Dopo un 2025 in calo, i distributori italiani chiudono i primi nove mesi del 2026 in crescita, nonostante l’arrivo di bottiglie dalla Francia risulti stazionario. A spingere sono i grandi marchi, mentre faticano i récoltant.
Che gli italiani amino lo Champagne è fuori discussione. Eppure, dopo una ‘ubriacatura’ di bollicine francesi nel periodo del post-covid, anche il Belpaese ha visto una flessione e nel 2025 – a fronte di spedizioni mondiali scese del 2,1% (266,1 milioni di bottiglie, in picchiata rispetto al record di 326 milioni nel 2022) – l’Italia ha fatto peggio della media, fermandosi a 7,79 milioni di bottiglie, ovvero -7% sul 2024. Dopo un 2025 non incoraggiante, nel 2026 il quadro è cambiato su scala globale. Da gennaio a settembre, secondo i dati diffusi dal Comité Champagne, sono partite dalla Francia 174,2 milioni di bottiglie, il che significa +3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, con un +6,8% dell’export. In questo quadro, l’Italia non sembra godere del rimbalzo che l’appellation sembra vivere su scala comunitaria (+8% verso i paesi dell’Unione Europea). Infatti, nonostante il Bureau du Champagne Italia non abbia dati ufficiali, dai distributori trapela un saldo sostanzialmente allineato al 2025 in termini di spedizioni dalla Francia. Un dato preoccupante? Decisamente no, dato che il direttore del Bureau italiano Domenico Avolio ci tiene a ricordare che “in dieci anni il nostro Paese ha guadagnato 1,4 milioni di bottiglie, passando da 6,4 a 7,8 milioni”.
C’è poi un secondo motivo per cui lo ‘stallo’ delle importazioni non sembra in fondo preoccupante. Infatti, ascoltando le voci nella galassia della distribuzione in Italia, quasi tutte le aziende riferiscono un incremento a volume e a valore rispetto allo scorso anno – probabilmente legato a giacenze che sono state smobilitate nel 2026.
Distributori in positivo
“Abbiamo chiuso il terzo trimestre a +12% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso – riferisce Alessandro Sarzi di Sarzi Amadè – con un settembre meno interessante rispetto al resto dell’anno, che ha leggermente frenato l’incremento”. In generale, il clima resta positivo perché “il trend di miglioramento è generalizzato. Ci sono forti iniziative di promozioni commerciali da parte un po’ di tutti nel mondo dello Champagne e questo sicuramente sta animando un po’ il mercato. Ce n’era bisogno, perché c’era stato un rallentamento abbastanza evidente negli anni passati e quindi serviva una scossa”.
Anche per Ghilardi Selezioni il 2026 mostra “un netto segno di miglioramento”, conferma l’amministratore delegato Pietro Ghilardi. Da inizio anno a metà ottobre Taittinger cresce del 13% circa in volume e a valore, con Comtes de Champagne a +12% e Cuvée Prestige a +17%. Henri Giraud segna +35% a valore e +50% a volume, ma “è un prodotto di nicchia che, con oltre dieci anni di presenza sul mercato italiano, ha costruito una base fedele di clienti che quest’anno si è allargata in modo deciso”.
Carlo Alberto Sagna, direttore commerciale dell’omonima azienda di famiglia, riconosce che “il sentiment di mercato sullo Champagne, come per tutto il comparto vini, resta oggi piuttosto incerto”, eppure i numeri dicono altro. “Dall’inizio dell’anno abbiamo registrato un aumento in quasi tutti i mesi”, chiosa. Louis Roederer cresce del 6% a volume, Cristal da solo del 9%, e anche per Deutz parla di “una forte crescita delle vendite, grazie alla nuova strategia di riposizionamento e al lavoro di inserimento e valorizzazione del marchio sul mercato italiano”.
