#Finsubito news dalla rete – Recuperare l’idem sentire europeo – Tempi


Venerdì, 9 Ottobre 2026 – Pubblichiamo l’intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, al Seminario “Le trasformazioni dell’Europa”,  in occasione della presentazione del volume del Prof. Giovanni Pitruzzella “L’Europa in trasformazione: tra geopolitica e democrazia”, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

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Sig. Presidente della Repubblica, Sig. Presidente della Corte costituzionale ed Autorità, propongo un flashback al 4 dicembre 2025. Siamo nel corso del quarto anno del conflitto russo-ucraino, nel corso terzo anno della guerra a Gaza, con le sue propagazioni in Libano e in Cisgiordania, ed alla vigilia dell’esplosione del conflitto in Iran e nel Golfo in generale. Siamo, al tempo stesso, di fronte a sfide difficili nei singoli Stati europei e occidentali, In primis quella che veniva ricordata prima, dell’intelligenza artificiale. Dossier – tutti – sui quali spesso le istituzioni europee appaiono incerte, divise, poco incisive, strette tra le decisioni – penso in modo particolare all’intelligenza artificiale – degli Stati Uniti da una parte e della Cina dall’altra.

4 dicembre 2025, dunque. Il Consiglio dei Ministri ha un ordine del giorno vario, e al suo interno c’è una voce dalla quale vorrei partire per brevi chiose a margine del volume – del quale raccomando la lettura – di Giovanni Pitruzzella, che ringrazio per avermi coinvolto in un consesso così autorevole.

La voce è la seguente (la leggo prendendo fiato ogni tanto perché, a differenza degli atti normativi dei Paesi anglosassoni, che sono sintetici, ma fanno capire qual è il loro contenuto – per esempio, Trust Act – gli atti normativi dell’UE, probabilmente per un’ansia esplicativa, non riescono ad avere una lunghezza inferiore a una decina di righe): “schema di decreto legislativo – attuazione della direttiva (UE) 2024/1438 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, che modifica la direttiva 2001/110/CE del Consiglio concernente il miele, la direttiva 2001/112/CE del Consiglio concernente i succhi di frutta e altri prodotti analoghi destinati all’alimentazione umana, la direttiva 2001/113/CE del Consiglio relativa alle confetture, gelatine e marmellate di frutta e alla crema di marroni destinate all’alimentazione umana” (e poi prosegue, non si ferma, senza risparmiare anche il latte conservato). Il provvedimento recepito è noto, e non potrebbe essere diversamente, come direttiva “breakfast”. Il che forsa avvicina a quell’ora della giornata, quella della sveglia, a cui richiamava prima il Presidente Amato.

Quello che una volta aveva sede naturale nelle pagine manoscritte del ricettario della nonna – lo dico col massimo rispetto per i nonni, categoria alla quale appartengo ormai da un po’ di tempo – adesso ha necessità di distinte decisioni del Parlamento europeo, del Consiglio europeo, e dei Parlamenti e dei Governi di ciascun singolo Stato dell’UE. Vi risparmio il dettaglio e il contenuto, cioè la quantità di frutta naturale che è prevista frutto per frutto per ogni chilogrammo di marmellata. Ovviamente non ignoro gli interessi economici e l’esigenza di tutela della salute che sono a base di direttive come queste; solo mi domando se per ottenere un risultato del genere servano mesi di lavoro, ministri, europarlamentari, funzionari, commissari e paginate di Gazzette ufficiali.

Perché vi annoio con questo provvedimento? Perché il libro del Prof. Pitruzzella offre spunti di riflessione per evitare paradossi quale quello appena riassunto. Il centro della riflessione è ciò che l’Autore definisce il “trade-off” fra legittimazione ed efficienza, e – se si vuole – fra democrazia e tecnocrazia. Da un lato l’eccesso di regolazione, dall’altro la tendenza alla completa omologazione sono indicati fra le cause della crisi che colpisce l’Unione. Una crisi in larga parte autoindotta, quindi non impossibile da affrontare.

Lo spiega bene Pitruzzella quando pone quale base della “legittimazione dell’Unione, il mantenimento di spazi di autonomia decisionale in capo agli Stati membri”; in tal modo verrebbe attuato – ed è sempre l’Autore a sottolinearlo – quel “principio di sussidiarietà, consacrato dal Trattato sull’Unione Europea (art. 5 TUE)”, a sua volta coerente col “motto dell’UE: ‘unita nella diversità’.” Se questo principio trovasse una costante, continuativa e ragionevole messa a terra, non sarebbe necessario scomodare Parlamenti europeo e Parlamenti nazionali e Consiglio europeo e Governi nazionali per uniformare profili di mercato che tanto i popoli europei quanto gli imprenditori del settore lascerebbero volentieri alle tradizioni culinarie degli Stati, o comunque a una fonte normativa leggermente inferiore.

Dal breakfast alle istituzioni, ha quindi ragione l’Autore quando sottolinea “il carattere illusorio di una concezione dell’integrazione europea negatrice delle differenze”. E, ancora, ha ragione quando afferma che, allo stato attuale, manca “una sfera pubblica propriamente europea” poiché “la pratica e il sentimento democratico vivono soprattutto nella dimensione nazionale”.

