#Finsubito news dalla rete – cosa raccontano i numeri della sanità


L’Isola ha un’aspettativa di vita di 82,6 anni, contro gli 83,7 della media nazionale. Il nuovo rapporto GIMBE fotografa una sanità con meno personale, soprattutto infermieristico, una prevenzione ancora insufficiente e una spesa sanitaria pro capite inferiore alla media. Nel 2024 la Sicilia è risultata inoltre inadempiente sui LEA proprio nell’area della prevenzione. Un anno di vita può sembrare una differenza astratta quando viene riportata in una statistica. Diventa molto più concreta quando quel dato racconta la distanza tra una regione e il resto del Paese. In Sicilia l’aspettativa di vita alla nascita nel 2025 è stata di 82,6 anni, contro gli 83,7 della media italiana. L’Isola si colloca così al penultimo posto tra le regioni italiane.

Il dato arriva dal 9° Rapporto della Fondazione GIMBE sul Servizio sanitario nazionale, presentato il 7 ottobre, che fotografa un sistema sanitario italiano nel quale il diritto alla salute risulta sempre più condizionato dal luogo di residenza e dalle disponibilità economiche. La fotografia della Sicilia permette di leggere questa affermazione attraverso una serie di indicatori che vanno dal finanziamento alla dotazione di personale, dalla prevenzione alla spesa sostenuta direttamente dai cittadini.

Il primo elemento riguarda proprio le risorse. Nel 2025 alla Sicilia sono stati assegnati attraverso il Fondo sanitario nazionale 2.205 euro pro capite, contro una media italiana di 2.218 euro. La differenza è di 13 euro per abitante. Non è un dato sufficiente, da solo, per spiegare la diversa aspettativa di vita, ma rappresenta uno degli elementi del quadro finanziario nel quale opera il sistema sanitario regionale.

Meno infermieri, più ricorso ai gettonisti

Uno degli squilibri più evidenti riguarda il personale. Nel 2024 la Sicilia disponeva di 10,1 unità di personale sanitario dipendente ogni mille abitanti, contro le 12,1 della media italiana. Il dato cambia se si osservano separatamente medici e infermieri. I medici dipendenti erano 1,92 ogni mille abitanti, leggermente sopra la media nazionale di 1,84. Per gli infermieri, invece, la Sicilia si fermava a 3,86 ogni mille abitanti, contro i 4,75 dell’Italia. Il rapporto tra infermieri e medici era quindi di 2,01 nell’Isola, mentre a livello nazionale raggiungeva 2,59.

È una fotografia che si inserisce in una criticità nazionale. Secondo GIMBE, nel 2024 l’Italia aveva 4,75 infermieri dipendenti del SSN ogni mille abitanti, ma quasi un infermiere su cinque tra quelli censiti dall’OCSE non lavorava nel Servizio sanitario nazionale. Per i medici la quota era di oltre uno su quattro. A livello nazionale GIMBE calcola inoltre una minore spesa cumulativa per il personale sanitario pari a 36,8 miliardi di euro nel periodo 2012-2025 rispetto a uno scenario nel quale la quota della spesa sanitaria pubblica destinata al personale fosse rimasta invariata rispetto al 2012. Non si tratta di 36,8 miliardi di euro “tagliati” materialmente, ma della differenza rispetto a quello scenario ipotetico.

In Sicilia il problema si accompagna anche al ricorso a personale esterno. Nel 2025 il valore economico dei contratti per servizi di fornitura di personale sanitario, i cosiddetti “gettonisti”, è stato pari a 3,4 milioni di euro. Il dato non dimostra automaticamente che la carenza di personale sia la causa della minore aspettativa di vita nell’Isola. Mostra però una delle difficoltà strutturali con cui il sistema deve fare i conti per garantire le prestazioni.

La prevenzione resta il punto debole

È proprio la prevenzione uno degli elementi più critici emersi dal rapporto. Nel 2024 la Sicilia ha totalizzato 196 punti su 300 nella valutazione complessiva degli adempimenti ai Livelli essenziali di assistenza (LEA). L’Isola si è collocata al 19° posto tra 21 Regioni e Province autonome considerate da GIMBE. Rispetto all’anno precedente il punteggio è migliorato di 23 punti, ma la Sicilia è rimasta tra le tre realtà risultate inadempienti ai LEA, insieme alla Calabria e alla Provincia autonoma di Bolzano.

La particolarità è che l’inadempienza siciliana riguarda la prevenzione. Nell’area della prevenzione collettiva e della sanità pubblica l’Isola ha ottenuto 49 punti, mentre la soglia per essere considerata adempiente è 60. Nelle altre due aree il risultato è stato superiore alla soglia: 73 punti per l’assistenza distrettuale e 74 per quella ospedaliera.

Il dato assume un significato particolare se si considera che la prevenzione è proprio uno degli strumenti attraverso cui è possibile intercettare precocemente alcune malattie e ridurre il rischio che arrivino a uno stadio più difficile da trattare. Anche i dati regionali sugli screening oncologici vanno nella stessa direzione. Secondo la dashboard della Regione Siciliana aggiornata al 31 agosto 2026, la proiezione di adesione a fine anno è del 31,2% per lo screening della cervice uterina, del 35,1% per quello mammografico e del 15,5% per quello del colon-retto, a fronte di soglie LEA rispettivamente del 50%, 60% e 50%.

