Il lavoro non è soltanto occupazione. È reddito adeguato, sicurezza, diritti, protezione sociale, possibilità di esprimere le proprie capacità e di partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita professionale. È, soprattutto, dignità.
In occasione della Giornata mondiale per il lavoro dignitoso 2026, la dignità della persona e del lavoro assume una particolare rilevanza in un momento nel quale il mondo del lavoro è attraversato da profonde trasformazioni.
La Dichiarazione di Filadelfia dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), adottata nel 1944 mentre si preparava la ricostruzione del secondo dopoguerra, ci ricorda che il lavoro non è una merce e che una pace durevole può essere fondata soltanto sulla giustizia sociale. A più di ottant’anni di distanza, questi principi conservano intatta la loro attualità.
Crescita economica sostenibile, condizioni di lavoro dignitose, giustizia sociale e pace sono strettamente legate. È all’interno di questa prospettiva che devono essere affrontate anche le questioni che incidono direttamente sulla qualità della vita delle lavoratrici e dei lavoratori: salari e potere d’acquisto, qualità dell’occupazione, tempi di lavoro, parità di genere, sicurezza e salute sul lavoro, protezione sociale, contrattazione collettiva e dialogo sociale.
A queste sfide si aggiungono oggi tre grandi transizioni destinate a trasformare profondamente il futuro del lavoro: la transizione demografica, quella digitale e quella ecologica. La questione non è più stabilire se questi cambiamenti avverranno. Sono già in corso. La sfida è decidere come governarli e come fare in modo che producano lavoro dignitoso e progresso sociale.
Demografia: rendere il lavoro sostenibile lungo tutto l’arco della vita lavorativa
L’invecchiamento della popolazione, la riduzione del numero di giovani che entrano nel mercato del lavoro e l’uscita progressiva delle generazioni più numerose stanno modificando la disponibilità e la composizione della forza lavoro.
Le politiche demografiche producono necessariamente effetti nel lungo periodo. Anche un’inversione delle tendenze della natalità richiede molti anni prima di tradursi in nuovi ingressi nel mercato del lavoro. Per questo è necessario agire anche sul presente, valorizzando tutte le forze di lavoro potenziali e intervenendo sulle condizioni che rendono il lavoro attrattivo e sostenibile.
Ciò significa investire nella qualità del lavoro, nelle competenze e nella produttività; favorire una maggiore partecipazione al mercato del lavoro; creare condizioni che consentano ai lavoratori senior di continuare a lavorare in sicurezza; sviluppare forme di organizzazione del lavoro capaci di conciliare attività professionale, responsabilità di cura e vita privata; accompagnare, quando necessario, percorsi graduali di uscita dal mercato del lavoro.
Significa inoltre governare la mobilità del lavoro e le migrazioni in modo equo, ordinato e rispettoso dei diritti, affinché possano contribuire a rispondere alla domanda di competenze e di lavoratori senza creare nuove vulnerabilità.
Intelligenza artificiale: governare la tecnologia, non esserne governati
La seconda grande trasformazione riguarda la digitalizzazione e, in particolare, l’intelligenza artificiale (IA).
L’IA è già entrata nel mondo del lavoro. Sistemi algoritmici possono essere utilizzati nel reclutamento, nell’organizzazione dei turni, nell’assegnazione delle attività e nella valutazione delle prestazioni. Tecnologie sempre più sofisticate stanno inoltre modificando professioni, competenze richieste e organizzazione dei processi produttivi.
Di fronte a una trasformazione di questa portata, la domanda non può essere soltanto che cosa sia tecnicamente possibile fare. Occorre chiedersi chi decide, sulla base di quali dati, per quali finalità e con quali possibilità di controllo, trasparenza e contestazione.
L’approccio deve rimanere centrato sulla persona e garantire un effettivo controllo umano sulle decisioni che incidono sulla vita lavorativa.
Occorre quindi passare dal dibattito sul “se” governare l’intelligenza artificiale all’applicazione concreta di misure sul “come” governarla. Questo significa verificare se le istituzioni e le regole del lavoro siano adeguate alle nuove realtà tecnologiche, individuare eventuali lacune e stabilire quali aspetti dell’introduzione dell’IA nei luoghi di lavoro possano essere affrontati attraverso il dialogo sociale e la contrattazione collettiva.
Significa anche condividere in maniera equa responsabilità, costi e benefici della trasformazione. Lo sforzo di adattamento non può ricadere esclusivamente sulle lavoratrici e sui lavoratori o sulle imprese maggiormente esposte, in particolare quelle di piccole dimensioni.
Allo stesso modo, i benefici derivanti dagli incrementi di produttività devono poter contribuire al progresso sociale. La contrattazione collettiva può svolgere un ruolo importante nel definire come tali benefici possano tradursi, ad esempio, in migliori condizioni di lavoro, salari, formazione, maggiore autonomia professionale o nuove modalità di organizzazione e riduzione dei tempi di lavoro.
Transizione ecologica: una transizione deve essere anche giusta
Anche la transizione ecologica pone una questione fondamentale di equità.
La trasformazione verso economie ambientalmente sostenibili può creare nuove attività, professioni e opportunità di lavoro. Allo stesso tempo, i suoi costi e benefici non saranno automaticamente distribuiti in maniera uniforme.
Alcuni settori, territori, imprese e gruppi di lavoratori saranno maggiormente esposti ai cambiamenti. Per questo una transizione ecologica efficace deve essere anche una transizione giusta, capace di creare lavoro dignitoso e di accompagnare le persone e le imprese interessate dalle trasformazioni.
Politiche del lavoro, formazione continua e riqualificazione professionale, protezione sociale e sostegno alla riconversione delle imprese sono strumenti indispensabili. Ma altrettanto indispensabile è il coinvolgimento delle parti sociali nella definizione e nell’attuazione di tali politiche.
Il dialogo sociale come strumento per governare il cambiamento
Le trasformazioni demografiche, digitali ed ecologiche hanno un elemento in comune: non possono essere governate efficacemente senza il coinvolgimento di chi il mondo del lavoro lo costruisce e lo vive ogni giorno.
Governi, organizzazioni dei datori di lavoro e sindacati devono poter contribuire alla definizione delle risposte attraverso istituzioni solide di dialogo sociale, la contrattazione collettiva nazionale e relazioni industriali nei luoghi di lavoro.
Il dialogo sociale non è una semplice consultazione. Richiede disponibilità alla ricerca del consenso e, quando necessario, alla mediazione tra interessi diversi per costruire soluzioni condivise e sostenibili.
È proprio nei momenti di trasformazione e di incertezza che questo metodo acquista maggiore importanza. Un nuovo patto sociale, fondato sulla partecipazione delle tre componenti del mondo del lavoro, può permettere di anticipare i cambiamenti anziché subirli, distribuendone in maniera più equa opportunità, benefici e costi.
Mettere le persone al centro
La Giornata mondiale per il lavoro dignitoso ci ricorda che il futuro del lavoro non è predeterminato.
Dipende dalle scelte che compiamo oggi.
Mettere le persone al centro significa fare in modo che innovazione e produttività vadano di pari passo con diritti e giustizia sociale; che nessuno venga lasciato indietro nelle trasformazioni; che lavoratrici, lavoratori e imprese possano partecipare alle decisioni che ne determineranno il futuro.
Il lavoro dignitoso non è soltanto uno degli obiettivi delle trasformazioni in corso: è la condizione perché queste trasformazioni siano socialmente sostenibili e contribuiscano a costruire società più eque, inclusive e pacifiche.
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