Umberto Baldo
Leggendo le cronache, viene il sospetto che i 5 miliardi richiesti a banche e assicurazioni possano servire, almeno in parte, a finanziare anche l’innalzamento da 85.000 a 100.000 euro della soglia di accesso al regime forfettario (Flax Tax).
Roba da non credere.
Non perché mi lasci basito l’idea stessa di un extra-profitto, categoria inventata da una politica disperata e ignorante di economia.
E neppure perché sia contrario, per principio, a ridurre le tasse.
Il problema è un altro: perché continuiamo a ragionare per categorie, distribuendo vantaggi fiscali a questo o quel gruppo di contribuenti, invece di affrontare una volta per tutte il problema dell’equità del nostro sistema tributario?
Confesso una cosa: non sono contrario in via di principio alla flat tax.
Sono contrario alla flat tax RISERVATA SOLO A QUALCUNO.
Prendiamo il caso dei lavoratori autonomi in regime forfettario.
Entro determinati limiti e a precise condizioni, possono beneficiare di un’imposta sostitutiva del 15% sul reddito determinato forfettariamente.
Un dipendente o un pensionato con 65.000 euro di reddito imponibile, invece, si trova nella fascia IRPEF con aliquota marginale del 43%.
Naturalmente, non significa che paghi il 43% su tutto il reddito.
E sarebbe sbagliato ignorare le differenze fra un professionista, un artigiano o un commerciante, che sostengono costi e rischi della propria attività, e chi invece percepisce uno stipendio o una pensione.
Ma resta una domanda: è ragionevole che contribuenti con una capacità economica comparabile siano sottoposti a trattamenti tanto diversi, senza che la differenza sia sempre giustificata da ragioni oggettive?
Per me, no.
E qui il discorso si allarga.
Ho l’impressione che, negli anni, si sia progressivamente persa quella cultura della fiscalità che aveva animato le grandi riforme del nostro sistema tributario.
Penso a Ezio Vanoni, che negli anni Cinquanta lavorò per rendere più equo il prelievo, migliorare gli accertamenti e ricostruire un rapporto di fiducia fra il fisco e i cittadini.
E penso alla riforma tributaria avviata con la legge delega del 1971 e attuata negli anni successivi, alla quale è legato il nome di Bruno Visentini, che ho avuto la fortuna di conoscere.
Non voglio mitizzare il passato.
Quella riforma aveva limiti e non risolse certo tutti i problemi del fisco italiano.
Ma dietro quelle esperienze c’era un’idea precisa: il sistema tributario doveva essere costruito secondo principi generali, non attraverso una successione infinita di concessioni particolari.
Oggi, invece, le tasse sono diventate sempre più uno strumento di bassa politica elettorale.
Si concede qualcosa ad una categoria, si promette uno sconto ad un’altra, si cerca una copertura finanziaria che consenta di annunciare il provvedimento.
Ed ogni intervento viene presentato come una conquista, senza interrogarsi a fondo sugli effetti che produce sull’equilibrio complessivo del sistema.
La destra rivendica la flat tax come una propria bandiera.
Buona parte della sinistra la contesta perché ritiene che favorisca gli autonomi rispetto a dipendenti e pensionati.
Ma il punto non è stabilire chi abbia ragione nella polemica del giorno.
È decidere quale sistema fiscale vogliamo costruire.
Se riteniamo che la flat tax sia uno strumento valido per semplificare il prelievo e ridurre la pressione fiscale, discutiamone seriamente.
Ma non trasformiamola in un privilegio per chi appartiene ad una determinata categoria.
Se, invece, riteniamo che la progressività sia indispensabile per garantire un’equa distribuzione del carico fiscale, applichiamola con coerenza, evitando che il sistema si trasformi in un mosaico di regimi speciali, eccezioni e trattamenti differenziati.
L’articolo 53 della Costituzione ci ricorda che tutti devono concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva, e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
Non significa che ogni contribuente debba necessariamente pagare la stessa percentuale. Significa che le differenze di trattamento devono avere una giustificazione, non dipendere semplicemente dalla convenienza politica del momento.
È questa la questione che mi interessa: non una guerra fra autonomi, dipendenti e pensionati, ma la necessità di recuperare una cultura dell’equità fiscale.
Stesse regole di fondo per tutti, con differenze giustificate da ragioni oggettive, non dall’appartenenza ad una categoria elettoralmente vicina.
Perché le tasse non dovrebbero essere un premio assegnato dalla politica ai propri elettori. Dovrebbero essere il risultato di regole giuste, comprensibili e uguali nei loro principi per tutti.
Sembra una pretesa ragionevole.
Ma, a quanto pare, anche la ragionevolezza fiscale ha un difetto: non porta abbastanza voti.
Umberto Baldo
PS: Marco Pannella, che Dio lo abbia in gloria, nel 2000 propose, fra i tanti referendum Radicali, anche quello per abolire il sostituto d’imposta.
La Corte costituzionale lo dichiarò inammissibile. Eppure, l’idea aveva una sua diabolica efficacia: costringere ogni cittadino a compilare la propria dichiarazione e a versare direttamente le imposte dovute.
Pensate che rivoluzione! Ogni lavoratore, ogni mese, dovrebbe fare i conti con quanto lo Stato gli porta via, invece di ricevere uno stipendio già alleggerito alla fonte, e magari accorgersi delle tasse soltanto quando sente parlare di aumenti.
Forse avremmo cittadini più consapevoli di quanto costa mantenere la macchina pubblica, e più esigenti nel pretendere che quei soldi vengano spesi bene. E forse la politica avrebbe qualche difficoltà in più a distribuire promesse con il denaro altrui.
Perché le tasse che non si vedono si pagano più facilmente. E quelle che si pagano senza accorgersene si contestano molto meno.
La politica, naturalmente, preferisce cittadini che protestano per i servizi che non funzionano, ma non sempre collegano quei disservizi alle tasse che pagano. Pannella, almeno su questo, aveva capito dove mettere il dito. E non era una questione di contabilità.
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