Quanto costa curarsi: un’Isola che non è tutta uguale

C’è poi il capitolo della spesa privata. Nel 2024 la spesa sanitaria pro capite trasmessa al Sistema Tessera Sanitaria ai fini della dichiarazione dei redditi è stata in Sicilia di 469 euro, contro i 787 euro della media nazionale. Il dato, apparentemente controintuitivo, non significa automaticamente che i siciliani spendano meno per curarsi.

La stessa GIMBE avverte infatti che la spesa sanitaria sostenuta direttamente dai cittadini non è un indicatore sufficiente per misurare le difficoltà di accesso alle cure infatti, il più delle volte, chi non può permettersi una prestazione e vi rinuncia non compare nella spesa privata. A livello nazionale il fenomeno è particolarmente evidente. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone (9,9% della popolazione) hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita o un esame. Circa 4 milioni hanno indicato i tempi di attesa come motivo della rinuncia e 3,1 milioni le difficoltà economiche, con la possibilità di indicare entrambe le ragioni.

Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva italiana ha raggiunto 190,1 miliardi di euro: 140,8 miliardi di spesa pubblica, 42,4 miliardi sostenuti direttamente dalle famiglie e quasi 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti. La distanza dalla media nazionale non è però l’unica disuguaglianza da osservare. Anche all’interno della Sicilia esistono differenze territoriali significative. Secondo l’ultimo rapporto territoriale ISTAT BesT Sicilia, riferito al 2024, la speranza di vita alla nascita nell’Isola era di 82,1 anni contro gli 83,4 della media italiana. A livello provinciale si passava dagli 83,1 anni di Ragusa agli 81,5 di Siracusa. Enna raggiungeva 82,7 anni, Trapani, Palermo e Catania 82,4, Messina 82,2, Agrigento 82,0 e Caltanissetta 81,9.

Anche la mortalità evitabile presentava differenze territoriali. Nel 2022 il valore regionale era di 20,6 decessi ogni 10 mila abitanti, contro 17,6 in Italia. Siracusa arrivava a 22,9, Caltanissetta a 22,6 e Messina a 22,0, mentre Palermo si fermava a 18,2 e Ragusa a 18,6. Sono dati riferiti ad anni e indicatori differenti e non consentono di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto tra organizzazione sanitaria, territorio e aspettativa di vita. Mostrano però che il problema delle disuguaglianze sanitarie non si esaurisce nella distanza tra Nord, Centro e Mezzogiorno ma anche all’interno dell’Isola il quadro cambia sensibilmente.

Il futuro del Servizio sanitario

soldi sanitàIl rapporto GIMBE inserisce questi dati in una questione più ampia che riguarda il futuro del Servizio sanitario nazionale. Negli ultimi quattro anni, secondo la Fondazione, il SSN ha accumulato 18,8 miliardi di euro di “tagli invisibili”, cioè risorse perse in termini reali rispetto a quanto sarebbe stato necessario considerando l’andamento dell’inflazione e delle altre dinamiche di spesa.

Per il triennio 2027-2029 GIMBE individua inoltre un divario cumulativo di 32,3 miliardi tra le previsioni di spesa sanitaria e le risorse del Fondo sanitario nazionale: 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 nel 2028 e 14 miliardi nel 2029. Secondo la Fondazione, in assenza di ulteriori stanziamenti il peso ricadrebbe sui bilanci regionali, con il rischio di maggiori imposte o riduzione dei servizi. C’è infine il PNRR. Il 29 settembre 2026 il Governo ha trasmesso alla Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento. Per la Missione 6 Salute sono inclusi nove target e una milestone. GIMBE segnala però che, sulla base delle evidenze pubblicamente disponibili, il raggiungimento degli obiettivi non è integralmente verificabile: per tre target è possibile verificare il rispetto dei requisiti, mentre per gli altri sette non sono disponibili evidenze pubbliche sufficientemente dettagliate.

Questo non significa che gli obiettivi non siano stati raggiunti. Significa che, secondo GIMBE, non è possibile verificarne integralmente il conseguimento in modo indipendente attraverso i dati pubblici disponibili. Ed è proprio dal 2027 che, secondo la Fondazione, bisognerà capire se le strutture e i servizi finanziati dal PNRR saranno realmente operativi, se avranno personale sufficiente e quale effetto produrranno sull’accesso alle cure.

La fotografia della Sicilia, quindi, non può essere ridotta al dato degli 82,6 anni di aspettativa di vita. Quel numero è il punto di partenza di un quadro più ampio: un finanziamento pro capite leggermente inferiore, meno personale sanitario, una carenza particolarmente evidente di infermieri, il ricorso ai gettonisti, un’inadempienza sui LEA nella prevenzione e forti disuguaglianze tra le province. Nessuno di questi elementi, preso singolarmente, dimostra perché nell’Isola si viva mediamente meno che nel resto d’Italia. Messi insieme, però, descrivono le condizioni nelle quali il diritto alla salute viene concretamente esercitato.

I numeri restituiscono dunque una fotografia più complessa del semplice dato sull’aspettativa di vita. La Sicilia si trova a fare i conti con una carenza di infermieri, una prevenzione ancora sotto la soglia LEA e differenze rilevanti tra le province. Sono criticità che il rapporto GIMBE colloca dentro una difficoltà più ampia del Servizio sanitario nazionale e che rendono centrale, per i prossimi anni, la capacità di trasformare le risorse disponibili in servizi effettivamente accessibili ai cittadini.


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