Se avete azioni del Monte, o se seguite da mesi questa partita fra due banche che si contendono Siena, dietro quei venticinque centesimi c’è un calcolo sui tempi del voto, insieme a una frase che Lovaglio aveva pronunciato appena tre giorni prima.
Avviso: questo articolo ha finalità informativa e giornalistica. Non costituisce sollecitazione al risparmio, consulenza finanziaria o raccomandazione di adesione o di voto.
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Settecentosessanta milioni messi sul piatto
Il costo del ritocco si ricava dalle stesse cifre diffuse da Intesa. Dividendo i 3,8 miliardi della parte in contanti per 1,25 euro si arriva a una platea di circa 3,04 miliardi di azioni Mps; moltiplicata per i venticinque centesimi aggiuntivi, quella platea porta l’esborso in più intorno ai 760 milioni, la stessa somma calcolata da Milano Finanza.
Il concambio è rimasto dov’era. Alzarlo avrebbe significato emettere altre azioni Intesa, allargando la diluizione per chi già le possiede; il denaro lascia fermo il numero dei nuovi titoli e consegna ai soci senesi una cifra che nessuna seduta di Borsa potrà erodere. Il contante pesa poco più del 12% del valore teorico… il resto continua a muoversi con Piazza Affari, al ritmo di sedici centesimi per ogni dieci guadagnati o persi dal titolo Intesa.
La distanza che il mercato aveva già misurato
Nelle sedute che hanno preceduto il consiglio il titolo del Monte trattava appena sopra il valore implicito dell’offerta, segno che chi comprava in Borsa stava già scommettendo su un rilancio.
Mercoledì 30 settembre, davanti alle telecamere di Bloomberg TV, Lovaglio aveva giudicato difficile una mossa di Intesa prima dell’assemblea, aggiungendo che in quel caso la banca di Messina avrebbe dovuto «rivedere il prezzo», a suo avviso lontano da quanto vale Rocca Salimbeni. Nella stessa intervista, ripresa anche da La Stampa, l’amministratore delegato descriveva il voto di fine ottobre come qualcosa di diverso da un referendum fra le due offerte e lasciava uno spiraglio a un ruolo futuro di UniCredit, che chiamava «un’opzione». Poi un’ammissione rara per un banchiere in piena battaglia: allo stato il Monte non ha un piano B, se i soci dovessero respingere le Ops…
Tre giorni più tardi Intesa ha rivisto il prezzo.
Il confine segnato sull’ordine del giorno
I soci di Banca Monte dei Paschi si ritroveranno a Siena, nella sede di viale Mazzini 23, alle dieci di giovedì 29 ottobre, in unica convocazione. L’ordine del giorno, integrato il 24 settembre, mette nella parte straordinaria cinque delibere. La terza chiede di approvare l’offerta di scambio su tutte le azioni di Banco Bpm e di delegare il consiglio ad aumentare il capitale, entro il 31 dicembre 2027 e con esclusione del diritto di opzione, per pagarla con nuove azioni; la quarta ripete lo schema per Banca Generali. La quinta riguarda la riduzione volontaria del capitale prevista dall’articolo 2445 del codice civile, il passaggio che libererebbe riserve da distribuire agli azionisti.
Per queste tre voci Intesa ha rinunciato in anticipo alla facoltà di passare sopra le condizioni fissate al paragrafo 1.5 della comunicazione di giugno, quella prevista dall’articolo 102 del Testo unico della finanza. Le delibere arrivano in sala per effetto dell’articolo 104, la passivity rule, che vieta a una società sotto offerta pubblica di compiere atti capaci di ostacolarla finché i soci non li hanno autorizzati: due aumenti di capitale per comprare altrettante banche ricadono in pieno in quella categoria.
Mediobanca e le delibere rimaste in sospeso
Sul resto dell’agenda Intesa si tiene le mani libere. Il piano di acquisto di azioni proprie, il trasferimento al Monte delle azioni Assicurazioni Generali oggi detenute dalla controllata, la distribuzione di riserve in denaro e in titoli del Leone, le scissioni che coinvolgono Mediobanca Premier e Widiba: per ognuna deciderà più avanti se far valere il mancato avveramento delle condizioni o lasciar correre.
La fusione per incorporazione di Mediobanca, primo punto della parte straordinaria, merita un discorso a sé. A giugno Intesa aveva disegnato l’offerta dando per scontato quel matrimonio; oggi, considerato il tempo trascorso e la scarsa visibilità sui progressi dell’integrazione, spera che i soci senesi rinuncino ad approvare sia la fusione sia le scissioni collegate, lasciando che sia il proprio management a completare l’operazione dopo l’Opas per evitare costi doppi e intoppi sui sistemi informatici.
