Oggi tutto l’appezzamento si venderebbe per meno di un centesimo l’ettaro, ma un giorno qualcuno sarà ben felice di pagare anche venti dollari, cinquanta, cento dollari l’ettaro! Che ne diresti (…) di mille dollari l’ettaro? Sgrana pure gli occhi! Ma è così. Forse tu e io non vedremo quel giorno, ma i ragazzi sì. Dammi retta, loro lo vedranno. Nancy, tu hai sentito parlare dei battelli a vapore e magari credi che esistano… be’, certo che ci credi. Hai sentito come questi pecoroni ne hanno riso, dicendo che sono solo bugie e fandonie, ma non sono né bugie né fandonie, sono una realtà e un giorno diventeranno una cosa ancor più meravigliosa di adesso. Daranno inizio a una rivoluzione totale nelle cose di questo mondo, che farà girare la testa a tutti quelli che la vedranno. Io sono stato attento, in guardia mentre gli altri dormivano, e so quello che accadrà.
(…)
E non è tutto, Nancy, non è neanche la metà! Esiste un prodigio anche più grande: la ferrovia! Questi vermi non ne hanno mai sentito parlare e quando qualcuno glielo dirà non ci crederanno. Ma è un’altra cosa reale. Vetture che sfrecciano sul terreno a trenta chilometri l’ora: accidenti, Nancy, te ne rendi conto? Trenta chilometri l’ora. Ti fa ribollire il cervello. Un giorno, quando tu e io saremo già nella tomba, la ferrovia si estenderà per centinaia di miglia, (…) e non potrà fare a meno di passare a pochi chilometri dal nostro terreno, e forse ne toccherà anche un lembo.
(Mark Twain, Charles Dudley Warner, “L’età dell’oro”)
Per lungo tempo abbiamo rappresentato il funzionamento del capitalismo attraverso una sequenza apparentemente semplice: un’impresa produce beni o servizi, li vende sul mercato, genera un profitto e utilizza almeno una parte di quel profitto per finanziare nuovi investimenti, ampliando progressivamente la propria attività. Naturalmente il capitalismo reale è sempre stato molto più articolato di questa rappresentazione, e il credito, i mercati finanziari, l’indebitamento e le aspettative sui rendimenti futuri ne hanno accompagnato lo sviluppo fin dalle origini. Eppure, questa sequenza continua a influenzare il nostro modo di interpretare il rapporto tra attività produttiva, profitto e accumulazione.
L’impressione è che nello sviluppo attuale dell’Intelligenza Artificiale questa relazione stia assumendo una configurazione diversa, nella quale la disponibilità preventiva di enormi quantità di capitale diventa una delle condizioni necessarie per poter partecipare alla competizione.
Prima ancora di sapere quali profitti potranno essere generati, in quali tempi e attraverso quali modelli di business, occorre costruire l’infrastruttura che permetterà eventualmente di generarli: acquistare semiconduttori avanzati, realizzare data center, garantirsi capacità computazionale, disporre di energia, collegamenti alle reti, sistemi di raffreddamento, terreni, competenze specializzate.
Il capitale precede così il profitto, e lo precede su una scala sempre più grande.
Quando la scala cambia il sistema
Qualcosa di simile è già accaduto in altri momenti della storia del capitalismo.
Nella seconda metà dell’Ottocento, lo sviluppo delle ferrovie richiedeva quantità di capitale difficilmente comparabili con quelle necessarie alle attività produttive precedenti. Prima che un treno potesse trasportare un solo passeggero o una sola merce occorreva acquisire terreni, posare centinaia o migliaia di chilometri di binari, costruire ponti e stazioni, acquistare locomotive e vagoni, organizzare strutture amministrative e operative capaci di coordinare sistemi territorialmente molto estesi.
La dimensione degli investimenti contribuì a trasformare anche il sistema finanziario. Le compagnie ferroviarie divennero alcune delle maggiori emittenti di azioni e obbligazioni, favorirono lo sviluppo dell’investment banking e attirarono capitali internazionali; fino alla Prima guerra mondiale i titoli ferroviari rappresentarono una quota molto rilevante delle azioni e delle obbligazioni quotate alla Borsa di New York.
La ferrovia, però, rappresentava qualcosa di più di un nuovo settore industriale. Era un’infrastruttura attraverso cui potevano svilupparsi altri settori, raggiungere nuovi mercati, spostare persone, materie prime e prodotti finiti. Chi controllava quell’infrastruttura acquisiva quindi una posizione particolare all’interno del sistema economico: produceva un servizio e, contemporaneamente, possedeva una delle condizioni che rendevano possibile l’attività economica di molti altri soggetti.
