L’economia cinese rallenta ma resiste, punta su export e tecnologia e intanto ridisegna gli equilibri industriali del continente. Per l’Ue, e ancor più per l’Europa centro-orientale e i Balcani occidentali, è il momento di scegliere come stare in questa partita.
Un gigante che frena, ma non si ferma.
I numeri del primo semestre 2026 raccontano una Cina a due velocità. Il Pil è cresciuto del 4,7% su base annua, per un valore di circa 69,57 trilioni di yuan (circa 10,25 trilioni di dollari). Il trimestre di partenza ha segnato un +5,0%, poi la corsa si è fermata al 4,3% nel secondo: il segno di una tensione tra resilienza di breve periodo e nodi strutturali irrisolti. Fmi e Banca Mondiale hanno rivisto le stime e indicano per i prossimi anni una crescita tra il 4,3% e il 4,6%.
A trainare l’economia sono state le esportazioni e gli investimenti nei settori ad alta tecnologia, mentre i consumi interni restano deboli. Il reddito disponibile pro capite è salito del 5,2% in termini nominali, circa il 4,2% al netto dei prezzi. Eppure i consumi delle famiglie nel primo trimestre sono cresciuti appena del 2,6%, e le vendite al dettaglio hanno toccato i 24,87 trilioni di yuan (+1,3%). Trasporti, telecomunicazioni, istruzione, intrattenimento e beni per la casa mostrano dinamiche fiacche: segnale di una scarsa propensione a spendere per ciò che non è strettamente necessario.
Il fattore che più pesa sulla fiducia è il mercato immobiliare. I prezzi reali delle case sono scesi di circa il 23% dal picco del luglio 2021. Tra gennaio e maggio 2026 gli investimenti nel settore si sono contratti del 16,2%, mentre nel semestre gli investimenti fissi complessivi hanno perso il 5,7%. I finanziamenti ai costruttori sono crollati: -21% in totale e -36% per i prestiti bancari domestici a maggio. Resta poi un enorme stock di unità vendute sulla carta ma mai completate, che alimenta pressioni sulla liquidità e un effetto ricchezza negativo per le famiglie.
Lavoro: la disoccupazione è al 5,2% ma quella giovanile tocca il 16%.
Gli indicatori ufficiali del mercato del lavoro appaiono stabili. A giugno la disoccupazione urbana era al 5,0%, con una media del 5,2% nel semestre. Ma il calo delle ore settimanali lavorate suggerisce capacità produttiva sottoutilizzata, e la disoccupazione giovanile, intorno al 15-16%, resta un problema serio. Pechino ha varato un Piano d’azione per la stabilizzazione dell’occupazione con tre priorità: proteggere i posti nei settori tradizionali chiave, sostenere la creazione di lavoro con stimoli a consumi e investimenti, migliorare la qualità degli impieghi attraverso formazione e servizi.
Politiche espansive, ma il credito non decolla.
Le autorità cinesi hanno scelto la via espansiva. Il deficit fiscale consolidato è stimato tra il 7,6% e l’8,1% del Pil nel 2026. L’emissione di obbligazioni speciali locali è stata aumentata (tetto di 4,7 trilioni di yuan) e destinata in gran parte alle infrastrutture. La Banca popolare cinese ha tagliato il coefficiente di riserva obbligatoria, dall’11,5% a circa il 10,0% nel 2026, e il tasso di riferimento LPR a un anno, passato dal 3,65% del gennaio 2025 al 3,35% di metà 2026. Strumenti di rifinanziamento mirati sostengono Pmi, agricoltura e tecnologie verdi.
Il credito, però, non decolla: a maggio è cresciuto solo del 7,7%, tra prudenza delle banche e domanda debole da parte di imprese e famiglie. L’inflazione dei prezzi al consumo si è fermata in media attorno all’1,0% (1,2% quella core), il che lascia margini per nuovi stimoli. I prezzi alla produzione restano in deflazione (-0,3% a maggio), anche se in miglioramento rispetto al biennio 2023-2024. Il quadro riflette consumi fiacchi ed eccesso di capacità produttiva.
La “Cina verde” e le sue conseguenze per l’Europa.
Pechino punta con decisione sulla decarbonizzazione e domina le tecnologie chiave delle rinnovabili: circa l’80% della produzione mondiale di pannelli fotovoltaici, il 70-75% delle batterie agli ioni di litio, il 60% delle turbine eoliche (dati Aie/Banca Mondiale) e circa il 50% degli elettrolizzatori. La produzione di auto elettriche è salita del 35% nel semestre, e a giugno i veicoli elettrici hanno raggiunto il 62,8% delle nuove immatricolazioni al dettaglio. Un primato che offre opportunità (tecnologie pulite più economiche, transizione più rapida) ma anche rischi (pressione competitiva, dipendenza dalle catene di fornitura).
