leggermente superiore alla media italiana, ma presenta bisogni assistenziali rilevanti, una dotazione di personale ridotta e un’insufficienza nell’assistenza distrettuale.
L’aumento di 12 punti rispetto al 2023 costituisce un segnale positivo, ma non basta a superare le criticità. La sfida resta trasformare le risorse disponibili e il personale in servizi accessibili, tempestivi e continuativi, affinché il miglioramento degli indicatori si traduca in risposte concrete per i cittadini.
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