È proprio questa caratteristica a rendere interessante il parallelismo con l’Intelligenza Artificiale.
La capacità computazionale, i data center, il cloud, i semiconduttori avanzati e le reti energetiche stanno progressivamente diventando infrastrutture necessarie per una quantità crescente di attività economiche. Il vantaggio competitivo deriva quindi sempre più anche dalla possibilità di controllare, direttamente o indirettamente, risorse di cui altri avranno bisogno per poter sviluppare i propri prodotti e servizi.
Potremmo definire questa configurazione, almeno provvisoriamente, come una forma di “capitalismo infrastrutturale dell’Intelligenza Artificiale”: un sistema nel quale una parte crescente del potere economico deriva dalla capacità di finanziare e controllare le infrastrutture indispensabili affinché altri possano partecipare allo sviluppo tecnologico.
Lo spiazzamento nell’accesso al capitale
Qui emerge una prima dinamica di spiazzamento.
Se la soglia minima di capitale necessaria per competere cresce progressivamente, aumenta anche la distanza tra chi dispone delle risorse necessarie e chi deve acquistare l’accesso alle infrastrutture possedute da altri. L’accesso al capitale diventa così una barriera che precede altre forme di competizione: prima ancora della qualità del prodotto, della capacità innovativa o dell’efficienza organizzativa, occorre poter sostenere il costo di ingresso nel sistema.
La struttura attuale della filiera dell’IA mostra già livelli elevati di concentrazione in alcuni passaggi essenziali. Secondo l’OECD, in tre segmenti dell’infrastruttura dell’IA un singolo operatore detiene oltre l’80 per cento del mercato mondiale, mentre in altri tre segmenti i primi tre operatori superano insieme il 60 per cento; la concentrazione riguarda, fra gli altri, litografia avanzata, produzione dei chip più sofisticati, GPU e memorie ad alta larghezza di banda. Studi più recenti della stessa OECD evidenziano una situazione dinamica nelle applicazioni e nei modelli, accompagnata da rischi strutturali di consolidamento delle posizioni dominanti nei segmenti che richiedono maggiori capitali e infrastrutture.1
A questo punto entra in gioco una dinamica tipica dei sistemi complessi: la retroazione positiva.
Chi dispone di maggiori capitali può costruire più infrastrutture; una maggiore disponibilità infrastrutturale consente di aumentare la capacità computazionale, la sperimentazione e la presenza sul mercato; una posizione più forte facilita l’attrazione di ulteriori investimenti; i nuovi capitali permettono a loro volta di ampliare l’infrastruttura.
Il risultato possibile è un circuito auto-rinforzante:
capitale → infrastruttura → scala → posizione competitiva → capacità di attrarre nuovo capitale → ulteriore scala.
La differenza iniziale tende in questo modo ad amplificarsi durante il processo. Lo spiazzamento nell’accesso ai capitali riguarda quindi qualcosa di più della diversa disponibilità finanziaria tra imprese: riguarda la capacità di alcuni attori di occupare anticipatamente una parte crescente dello spazio nel quale si svilupperà la competizione futura.
La corsa agli investimenti
Una dinamica auto-rinforzante può tuttavia generare effetti che vanno oltre le intenzioni dei singoli soggetti che vi partecipano.
Ogni grande impresa tecnologica ha oggi valide ragioni per aumentare i propri investimenti. Se la capacità computazionale costituirà uno dei principali vantaggi competitivi dei prossimi anni, investire meno dei concorrenti può significare perdere una posizione difficile da recuperare successivamente. Ogni attore prende quindi decisioni che, osservate singolarmente, possono apparire perfettamente razionali. Quando tutti gli attori seguono contemporaneamente la stessa strategia, il comportamento complessivo del sistema può assumere invece caratteristiche diverse.
La Bank for International Settlements ha dedicato nel 2026 uno studio proprio alla AI investment race, collocando la corsa attuale all’interno della storia dei grandi boom tecnologici, dalle ferrovie ottocentesche alla crescita delle imprese dot-com alla fine del Novecento. Secondo il modello proposto dagli autori, un ambiente nel quale pochi vincitori possono conquistare una quota molto grande del mercato incentiva le imprese a impegnare quantità di capitale superiori a quelle che sarebbero giustificate dai rendimenti sociali complessivi della tecnologia; nella simulazione utilizzata dallo studio, il sovrainvestimento raggiunge circa una volta e mezza il livello considerato efficiente nello scenario di base.2
È una dinamica particolarmente interessante dal punto di vista della complessità: comportamenti individualmente razionali possono generare collettivamente un esito irrazionale.