Sul fronte commerciale, le esportazioni cinesi sono cresciute del 15,5% nel periodo gennaio-maggio, spinte dall’alta tecnologia (+31%), mentre i prodotti ad alta intensità di lavoro arrancano. Le importazioni sono salite del 14,3%, ma quelle di beni di consumo restano limitate, ulteriore conferma della domanda interna debole. L’avanzo di conto corrente si attesta al 2,1% del Pil nel 2026, con previsioni in calo allo 0,9% nel 2027 e allo 0,4% nel 2028. Tensioni geopolitiche, dazi e revisioni doganali frenano però le prospettive e aumentano il rischio di frammentazione delle catene di approvvigionamento.
Europa centro-orientale: l’automotive cinese soppianta quello europeo.
Dall’Europa centro-orientale verso la Cina viaggiano soprattutto componentistica auto, macchinari, prodotti chimici e agroalimentari. Nel 2025 la Polonia ha esportato circa 3,2 miliardi di euro (macchine elettriche, apparecchi meccanici, rame), la Repubblica Ceca circa 2,8 miliardi (componenti auto), l’Ungheria 2,1 miliardi. Il calo della domanda cinese, in particolare nell’edilizia, riduce la richiesta globale di materie prime e componenti e può colpire gli esportatori della regione.
L’esposizione maggiore è quella dell’automotive, che pesa in modo rilevante su Pil ed export di Cechia, Slovacchia, Polonia e Ungheria. Il radicamento dei costruttori cinesi di auto elettriche in Europa, anche con stabilimenti nell’Ue e nei Paesi vicini, accentua la concorrenza di prezzo e comprime i margini di produttori e fornitori locali. Nel 2025 i marchi cinesi hanno conquistato circa l’11% del mercato europeo dell’auto elettrica. Serve quindi una strategia che sostenga la modernizzazione e il passaggio a componenti a maggior valore aggiunto.
Investimenti cinesi nei Balcani: luci e ombre.
Negli ultimi dieci anni gli investimenti diretti cinesi in Europa centro-orientale e Balcani occidentali sono cresciuti molto, superando i 27 miliardi di euro tra il 2010 e il 2025. I settori principali sono automotive e componentistica (circa il 35%), tecnologie dell’informazione (circa il 20%) ed energia e infrastrutture (circa il 18%). Ne derivano vantaggi, come trasferimento tecnologico e occupazione, ma anche rischi per la sicurezza, per l’economia e per una possibile dipendenza dal capitale straniero. Molti Paesi hanno perciò irrigidito i controlli sugli investimenti. Intanto l’attuazione dei progetti della Belt and Road Initiative (Bri) rallenta, e la frenata cinese riduce la disponibilità di finanziamenti a buon mercato.
Nei Balcani occidentali la presenza cinese è stata massiccia, soprattutto in infrastrutture ed energia: circa 12 miliardi di dollari di progetti tra il 2013 e il 2025. L’impegno maggiore riguarda la Serbia (trasporti ed energia, oltre 8 miliardi), seguita dal Montenegro (autostrada Bar-Boljare, prestito da circa 944 milioni di dollari), dalla Macedonia del Nord (strade) e dalla Bosnia ed Erzegovina (energia e strade). Spesso i finanziamenti sono stati commerciali, con scarsa partecipazione delle imprese locali: ne sono risultati meno trasferimento tecnologico e meno sviluppo per il tessuto imprenditoriale. Il caso del Montenegro è emblematico, perché il prestito per l’autostrada ha fatto salire sensibilmente il debito pubblico, rendendo necessario il sostegno di Ue e istituzioni internazionali. La minore spinta dell’economia cinese riduce l’afflusso di nuovi progetti Bri: da un lato attenua il rischio di sovraindebitamento, dall’altro lascia un vuoto di investimenti da colmare con fonti alternative.
Rinnovabili: la dipendenza che preoccupa l’Ue.
La supremazia cinese nelle filiere green ha effetti concreti. Le attrezzature a basso costo permettono una decarbonizzazione rapida: in Polonia, nel 2025, sono stati installati circa 8 GW di nuovo fotovoltaico, con il 70-80% dei moduli di origine cinese o prodotti da aziende cinesi in Europa. Ma l’evoluzione dei dazi globali e le tensioni geopolitiche spingono sempre più verso una produzione “in Europa per l’Europa”. Le joint venture che localizzano nel continente una parte della produzione avanzata, in collaborazione con le imprese locali, potrebbero essere la risposta, e decidere l’accesso futuro al mercato, in particolare quello dell’Ue.
