Il capitale globale guarda alle imprese italiane di medie dimensioni con occhi nuovi? MF-Milano Finanza lo ha chiesto a Maurizio Tamagnini, fondatore e ad di Fsi, che è rientrato dal Golfo e ha da poco annunciato l’ingresso del fondo sovrano di Singapore, Temasek, nel capitale della società. Con 5 miliardi gestiti, Fsi fa da ponte tra i grandi fondi sovrani e le medie imprese familiari, senza ricorrere al debito: 25 aziende in portafoglio, con un fatturato raddoppiato da 7 a 15 miliardi. E ora rilancia su due fronti: trattenere in Italia i giovani talenti e far nascere mille nuove startup tecnologiche.
Domanda. È appena rientrato dal Medio Oriente dove ha incontrato i grandi fondi sovrani del Golfo. Con che occhi guardano oggi all’Italia?
Risposta. Ho partecipato a una proficua missione guidata dal Ministro Adolfo Urso in Kuwait, negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar. La percezione dell’Italia è cambiata radicalmente. Fino a pochi anni fa era un mercato in cui si entrava in modo opportunistico. Oggi, per chi investe in Europa, l’Italia è una componente fondamentale dell’asset allocation. La stabilità politica e macroeconomica è molto apprezzata. I grandi fondi sovrani sono interessati a investire nelle migliaia di aziende leader nel loro settore che necessitano di benzina per la crescita dimensionale. Il nostro mestiere è metterli insieme.
D. Temasek di Singapore è entrato direttamente nel capitale di Fsi. Com’è nata questa combinazione?
R. Abbiamo una partnership consolidata con Temasek da 15 anni. Hanno investito in tutti i nostri fondi. Fra i vertici delle due organizzazioni esiste da tempo un rapporto di fiducia. Ora Temasek ha deciso di rafforzare la partnership con un investimento simbolico del 9% accanto ai manager fondatori. Una partecipazione di minoranza, ma stabile e strategica. Accanto a Temasek investono con noi fondi sovrani del Medio Oriente, dell’Estremo Oriente e dell’Asia Centrale, il Fondo Europeo per gli Investimenti e i maggiori investitori europei e nordamericani. Quasi il 60% della nostra dotazione arriva dall’estero. Ma siamo molto supportati anche dai grandi investitori italiani, in particolare le Casse di Previdenza, le Fondazioni bancarie e i Fondi pensione che svolgono un importare ruolo di ancoraggio e di garanzia per gli investitori esteri.
D. Qual è il ruolo di Fsi oggi e come si distingue dalle altre realtà?
R. Fare da ponte istituzionale fra il grande capitale globale e le medie imprese, la parte più preziosa, e più difficile da raggiungere, dell’economia italiana. Siamo il più grande investitore europeo dedicato a un singolo Paese, l’Italia. Abbiamo gestito 5 miliardi di euro destinati alle nostre aziende. Un grande fondo sovrano non può entrare da solo in un’azienda da 100 o 200 milioni di fatturato, per un tema di dimensione minima. Con noi accedono a relazioni fiduciarie con le famiglie imprenditrici, costruite in decenni. E il ponte funziona in entrambe le direzioni. Ora Temasek si rafforza come porta dell’Asia per noi e per le nostre partecipate. È presente con uffici, oltre a Singapore, a Pechino, Shanghai, Shenzhen, Mumbai, Hanoi, Abu Dhabi e Riyad. Per un’impresa di medie dimensioni significa accedere a relazioni industriali e commerciali difficili da costruire in autonomia. Inoltre, si aggiungono le competenze di Temasek in deep tech e intelligenza artificiale, preziose in questo momento di grande trasformazione dalla manifattura analogica a quella digitale.
D. Qual è la logica che sta dietro a queste partnership? Lei parla di un doppio moltiplicatore, ce lo spiega?
R. Il primo moltiplicatore agisce in entrata. Attraverso Fsi, il capitale estero arriva alle nostre aziende, che lo investono rafforzando le filiere produttive in Italia e incrementando la competitività. Il secondo agisce in uscita. Le nostre aziende più solide conquistano i mercati globali aumentando le esportazioni. Il cuore, il cervello e il Dna restano italiani, i muscoli sono sempre più globali. Un esempio è Kedrion. Quindici anni fa fatturava meno di 300 milioni, per oltre due terzi in Italia. Oggi supera 1,5 miliardi, realizzati per il 90% oltreconfine. È fra i primi quattro operatori mondiali dei plasmaderivati farmaceutici. La sede, gli stabilimenti principali e la ricerca sono radicati nel nostro Paese. Le vendite sono globali.
D. Sta cambiando la reticenza di tante belle imprese italiane ad aprire il capitale?
R. L’Italia genera il 12% del PIL europeo, ma attrae appena la metà, il 6%, degli investimenti europei in private equity e in aziende quotate. Nel nostro perimetro rientrano all’incirca 10 mila realtà, per lo più familiari, orientate all’export e leader di nicchia, e solo il 10% ha aperto il capitale a un investitore istituzionale o alla borsa, contro il 30% medio in Europa. Ma c’è una nota di ottimismo. Nel 2019 erano la metà, il 5%. Io prevedo che, in dieci anni, raddoppieremo al 20%. Per questo abbiamo lanciato un veicolo da 1 miliardo dedicato alle medie imprese italiane ad alta crescita nei settori indicati dal rapporto Draghi: tecnologia, robotica, difesa, scienze della vita e agritech.
