Riportiamo per intero l’intervento del presidente AIE Innocenzo Cipolletta nell’ambito del convegno Articolo 21: il diritto di sapere. Stampa, libri, radio e tv uniti nel garantire informazione e cultura ai cittadini, promosso da Confindustria Radio Televisioni, Associazione Italiana Editori e FIEG – Federazione Italiana Editori Giornali, svoltosi a Roma il 21 ottobre.
«Siamo qui in nome dell’articolo 21 della Costituzione. Rileggiamolo, per iniziare il nostro discorso: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Rappresentiamo oggi giornali, radio, televisione e libri, ma i nostri discorsi valgono per qualsiasi altro mezzo di comunicazione.
Parliamo di libri. La libertà di espressione è la base della esistenza stessa di ogni editore. È ciò che consente una straordinaria pluralità di voci. In Italia gli editori che pubblicano almeno 10 libri l’anno sono 1.500; i libri editi annualmente più di 71mila, quelli in commercio 1,5 milioni. Qualcuno dice troppi, ma nessuno può pensare di cancellarne arbitrariamente anche uno solo.
L’articolo 21 mostra anche una straordinaria modernità nel bilanciamento tra libertà di espressione e responsabilità, binomio necessario e inscindibile.
Noi editori siamo nati e cresciuti all’interno di questa cultura che prevede − a fianco della responsabilità deontologica che caratterizza il nostro operare da secoli − una precisa responsabilità legale su tutto ciò che pubblichiamo e la piena trasparenza del nostro operato, nei rapporti con gli autori e con i lettori. Questi principi ci guidano oggi nel definire un utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale dentro le case editrici.
Sentirete spesso le Big Tech proclamarsi responsabili, dal momento che rispondono a codici etici o di autoregolamentazione che si danno internamente. Ritengono che ciò basti, e reclamano di essere esentati da ogni responsabilità legale o criterio di trasparenza.
I danni sociali di questa irresponsabilità sono evidenti. È superfluo ricordarli nel dettaglio. È sufficiente leggere le parole nette più volte pronunciate dal presidente Sergio Mattarella, come quando di recente ha parlato di “una tendenza diffusa alla contrapposizione irriducibile, alla intolleranza alle opinioni diverse dalle proprie, al rifugio in slogan superficiali, in pregiudizi”.
Su queste basi chiediamo – molto semplicemente – che le Big Tech abbiano il medesimo livello di responsabilità a noi imposto: obbligo di identificare gli autori e responsabilità di quanto reso pubblico.
Meno di un mese fa abbiamo presentato i dati di una ricerca che ha mostrato come il 54% degli studenti universitari studia su sintesi prodotte con strumenti di intelligenza artificiale a partire dai manuali indicati dai docenti. A causa di ciò, dal 2023 a oggi, il mercato della manualistica universitaria è calato del 25%. Non è frutto di una dinamica di mercato, è conseguenza diretta di una violazione di legge.
Mi chiedo: è ragionevole che chi cagiona danni di queste dimensioni non abbia alcuna responsabilità?
La responsabilità deve includere la trasparenza delle fonti utilizzate. Su questo tema, su richiesta degli editori associati, in AIE stiamo lavorando alla redazione di linee guida per orientare gli editori nel rendere esplicite le modalità di utilizzo dell’Al nei loro processi produttivi, così che gli autori da un lato e i lettori dall’altro possano conoscerle in un regime di piena trasparenza. Contiamo di finire questo lavoro per la fine dell’anno e di presentarlo pubblicamente in un convegno a fine febbraio.
ll Regolamento europeo sull’lA prevede che anche le Big Tech siano trasparenti. Il principio è fissato ma in fase di implementazione vi sono molte resistenze, sulla base di proclamate impossibilità di fornire informazioni dettagliate considerata la mole dei dati usati.
Negli Stati Uniti, alcune Big Tech chiamate in giudizio hanno dichiarato di aver utilizzato enormi banche dati di testi pirata e in almeno un caso è stata fornita l’intera lista dei libri utilizzati. Non vi erano − evidentemente − insuperabili difficoltà tecniche.
Anche in Europa dobbiamo uscire da queste ipocrisie e chiediamo che I’ltaIia in sede europea pretenda che la trasparenza non resti una parola vuota. Sono in discussione a Bruxelles le regole per garantire la trasparenza e dobbiamo far sentire la nostra voce.