I numeri dello squilibrio commerciale.
Nel 2025 l’interscambio tra Ue e Cina è stato di circa 783 miliardi di euro: 229 miliardi di export europeo contro circa 554 miliardi di importazioni dalla Cina, per un deficit di circa 325 miliardi. Le importazioni sono dominate da elettronica e apparecchiature elettriche (circa il 35%) e macchinari (circa il 22%), poi tessili e mobili. La crescita rapida di veicoli elettrici e componenti (con auto e batterie intorno al 7% dell’import nel 2025, in forte ascesa dal 2020) accresce la pressione competitiva sui settori industriali chiave.
Bruxelles ha risposto con un mix di strumenti difensivi e offensivi: dazi antidumping e compensativi, meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), regolamento sulle sovvenzioni estere (Fsr), controllo sugli investimenti esteri, e politiche per rafforzare le filiere europee (Ipcei, Chips Act, Alleanza europea per le batterie). Lo scopo è garantire condizioni di parità e recuperare autonomia strategica nelle tecnologie critiche.
Le ricette per l’Europa.
Per muoversi in questo scenario geopolitico e cogliere le opportunità che si aprono, la prima mossa riguarda il commercio: l’Europa deve diversificare export e mercati di sbocco, spostandosi verso segmenti ad alto valore aggiunto come componenti, automazione e servizi specializzati. Una strada che passa inevitabilmente dall’automotive, chiamato a una vera metamorfosi: dalla componentistica a basso margine alla produzione di sistemi di precisione, con un inserimento nelle filiere elettriche più avanzate e la nascita di centri di ricerca e sviluppo sul territorio.
C’è poi il capitolo debito, che per i Paesi più esposti non è una questione secondaria. I grandi progetti infrastrutturali vanno valutati con cura, attraverso appalti trasparenti, analisi costi-benefici rigorose e scenari realistici di rimborso, per non ripetere gli errori del passato. Sul fronte energetico e industriale, la parola d’ordine è sviluppare filiere rinnovabili locali, dai componenti al riciclo delle batterie, dalla lavorazione delle materie prime critiche fino a produzione, stoccaggio e trasmissione di energia.
Sul versante degli investimenti stranieri, Bruxelles e le capitali sono chiamate a rafforzare i meccanismi di controllo, con regole chiare capaci di attrarre capitali in linea con gli standard di sicurezza e trasparenza. Parallelamente, serve un sostegno coordinato alle filiere strategiche, da batterie e fotovoltaico a semiconduttori e idrogeno, con più risorse per gli Ipcei e strumenti che sappiano combinare capitale pubblico e privato.
Resta fondamentale la tenuta degli scudi commerciali. Cbam, Fsr e dazi antidumping vanno mantenuti e applicati per garantire un terreno di gioco equo, senza rinunciare a lavorare per una liberalizzazione multilaterale delle misure doganali temporanee. Uno sguardo particolare spetta ai Balcani: ai Paesi candidati all’adesione va assicurato un sostegno più forte, con strumenti alternativi per finanziare le infrastrutture, come il nuovo piano di investimenti per i Balcani occidentali, condizionati a trasparenza e standard ambientali.
Il filo che tiene insieme il tutto è la scelta di fondo della politica commerciale europea: orientarla al dialogo, abbinando misure difensive, diplomazia economica attiva e negoziati, per scongiurare una frammentazione eccessiva degli scambi.
Il messaggio per Bruxelles e dintorni.
Il segnale per l’Ue, l’Europa centro-orientale e i Balcani occidentali è netto: protezione e trasformazione devono procedere insieme. Proteggere significa usare strumenti commerciali e regolatori a difesa dei settori strategici. Trasformare significa investire in tecnologie, capitale umano e infrastrutture per competere nelle nuove condizioni. Per le regioni centro-orientali e balcaniche la sfida ha una dimensione particolare, perché impone una modernizzazione industriale accelerata, una gestione più attenta degli investimenti esteri e una cooperazione più stretta con l’Ue e le istituzioni internazionali. Per Bruxelles è il momento di agire: costruire filiere resilienti, sostenere la transizione verde e digitale, condurre una politica commerciale e degli investimenti fondata su regole trasparenti e partenariato internazionale.
Il successo dipenderà dalla capacità di muoversi su tre livelli: nazionale (riforme strutturali e modernizzazione), europeo (coordinamento di investimenti e strumenti di protezione) e multilaterale (dialogo, stabilità finanziaria, sostegno alle riforme, relazioni internazionali che portino a una graduale liberalizzazione di dazi e restrizioni).
foto Mauro Bottaro European Union, 2017 Copyright Source: EC – Audiovisual Service
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