D. In che modo siete diversi da un fondo di private equity?
R. Quando siamo nati, nel 2011, promossi dal Governo italiano e controllati dalla Cassa Depositi e Prestiti, l’Italia aveva migliaia di imprese eccellenti e sottocapitalizzate, mentre il private equity proponeva un modello pensato altrove, il leveraged buyout. Abbiamo costruito fin dal primo giorno una proposta su misura per le famiglie imprenditrici italiane. La nostra formula promuove investimenti di solito in minoranza accanto alla famiglia imprenditrice o a partner bancari per trasformare in modo significativo la taglia aziendale. Usiamo capitale di rischio e non debito per finanziare questa crescita. Investiamo con prudenza, senza alcuna fretta di impiegare capitale. E progettiamo l’uscita insieme ai nostri partner. Alla Harvard Business School, il professor Josh Lerner, fra i maggiori ricercatori mondiali di private equity, ha dedicato a Fsi il primo caso di studio su un operatore finanziario italiano, analizzando per mesi la nostra formula d’investimento. Abbiamo presentato il caso lo scorso marzo a Boston. Ne emerge che è possibile investire con successo nella crescita delle aziende italiane e creare valore da primo quartile a livello globale senza utilizzare il modello di leva del leveraged buyout.
D. Quali sono i risultati finora raggiunti?
R. Nei nostri 25 investimenti, il fatturato aggregato è passato da 7 a 15 miliardi e l’ebitda (reddito operativo lordo, ndr) da 1,2 a 3 miliardi, con una crescita media del 25% l’anno, per più della metà organica. Le aziende del portafoglio hanno realizzato 50 acquisizioni finanziate con risorse proprie, i dipendenti sono passati da 70.000 a 80.000 e la quota di vendite estere è salita dal 50 al 70%. Lo facciamo con la squadra di private equity più grande in Italia, composta da oltre 60 persone, affiancata da una dozzina di partner operativi e industriali.
D. Il private equity vive una fase complessa, con uscite più lente, portafogli che invecchiano e veicoli di continuazione sempre più diffusi. Come va Fsi?
R. Il settore sconta difficoltà strutturali. Il periodo medio di detenzione delle partecipazioni è salito intorno ai sette anni, molti valori iscritti superano quelli realizzabili, crescono i cosiddetti fondi zombie (quelli con partecipazioni detenute più di dieci anni, ndr), che nel mondo sono quasi raddoppiati da 500 miliardi di dollari nel 2020 a quasi 1.000 miliardi nel 2025. Sempre più spesso il private equity esce dalle aziende cedendo a se stesso tramite veicoli di continuazione e altre strutture, per fornire liquidità. Noi non utilizziamo il debito, manteniamo il portafoglio a valutazioni prudenti e costruiamo l’uscita tramite partnership con operatori industriali.
D. Uno dei problemi che il Paese sta affrontando è la difficoltà di trattenere i giovani talenti. Siete stati ricevuti di recente dal Presidente Sergio Mattarella per illustrargli una proposta concreta, al riguardo. Di che si tratta?
R. Si tratta di avviare un progetto concreto per costruire una nuova prospettiva incentrata sui giovani talenti. I dati sono allarmanti. Due milioni e mezzo di ragazzi under 35 non studiano, non lavorano e non si formano. In dieci anni abbiamo perso, al netto dei rientri, 400 mila giovani, di cui circa 100 mila laureati. A parità di potere d’acquisto, un giovane laureato tedesco guadagna il 60% in più di un coetaneo italiano, un francese il 30%. Occorrono un progetto concreto, un racconto e l’ottimismo, perché i giovani mettano radici in Italia. Abbiamo costituito per questo un Comitato strategico, con protagonisti della scienza, dell’industria e della medicina, come Lamberto Andreotti, Paolo Benanti, Andrea Budelli, Maurizio Carfagna, Maria Chiara Carrozza, Michele Catasta, Francesco Cucca, Federico Faggin, Valter Longo, Alberto Mantovani, Giulio Ranzo, Carlo Ratti e Mariangela Zappia.
D. Che cosa hanno elaborato?
R. La proposta si articola in tre pilastri. Un incentivo fiscale automatico per i giovani qualificati fra 18 e 35 anni, che scatta quando l’azienda concede un aumento e ne raddoppia l’effetto in busta paga. Così si scioglie un vecchio nodo: le imprese chiedono allo Stato di abbassare le tasse, lo Stato chiede alle imprese di alzare gli stipendi e nessuno fa il primo passo. Poi un percorso di carriera predefinito e meritocratico che rende verificabili le regole relative a retribuzioni e promozioni. Infine, un’azione per far conoscere ciò che l’Italia già offre ai ragazzi, dal welfare alla sanità, dal tfr al costo della vita, vantaggi che solo il 18% dei nostri laureati conosce a fondo.
D. Da dove nasce questa idea?
R. Dalla convinzione che la finanza debba essere sostenibile per la società economica in cui opera. Generare ritorni è il nostro mestiere, ma un operatore istituzionale responsabile deve contribuire anche alle sfide che decideranno il prossimo decennio. Per questo abbiamo promosso la Tech Europe Foundation (Tef), insieme al Politecnico di Milano, alla Bocconi, a Ion, alla Camera di Commercio di Milano e alla Fondazione Doris, per trasformare la ricerca scientifica d’eccellenza in nuove imprese tecnologiche, partendo dall’università. L’obiettivo è sostenere la creazione di mille startup, raccogliendo 1 miliardo di euro, con un campus progettato da Renzo Piano a Milano, quartiere Bovisa. Dopo appena un anno Tef genera già un migliaio di idee imprenditoriali da oltre 300 progetti di ricerca d’avanguardia ed è già fra i cinque principali campus tecnologici europei per le startup. È un modo per dare ai ragazzi la possibilità di trasformare un’idea in un’azienda qui, prima che altri lo facciano altrove: una culla per le nuove imprese italiane del domani, create e sviluppate da ragazzi che vogliono costruire un futuro in questo Paese. (riproduzione riservata)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




