#Finsubito news dalla rete – Quando il mercato diventa misura dell’uomo – Dalla rivoluzione neoliberale alla crisi della politica: siamo ancora capaci di decidere quale società vogliamo?


C’è stato un tempo in cui l’economia era considerata soprattutto uno strumento della politica. Compito della politica era indicare una direzione, stabilire priorità, mediare tra interessi differenti e costruire, almeno nelle intenzioni, un progetto di società. Negli ultimi decenni questo rapporto sembra essersi progressivamente rovesciato. Sempre più spesso sono i mercati, la finanza, la competitività, il debito, la produttività e gli equilibri economici a delimitare lo spazio entro il quale la politica ritiene possibile muoversi. Non è più l’economia a essere governata dalla politica: talvolta sembra essere la politica a dover ottenere il permesso dell’economia.

  Come siamo arrivati fin qui? Come scrissi in un precedente articolo, “Effetto valanga – Come fu che l’economia e la finanza si sostituirono alla politica”, una parte della risposta può essere cercata nella svolta economica e culturale iniziata negli ultimi decenni del Novecento. A partire dagli anni Settanta e soprattutto dagli anni Ottanta acquisirono crescente influenza teorie che attribuivano al mercato una capacità di autoregolazione superiore a quella dello Stato. La scuola di Chicago, della quale Milton Friedman fu uno degli esponenti più conosciuti, contribuì fortemente alla diffusione di idee fondate sulla deregolamentazione, sulla privatizzazione, sulla libertà dei movimenti di capitale, sulla riduzione dell’intervento pubblico e sulla centralità della concorrenza. Quelle idee non rimasero confinate nelle università. Entrarono nelle politiche economiche di numerosi Paesi e contribuirono a modificare profondamente il rapporto tra Stato e mercato. Dagli anni Ottanta si è effettivamente registrata una forte diffusione internazionale di politiche riconducibili a questo paradigma. Economisti dello stesso Fondo Monetario Internazionale hanno successivamente osservato che alcune di esse, in particolare la liberalizzazione finanziaria e determinate politiche di austerità, hanno prodotto benefici sulla crescita meno evidenti del previsto e costi in termini di disuguaglianza.

  Sarebbe tuttavia semplicistico trasformare questa constatazione in una condanna assoluta del mercato o attribuire a un’unica teoria economica tutti i problemi contemporanei. L’apertura degli scambi, l’innovazione, la concorrenza e l’integrazione economica hanno contribuito anche alla crescita di vaste aree del pianeta. L’economista turco-americano Dani Rodrik, professore di Economia politica internazionale alla Harvard Kennedy School, ricorda, per esempio, che durante quella stessa epoca la forte crescita di numerose economie in via di sviluppo ha accompagnato una straordinaria riduzione della povertà estrema mondiale. Allo stesso tempo, egli ha evidenziato i limiti di un’eccessiva fiducia nella capacità dei mercati di rispondere, da soli, a problemi quali disuguaglianza, transizione climatica, sanità pubblica e resilienza economica. Il problema, dunque, forse non è il mercato in sé. Il problema nasce quando il mercato smette di essere uno strumento e diventa una misura. Quando ciò che non produce profitto viene considerato improduttivo; quando un ospedale, una scuola, un’università o un servizio pubblico vengono valutati prevalentemente secondo parametri mutuati dall’impresa; quando persino il tempo dell’uomo viene giudicato sulla base di quanto riesce a produrre, qualcosa cambia non soltanto nell’economia, ma nella cultura di una società.

  Ed è forse qui che la questione economica diventa antropologica. Abbiamo progressivamente imparato a parlare di noi stessi come se fossimo piccole aziende: dobbiamo essere competitivi, efficienti, produttivi, continuamente aggiornati. Il tempo non impiegato a produrre rischia di apparirci come tempo perso. Un uomo però che legge senza uno scopo professionale sta perdendo tempo? Una persona che contempla, studia filosofia, scrive una poesia, si occupa degli altri o semplicemente pensa, sta producendo meno oppure sta facendo qualcosa che non sappiamo più misurare? La domanda diventa ancora più urgente nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Se le nuove tecnologie permetteranno di produrre la stessa ricchezza impiegando una quantità minore di lavoro umano, avremo davanti due possibilità profondamente diverse: utilizzare quell’aumento di produttività per liberare una parte del tempo dell’uomo oppure trasformarlo semplicemente in ulteriore produzione. Non sarà la tecnologia a scegliere. Sarà la società; e qui ritorna necessariamente la politica.

  Negli ultimi decenni, in molti Paesi avanzati, produttività e retribuzione del lavoratore tipico non hanno proceduto sempre allo stesso passo. Un’analisi dell’OCSE ha rilevato che, nei Paesi studiati, la crescita della produttività si è in parte separata dalla crescita della retribuzione reale mediana e che la quota del reddito destinata al lavoro è diminuita in molti di essi. Altre ricerche OCSE mostrano inoltre come concentrazione economica, potere delle imprese nella determinazione dei salari e indebolimento di alcune istituzioni contrattuali possano incidere sulle disuguaglianze salariali. Non significa che esista un’unica causa né una soluzione universale. Significa però che l’economia non è una forza naturale come la gravità. Le regole dei mercati, la fiscalità, la tutela del lavoro, i servizi pubblici, la distribuzione dei benefici della tecnologia sono anche conseguenza di decisioni collettive. Ed è forse questa la conquista culturale che dovremmo recuperare: la consapevolezza che non tutto ciò che esiste è inevitabile.

  La crisi climatica rende questa riflessione ancora più urgente. Un modello economico fondato sull’espansione continua della produzione e dei consumi deve necessariamente confrontarsi con un pianeta dalle risorse e dagli equilibri fisici limitati. La risposta non può essere semplicemente arrestare lo sviluppo, così come non può essere confidare ciecamente che ogni problema ambientale verrà risolto da una futura tecnologia. Occorre tornare a discutere che cosa intendiamo per progresso. Produrre di più?
Consumare di più? Possedere di più? Oppure vivere meglio? Sono domande che nessun algoritmo, nessun mercato e nessun indice finanziario possono risolvere per noi. Ed è qui che cultura, scuola, letteratura, teatro e arte riacquistano una funzione che potrebbe apparire inutile soltanto a chi misura tutto attraverso il rendimento economico: insegnarci a formulare domande. Non si tratta di inculcare nelle nuove generazioni una nuova ideologia destinata a sostituirne un’altra. Sarebbe semplicemente cambiare il contenuto mantenendo lo stesso metodo. Occorre fare qualcosa di più difficile: sviluppare consapevolezza.
Mostrare che dietro ciò che viene presentato come naturale esistono spesso scelte storiche; che un modello economico non è una legge dell’universo; che crescita e benessere non sono necessariamente sinonimi; che il mercato può essere uno straordinario strumento senza per questo diventare il metro con cui misurare ogni dimensione dell’esistenza.

  Antonio Gramsci riprese una celebre formula di Romain Rolland: “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. Forse oggi abbiamo bisogno proprio di questo. Guardare con lucidità le contraddizioni del nostro tempo senza trasformare la lucidità in disperazione. Perché dichiarare inevitabile il futuro significa rinunciare in anticipo alla possibilità di modificarlo. Allora la domanda non è se dobbiamo tornare indietro, né se dobbiamo scegliere semplicemente tra Stato e mercato. La domanda è molto più profonda: vogliamo che l’economia continui a stabilire quale società possiamo permetterci, oppure vogliamo tornare a decidere quale economia serve alla società che desideriamo costruire?

Angelo Lo Verme

 


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