Le Ops del Monte riportate ai prezzi di giugno
Il 20 agosto il consiglio di Mps aveva approvato due offerte pagate soltanto in azioni: 1,567 nuovi titoli Mps per ogni azione Banco Bpm, circa 25,3 miliardi in tutto; 6,958 per ogni azione Banca Generali, circa 8,7 miliardi. Sui prezzi del 19 agosto la prima risultava alla pari mentre la seconda incorporava un premio del 10%.
Quella fotografia, però, era stata scattata con le quotazioni del Monte già spinte all’insù dal premio dell’Opas. A settembre, su richiesta della Consob, è stata la stessa Mps a rifare i conti sui prezzi del 5 giugno: ne è uscito uno sconto dell’8,1% per Banco Bpm e del 3,2% per Banca Generali, cifre pubblicate anche da La Nazione. Nello stesso documento il Monte indicava, ai prezzi più recenti, premi impliciti del 3,4% e del 12,8%, avvertendo che non era possibile separarli dall’effetto dell’offerta di Intesa. La banca senese ha poi messo per iscritto che le sue Ops sono irrevocabili: anche se Intesa riuscisse a conquistarla prima della loro conclusione, il cambio di controllo non basterebbe, di per sé, a farle decadere.
Il giorno dopo il voto
Se vincesse il sì, l’attenzione passerebbe in un attimo agli azionisti delle due banche bersaglio, perché ciascuna Ops ha bisogno di adesioni pari almeno al 50% del capitale più un’azione, oltre alle autorizzazioni, con un traguardo che Mps colloca entro metà febbraio 2027. In Banco Bpm il primo socio è Crédit Agricole, che non ha mai nascosto i propri dubbi sull’integrazione con Siena, mentre Banca Generali è controllata da Assicurazioni Generali. Ad adesioni piene, contando anche la fusione con Mediobanca, gli attuali soci del Monte avrebbero circa il 50,1% del nuovo gruppo, quelli di Banco Bpm il 37,2% e quelli di Banca Generali il 12,7%.
Con il no l’Opas andrebbe avanti al nuovo prezzo, lungo una strada ancora da completare. Il 15 settembre l’Ivass ha autorizzato in via preventiva Intesa ad acquisire le partecipazioni indirette in Assicurazioni Generali e nelle due compagnie Axa Mps; l’Antitrust ha invece aperto un’istruttoria, che la banca ha descritto come attesa. Solo a iter concluso la Consob potrà approvare il documento d’offerta e aprire le adesioni, con una soglia fissata a giugno al 66,67% del capitale e rinunciabile da Intesa. A operazione riuscita, circa 635 filiali con il marchio Mps confluirebbero in una banca destinata a Unipol, per un prezzo fino a 3,5 miliardi e con il passaggio previsto nel secondo semestre del 2027.
Le mani che reggono il voto
Il socio più pesante è Delfin, con il 17,5%, seguito dal gruppo Caltagirone con il 13,5%; nessuno dei due ha reso pubblico come voterà e la holding della famiglia Del Vecchio ha affidato a Lazard l’esame dell’operazione. Il Tesoro ha fatto sapere che non parteciperà all’assemblea. Banco Bpm, titolare del 3,74%, si ritrova a essere insieme socio dell’offerente e società da conquistare.
Per le delibere straordinarie servono i due terzi del capitale rappresentato in sala, mentre una larga fetta di quel capitale appartiene a fondi internazionali che spesso si muovono sulle raccomandazioni dei proxy advisor. Quelle di Iss e Glass Lewis sono attese nella seconda metà di ottobre. A settembre gli stessi consulenti avevano suggerito il sì all’aumento di capitale di Intesa a servizio dell’Opas, approvato il 10 settembre con il 97% dei voti.
La cedola di novembre
Le date spiegano perché Intesa ha sentito il bisogno di blindare il concambio. Il suo consiglio si riunirà venerdì 30 ottobre, ventiquattro ore dopo l’assemblea senese, per approvare i conti al 30 settembre e deliberare l’acconto sul dividendo, con stacco della cedola lunedì 23 novembre e pagamento il 25. Un’Opas regolata dopo quella data consegnerebbe agli aderenti azioni ormai prive della cedola: il ritocco promesso al rapporto di cambio servirà a compensare per intero quella perdita, qualunque sia il giorno di chiusura.
Siena, le filiali e le persone
Alla città Intesa offre un polo tecnologico specializzato, una sede secondaria di strutture centrali del gruppo, la possibile nascita di una Direzione Commerciale per la Toscana e più credito per il territorio. Le cifre di giugno restano quelle: circa 625 filiali Mps rimarrebbero nel gruppo insieme a Mediobanca, con un piano che per quel perimetro prevede 6.800 uscite volontarie accompagnate da altrettante assunzioni.
Dall’altra parte del tavolo Mps ha messo nero su bianco che l’integrazione con Banco Bpm non comporterebbe chiusure di sportelli, salvo interventi limitati che l’Antitrust dovesse chiedere.
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