Una seconda diretta conseguenza di queste violazioni è l’alluvione di libri autoprodotti cui abbiamo assistito negli ultimi due anni, in genere in edizione digitale. Sono pseudo−libri firmati con uno pseudonimo, che spesso imitano libri degli editori nel titolo, nelle sintesi pubblicate sulle librerie online e talvolta nel nome dell’autore.
La piattaforma Kobo sta mettendo in atto una strategia per limitare il fenomeno, rifiutando la pubblicazione di circa il 50% dei libri proposti in selfpublishing. È la dimostrazione che si può agire per contrastare le attuali tendenze. È opportuno che tutte le piattaforme rispondano dei danni provocati se fanno scelte diverse.
Più di recente le Big Tech hanno iniziato a comprare enormi quantità di libri fuori commercio cui tagliano il dorso per darli in pasto alle macchine e poi, una volta utilizzati, portarli al macero. È un comportamento stimolato da una corte della California che lo ha ritenuto legittimo secondo le leggi USA. Ma è un atto certamente contrario al diritto europeo, come di recente ha confermato la Commissione Europea, rispondendo a una interrogazione parlamentare.
Riteniamo essenziale che ciò sia ribadito a tutti i livelli nel nostro paese, anche denunciando casi clamorosi in cui ciò accade. Si tratta di coinvolgere non solo gli editori, come stiamo facendo, ma anche grossisti, distributori, operatori del mercato del libro usato, per evitare che siano ceduti testi per queste finalità.
Sottesi a tutti questi casi vi sono problematiche relative al diritto d’autore, che si conferma svolgere, in questa nuova frontiera, il suo compito storico. Nasce infatti come uno strumento per garantire la libertà di espressione, perché, diceva Émile Zola alla fine dell’Ottocento, è il diritto d’autore ad aver “trasformato lo scrittore da buffone di corte a cittadino in grado di criticare chiunque, finanche il re, senza timore di perdere il pane”.
ll diritto d’autore oggi è diventato in primis il fondamentale strumento per identificare il legame tra l’opera pubblicata e la sua fonte, ciò che consente il giudizio di autorevolezza attraverso la conoscibilità dell’autore e ciò che è essenziale per individuare le responsabilità, di chi scrive e di chi pubblica.
È su queste basi, sul rapporto inscindibile tra responsabilità, trasparenza e democrazia che unitamente gli editori chiedono alle istituzioni italiane ed europee di intervenire.
Le leggi già oggi definiscono con precisione quali comportamenti sono legittimi e quali illegali. Mancano però strumenti efficaci per rendere questi principi sanzionabili: sulla trasparenza delle fonti, sulla quantificazione del danno, sull’applicazione delle sanzioni amministrative esistenti.
Da ciò nasce una serie di proposte concrete.
La prima è che laddove esistano ragionevoli indizi che una o più opere siano state usate per l’addestramento dei sistemi IA, le Big Tech devono dimostrare di non aver usato quelle opere. Si tratta di una inversione dell’onere della prova in circostanze ben definite, che può spingere verso la piena trasparenza delle fonti, che oggi sembra un miraggio.
La seconda proposta è legata al fatto che la Direttiva europea del 2019 sul diritto d’autore ha previsto un’eccezione al diritto d’autore per il cosiddetto “text and data mining”, cioè l’uso di dati e testi da dare in pasto ad algoritmi per ragioni diverse. La norma precede l’lA generativa ed è discutibile che debba applicarsi anche a questo caso.
Al di là di tali questioni interpretative, va ricordato che l’eccezione prevede la possibilità del titolare dei diritti di riservare appunto il diritto di “text and data mining” (cosiddetto “opt−out”).
Gli editori lo stanno facendo; le Big Tech vorrebbero limitare le modalità di opt−out non riconoscendo strumenti già in uso, persino quelli sviluppati in Gruppi di lavoro del W3C, il World Wide Web Consortium, l’organismo di governance di lnternet.
Va reso chiaro che sono valide tutte le tecniche elaborate dai titolari dei diritti, così come le riserve espresse in linguaggio naturale, in particolare attraverso l’arcinota frase “Tutti i diritti riservati”, che è una frase standard, formalizzata addirittura nella Convenzione di Buenos Aires del 1910 e disponibile in traduzione in pressoché tutte le lingue del mondo.