Sono dati di fatto difficilmente negabili, pur se spesso pretermessi nel dibattito scientifico, merito del volume e anche elevare a dignità accademica questi argomenti, non necessariamente per condividerli, ma certamente per riconoscerne dignità, e quindi per discuterne con serietà.
E se in molti Stati dell’Europa crescono i consensi verso movimenti estremisti, a destra come a sinistra, è anche il riflesso della insofferenza, irragionevole o opinabile quanto si vuole, verso meccanismi che non mostrano particolare efficienza e che appaiono distanti dalle emergenze quotidiane.

Scrive Pitruzzella che approdare a “quell’idem sentire de re publica che è alla base di una comunità politica” esige che si crei “tra gli Stati membri e i loro popoli un senso di affiliazione e di solidarietà ben più forte di quello” che viene fuori dal contesto attuale. L’effettiva condivisione della storia europea, della visione del mondo e dei valori autentici che hanno dato identità e carattere a quello che geograficamente non è in senso proprio un continente, solo questo consente a una comunità di cementare un profilo comune che la trasformi in un popolo: con una buona dose di ottimismo, possiamo dire che un processo del genere è forse in via di sviluppo, ma certamente non è compiuto.

Che cosa si può fare e che cosa è utile da evitare per favorire questo sviluppo? Fra i non pochi spunti che Pitruzzella offre, ne menziono due e chiudo. Il primo punta al superamento di quel vizio d’origine che il libro chiama “la diffidenza verso il potere politico e la sua massima espressione che è la sovranità”. Prima ho ascoltato con molta attenzione l’intervento del Giudice Frendo, perché qui incrociamo il lavoro della Corte di Giustizia: l’auspicio è che essa recuperi – ma sono fiducioso dopo averla ascoltata – quella logica di self-restraint cui affermava di ispirarsi prima della trasformazione della Comunità economica europea in Unione europea; una logica che purtroppo progressivamente si è affievolita, per far prevalere una giurisprudenza creativa, in virtù della quale – leggo dal libro – “il diritto comunitario può non essere riconducibile alla effettiva volontà degli Stati di rinunciare alle proprie competenze”.

Fra i molti esempi che vengono indicati, avendolo incrociato in questi anni più di una volta, penso alle decisioni sui “Paesi terzi sicuri”: l’Autore sottolinea, peraltro riprendendo autorevole dottrina, questa giurisprudenza sui Paesi terzi sicuri “limita fortemente il potere del legislatore dello Stato membro, affidando in buona sostanza a ciascun giudice nazionale il compito di stabilire, sulla base di fonti che ritiene più attendibili, quale Paese debba considerarsi sicuro, eventualmente disapplicando la qualificazione fatta dalla legge”. E spesso l’asticella della sicurezza è a un livello tale che non si riscontra proprio a quel livello in ogni singolo Stato europeo.

Quanto un simile approccio contribuisce alla crescita di una vera comunità politica europea e quanto invece non contribuisce a fomentare reazioni ostili e orientamenti estremisti? La giurisprudenza della Corte di giustizia va peraltro di pari passo con una tendenziale timidezza – che però il Presidente Amoroso ci ha assicurato che è in via di superamento da parte della Corte costituzionale italiana – dei giudici nazionali nel rapporto con la Corte medesima. Perché il dialogo tra le Corti significa dialogo, non unidirezionalismo che, se rimane tale, non è idoneo all’equo contemperamento tra istanze di efficienza giuridica e istanze di democrazia rappresentativa.

Nella medesima direzione – cioè quella della ricerca di un punto di equilibrio tra efficienza e legittimazione – si collocano le cooperazioni rafforzate. Esse hanno i crismi per un bilanciamento ragionevole. Non forzano il principio di attribuzione e si mostrano compatibili con i Trattati; non forzano le volontà di popoli e Stati che non si sentono pronti a forme di integrazione maggiori in determinati settori. Consentono però a chi si sente pronto di procedere, e appaiono coerenti con un’idea dell’ Unione più rispettosa delle identità nazionali.

“Attraverso le cooperazioni rafforzate – scrive Pitruzzella – l’Unione può superare i veti differenziandosi, senza disgregarsi”. Mentre, sono sempre sue parole, “l’imposizione di un modello uniforme, alla fine ha provocato quel risentimento che oggi i partiti nazionalisti non temono di sfruttare”. Allora, e chiudo veramente, finché si tratta della ricetta della crema di marroni, le reazioni sono contenute. Quando si toccano ambiti più sensibili, la sottrazione del tema al dibattito politico nazionale a vantaggio delle soluzioni imposte dal diritto europeo, o addirittura dalle Corti europee, offre argomenti a chi proclama la necessità della fuoriuscita dall’Unione europea, o quanto meno vuole indebolirne l’integrazione.

È un rischio attuale. Giovanni Pitruzzella con questo suo scritto consegna ai decisori istituzionali spunti importanti per scongiurarlo. E per questo ritengo che dobbiamo essergli grati.


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