Segno positivo anche per Gruppo Meregalli, che oggi distribuisce nove realtà di Champagne, tra cui Bollinger, Ayala e Leclerc Briant. “Nei primi nove mesi abbiamo registrato un incremento di fatturato sullo Champagne del 4-5%; ma il dato più interessante è certamente sui volumi, che raggiungono +8% sull’anno precedente”, riferisce il CEO Corrado Mapelli. Finora il gruppo ha venduto circa 200mila bottiglie, “ma la proiezione per la fine dell’anno è di oltre 300mila bottiglie”, chiosa Simone Folsi, portfolio director della divisione vino. Vanno molto bene le maison con marchi consolidati, qualcosa meno i récoltant, ma su numeri relativamente piccoli. Più cauto, invece, Luca Cuzziol, che con la sua azienda lavora soprattutto in ristorazione e ha in portafoglio sei maison (tra cui Bruno Paillard che da sola pesa l’80% del totale), conferma di esser sopra di cinque punti. “Il mercato è abbastanza contratto e la situazione è un po’ difficile – premette – ma al 30 settembre, un dato che per noi pesa il 70% del lavoro dell’anno, abbiamo venduto circa 85mila bottiglie, contro le 120-125mila dell’intero 2025, e il prezzo medio è sostanzialmente stabile (-0,3%). In sintesi, il mercato, nei primi nove mesi, tiene con un leggero aumento”. Qualità, posizionamento e sostenibilità sembrano le chiavi scelte da Maison Pommery per tenere il passo con un mercato che l’AD di Vranken-Pommery Italia Elena Garavaglia conferma “ancora complesso e caratterizzato da consumi più selettivi” nei primi nove mesi del 2026. “Il consumatore è sempre più esigente e attento alla qualità – aggiunge – e questo è in linea con il posizionamento premium della Maison e con il suo Dna. Stiamo affrontando questa fase con determinazione, concentrandoci sull’alta gamma. Siamo convinti che, anche in un contesto sfidante, ci siano opportunità concrete per i marchi capaci di distinguersi”.
Chi regge e chi soffre
Dal dialogo con i distributori esce un’osservazione comune: crescono soprattutto i nomi “pesanti”. Ghilardi evidenzia “una tendenza verso i marchi conosciuti e consolidati, già iniziata l’anno scorso” e definendo la situazione di mercato “sfidante” avverte che “sarà sempre più necessario dedicare tempo alla presentazione dei prodotti, per far emergere il carattere distintivo di ogni marchio. L’Italia è da sempre un mercato fondamentale per lo Champagne e continuerà a esserlo”. Per Sarzi a reggere sono (come per tutto il comparto vino), le maison “che hanno bene lavorato fino ad oggi in termini di promozione, e probabilmente questo vale ancora di più per lo Champagne”. Idem in casa Meregalli, dove Mapelli conferma che “chi ha costruito qualcosa, chi ha una presenza solida sul mercato, ovviamente accusa molto meno il colpo della flessione. E infatti in questo momento non ha senso lanciare nuovi progetti o nuove cuvée”. Chi soffre – lo dice Cuzziol senza mezzi termini – è “chi fa meno promozione, chi spinge meno sul mercato e dunque spesso il récoltant”.
E non è un fatto squisitamente italiano, perché anche in Francia la tendenza è la stessa: secondo il Comité, nei primi nove mesi del 2026 le maison sono cresciute del 5,1%, mentre i vigneron hanno perso il 4%. In parallelo, rispetto ai prezzi, l’attenzione si sposta verso il basso della gamma. “Un processo di spostamento sulle etichette un po’ meno costose, che non è detto sia un male”, osserva Sarzi. “I millesimati trovano meno entusiasmo, per usare un termine molto democristiano – chiosa Cuzziol – mentre i brut di entrata sono visti come più interessanti. D’altra parte una bottiglia di Champagne di qualità ormai non si trova sotto i 100-120 euro al ristorante ed è ovvio che, in uno scenario di ripensamento, non è semplice portare una bottiglia al tavolo. Il consumo al calice negli alberghi sembra invece stabile”. Le zone in rallentamento, per la distribuzione, sembrano essere Milano e l’area di Napoli con la Costiera.
La tenuta dell’Italia
Per ora, però, la fiducia prevale e gli operatori si dicono soddisfatti anche dopo Champagne Experience. “Mancano gli ultimi tre mesi dell’anno – dice Cuzziol – e sono quelli cruciali, però siamo abbastanza fiduciosi, considerando il buon lavoro fatto fin qui. Lo Champagne è stato spesso pensato come un vino dai grandi momenti, da cerimonia, ma il lavoro sviluppato negli anni ha spinto per metterlo in carta vini, per valorizzare l’abbinamento”. Se la cultura enogastronomica aiuta, anche i processi di mercato evolvono. “Nel 2026 si riesce probabilmente a far leva sulla riduzione degli stock che molti clienti avevano accumulato nel 2025, soprattutto sulle referenze più di nicchia”. Ecco spiegate le buone performance dei distributori pur a fronte di un incremento pressoché nullo delle spedizioni dalla Francia.
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