Le Big Tech sostengono di aver creato un’intelligenza artificiale che tutto intende tranne la frase “tutti i diritti riservati”, dove tutti significa proprio tutti. Quindi anche i diritti di autorizzare l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale.
Queste richieste che ho elencato sono condivise con le altre comunità di editori e autori europee. Nuove norme possono e devono essere fatte a partire da leggi nazionali, perché le procedure nazionali possono essere più celeri di quelle comunitarie, e nella consapevolezza che il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale fissa principi generali che lasciano ampi spazi a norme implementative dei singoli stati membri.
In molti degli aspetti citati ho parlato di ciò che è stato fatto, ma il discorso riguarda soprattutto il futuro. Avere regole certe, e modalità altrettanto certe per farle rispettare, è la base per creare per il futuro un mercato che funzioni.
Fare il punto sul passato e avere metodi semplici e certi per riservare i diritti sono le basi per avere un mercato delle licenze su basi più eque di quelle attuali. Nel 2025 abbiamo fatto una ricerca sull’uso dell’lA tra gli editori di libri. Già un anno fa il 27% degli editori − incluse alcune microimprese − stava negoziando licenze per l’addestramento, perché i libri sono un ottimo strumento per addestrare i sistemi di IA in tutte le sue fasi: dal training iniziale alle fasi che consentono alle interfacce utente di rispondere a domande su contenuti più specialistici.
Il mercato delle licenze sta crescendo: abbiamo in corso la seconda edizione della ricerca e ci aspettiamo che quella percentuale sia molto aumentata. Se tuttavia l’accesso agli stessi contenuti, ottenuto senza pagar nulla, continuerà a essere un comportamento non sanzionato, è difficile che i termini delle licenze saranno equi.
Il problema, infatti, non è − come non è mai stato − la tecnologia ma il modo con cui viene utilizzata. La stessa ricerca ci ha restituito un quadro che è sorprendente solo per chi non conosce la capacità innovativa degli editori: il 75% aveva già incorporato strumenti IA nei processi produttivi o nella progettazione di nuovi prodotti e servizi o nell’analisi dei dati di marketing. La percentuale scendeva, ma di poco, per le microimprese, fermandosi al 63%. Secondo una contemporanea indagine ISTAT − che non ha incluso le microimprese − lo stesso valore per la media delle imprese italiane era del 16,4%.
Gli editori stanno investendo su applicazioni verticali dell’intelligenza artificiale, specie in ambiti come quello professionale o educativo. La creazione di tutor AI per aiutare gli studenti nello studio che utilizzano come base di conoscenza il catalogo dell’editore, o servizi per i professionisti che facilitano l’utilizzo di banche dati di libri e riviste associati a dati di varia provenienza sono solo due possibili esempi degli sviluppi in corso.
Non vi è dubbio, però, che le forze in campo sono squilibrate: tra le possibilità di investimento delle Big Tech e quelle degli editori e tra operatori di dimensioni molto diverse all’interno del settore. Per questo abbiamo bisogno di una politica industriale sull’lA nelle industrie culturali, prevedendo incentivi specifici all’innovazione che tengano conto delle specificità dei diversi settori.
Vorrei concludere con alcune considerazioni di carattere più generale per ribadire che ci sono le condizioni perché l’intelligenza artificiale abbia effetti positivi per la società, la libertà di espressione e per le imprese culturali.
Se è vero infatti che l’lA, per sua natura, genera un mondo del verosimile, di ciò che probabilisticamente può esser vero, e che il verosimile non è la verità, si tratta di puntare sul verificabile. Il che − al di là dei giochi di parole − è l’antica storia della conoscibilità delle fonti, della possibilità di dimostrare se un fatto è vero o falso, della separazione tra fatti e opinioni.
Lo ha detto magistralmente la giornalista filippina e premio Nobel Maria Ressa, in occasione del suo discorso introduttivo al Giubileo della Comunicazione nel gennaio del 2025, commentando come l’attuale business model delle Big Tech non consenta di distinguere tra fatti e menzogne: “Senza i fatti, non si può avere la verità. Senza la verità non si può avere la fiducia. Senza questi tre elementi, non abbiamo una realtà condivisa e non possiamo avere il giornalismo, la comunicazione, la democrazia”.
Le proposte che ho illustrato, in fin dei conti, attraverso la certezza del diritto e un’adeguata politica industriale, mirano a ristabilire il valore dei fatti, per avere ancor più giornalismo, più comunicazione, più libri e quindi più democrazia».
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