La competizione induce ciascun soggetto ad accelerare; l’accelerazione di ciascun soggetto induce gli altri ad accelerare ulteriormente; la quantità complessiva degli investimenti cresce così anche in funzione della crescita degli investimenti degli altri. Le aspettative diventano parte della realtà che stanno cercando di prevedere.
Dalle ferrovie al debito
La storia delle ferrovie offre a questo punto un secondo elemento di riflessione.
I rendimenti elevati dei primi investimenti ferroviari dell’Ottocento attirarono quantità crescenti di capitali, favorendo la costruzione di nuove linee; progressivamente, la capacità realizzata cominciò in alcuni casi a crescere più velocemente della domanda, mentre una quota consistente degli investimenti veniva finanziata attraverso azioni, obbligazioni e credito. Nel 1873 la difficoltà di finanziare e rifinanziare diverse imprese ferroviarie contribuì al fallimento di una banca d’affari fortemente esposta al settore e alla propagazione di una crisi finanziaria che si estese progressivamente all’economia statunitense.
Il parallelismo si ferma qui, perché tecnologie, mercati, istituzioni finanziarie e condizioni macroeconomiche sono radicalmente diversi. La storia offre tuttavia una configurazione utile per osservare il presente: quando una trasformazione tecnologica richiede grandi quantità di capitale anticipato, la crescita dell’infrastruttura tende a intrecciarsi sempre più strettamente con il sistema finanziario.
È precisamente ciò che comincia a essere visibile oggi.
Per una prima fase, le maggiori imprese tecnologiche hanno potuto sostenere gli investimenti nell’IA attraverso gli enormi flussi di cassa prodotti dalle proprie attività. La dimensione raggiunta dagli investimenti sta progressivamente modificando questo equilibrio. Vi è uno spostamento crescente dal finanziamento tramite flussi operativi verso il debito, con un ruolo sempre maggiore del credito privato.
Aumenta così il numero delle connessioni tra imprese tecnologiche, produttori di semiconduttori, società energetiche, banche, fondi, assicurazioni e investitori istituzionali.
E aumentando le connessioni aumenta anche la complessità del sistema.
Lo spiazzamento delle possibilità
Lo spiazzamento nell’accesso ai capitali assume allora un significato più ampio rispetto alla semplice differenza tra imprese con maggiore o minore disponibilità finanziaria.
Quando la soglia di ingresso cresce, diminuisce il numero dei soggetti in grado di sostenere direttamente gli investimenti necessari; quando la scala diventa un vantaggio cumulativo, chi dispone già delle risorse può aumentare ulteriormente la distanza dagli altri; quando gli investimenti anticipano di molti anni i possibili rendimenti, la capacità di raccogliere capitale diventa anche capacità di scommettere su traiettorie future ancora incerte.
Il capitale acquista così una funzione ulteriore: consente di costruire oggi una parte delle condizioni entro cui altri soggetti dovranno muoversi domani.
Ed è forse qui che si manifesta la forma più profonda di questo spiazzamento.
La diversa distribuzione del capitale può trasformarsi progressivamente in una diversa distribuzione delle possibilità: di sperimentare, di commettere errori e assorbirne i costi, di sostenere anni di investimenti, di orientare traiettorie tecnologiche, di scegliere quali infrastrutture sviluppare e portare a scala e quali lasciare ai margini.
Una parte crescente della competizione sull’Intelligenza Artificiale si svolge quindi prima che sia possibile sapere quali prodotti produrranno realmente valore e quali investimenti riusciranno a generare i profitti attesi. Si svolge nella capacità di pochi soggetti di mobilitare oggi quantità straordinarie di capitale per occupare una posizione nel futuro.
Lo spiazzamento economico comincia così ad aprire una domanda ulteriore: che cosa accade quando la capacità di costruire le infrastrutture attraverso cui molti altri soggetti dovranno operare tende progressivamente a concentrarsi?
A quel punto la questione del capitale comincia a trasformarsi in una questione di potere.
Note
1 OECD, Artificial Intelligence Markets: Recent Developments and Competition Issues, OECD Publishing, Paris, 2026.
2 Phurichai Rungcharoenkitkul et al., The AI Investment Race, BIS Working Papers, n. 1367, Bank for International Settlements, 14 luglio 2026.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link







