«Calzaturiero, il Fermano perde un quarto dell’export in tre anni. I numeri diffusi dal Centro Studi di Confindustria Accessori Moda non lasciano spazio a letture consolatorie. Nel primo semestre 2026 l’export di calzature della provincia di Fermo si è fermato a 262,3 milioni di euro, il 10,5% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025». E’ quanto segnalano l’onorevole Andrea Gnassi, commissario provinciale Pd Fermo, l’onorevole dem Augusto Curti, e i consiglieri provinciali del Partito Democratico, Riccardo Strappa e Roberto Borboglini.
«Il Fermano fa peggio della media regionale: nelle Marche l’export di calzature si è fermato a 540,3 milioni, con un calo del 9,9%. Mentre, l’export marchigiano nel suo complesso cresce del 9,2%, più del doppio della media nazionale. Nel 2023 lo stesso semestre valeva 347 milioni, nel 2024 313, nel 2025 292. In tre anni il distretto ha perso circa 85 milioni di export, quasi un quarto del proprio valore. La quota della provincia sul totale nazionale è scesa in un solo anno dal 5 al 4,5%.
Ancora più allarmante è il dato sul lavoro. Nei primi sei mesi dell’anno nelle Marche si contano 73 imprese attive in meno tra calzaturifici e produttori di parti, e un saldo negativo di 1.356 addetti, più del doppio dei 612 di tutto il 2025.
Il saldo delle imprese resta negativo di circa dodici al mese. I posti persi, invece, sono 7,5 ogni giorno: 226 al mese contro i 51 del 2025, un ritmo quattro volte più veloce. Significa che oggi a ridurre il personale non sono solo le aziende che chiudono, ma anche quelle che restano aperte. Il Fermano, che da solo vale il 48,5% dell’export calzaturiero marchigiano, è il territorio più esposto. Dietro questi numeri – la disamina degli esponenti dem – ci sono famiglie, laboratori artigiani e contoterzisti che tengono in piedi interi paesi della nostra provincia. Non basta attribuire tutto alla geopolitica. La Russia, che nel 2019 era il secondo mercato del distretto con 33 milioni, oggi vale meno di 10 milioni. Ma la frenata è generale: nel primo semestre l’export marchigiano cala verso la Cina (-19,7%), i Paesi Bassi (-10,7%), gli Stati Uniti (-8,6%, dopo il -21,4% del 2025), il Medio Oriente (-33,8%) e la Germania (-3,8%). Tra i grandi mercati cresce soltanto la Francia (+4,3%)».
«Il confronto con il resto del Paese è eloquente. Nel 2025 l’export calzaturiero italiano ha contenuto il calo all’1,1%, quello marchigiano è sceso del 5,7%: cinque volte tanto. C’è poi la cassa integrazione. Nel 2025 la filiera della pelle marchigiana ha utilizzato 5,7 milioni di ore autorizzate, più del doppio rispetto al 2019: come se circa 3.300 lavoratori a tempo pieno fossero rimasti fermi per un anno intero. Nel primo semestre 2026 le ore scendono a 2,4 milioni (-20,5%).
Non è un segnale rassicurante. Meno cassa integrazione mentre i posti persi raddoppiano rischia di voler dire che molti lavoratori non sono più sospesi, ma ormai fuori dalle aziende. Quello che arriva dal distretto è un grido d’aiuto delle imprese e dei lavoratori, e non può rimanere inascoltato. Comprendiamo bene la congiuntura internazionale, tra conflitti, dazi e frenata dei mercati asiatici. Ma ci rendiamo perfettamente conto che non si sta agendo come si dovrebbe.
Le difficoltà degli imprenditori e le preoccupazioni dei lavoratori sono sotto gli occhi di tutti. Licenziamenti, cassa integrazione, attività ridotte e incertezza sul futuro sono diventati la quotidianità per troppe famiglie. Eppure questa sofferenza resta spesso in secondo piano nel dibattito pubblico.
Servono politiche industriali all’altezza della crisi, che in sei anni questa amministrazione regionale non ha saputo mettere a terra. Una crisi di queste dimensioni non può essere affrontata attraverso misure episodiche o interventi frammentati. Se nel primo semestre 2026 il Fermano ha perso il 10,5% dell’export calzaturiero e nelle Marche il settore ha registrato un saldo negativo di 1.356 addetti, occorre una vera strategia di distretto».
Una prima direttrice, secondo gli esponenti del Partito Democratico, riguarda la concentrazione degli investimenti e l’aggregazione delle imprese. «La nuova misura nazionale per le PMI della filiera moda dispone di 100 milioni di euro e finanzia programmi da 1 a 20 milioni, anche presentati congiuntamente da più imprese, per investimenti produttivi, innovazione, ricerca e formazione. Il Fermano deve essere messo nelle condizioni di candidarsi come sistema, attraverso una regia territoriale capace di aggregare calzaturifici, componentisti e contoterzisti su progetti comuni di automazione, digitalizzazione, prototipazione, tracciabilità e nuovi materiali. La seconda direttrice è la diversificazione dei mercati di sbocco. Nel primo semestre 2026 l’export marchigiano del settore è diminuito del 19,7% verso la Cina, dell’8,6% verso gli Stati Uniti e del 33,8% verso il Medio Oriente. Occorre quindi rafforzare, attraverso ICE, SIMEST e Fondo 394, la presenza commerciale stabile sui mercati esteri, sostenendo reti distributive, e-commerce, servizi export e percorsi di internazionalizzazione di medio periodo.
Altrettanto decisiva è la tutela della filiera produttiva locale. Il valore del distretto risiede nella rete di calzaturifici, suolifici, tacchifici, tomaifici e laboratori specializzati. La perdita di una singola impresa di subfornitura impoverisce l’intero ecosistema produttivo. Gli strumenti di sostegno devono quindi privilegiare i programmi che mantengono e integrano sul territorio le diverse fasi della produzione. Infine, il rilancio deve poggiare su innovazione, competenze e posizionamento qualitativo. Il futuro del distretto non può essere affidato alla competizione sul costo del lavoro, ma alla qualità, al design, alla personalizzazione, all’efficienza produttiva, alla sostenibilità certificata e all’innovazione tecnologica. Gli strumenti nazionali per design, digitalizzazione e investimenti esistono già e devono essere ricondotti dentro una strategia territoriale coerente».
In conclusione, arriva la proposta dei dem: «Un accordo di rilancio del distretto calzaturiero fermano, con il coinvolgimento di enti locali, associazioni imprenditoriali e sindacati, obiettivi misurabili su investimenti, occupazione, internazionalizzazione e salvaguardia della filiera. Le risorse, almeno in parte, sono già disponibili. Ciò che manca è una regia politica e industriale capace di trasformarle in sviluppo, competitività e lavoro. Il Made in Italy, tanto caro a questa maggioranza di governo, non è e non può essere un’etichetta da sbandierare al mondo, ma deve essere un modus operandi che difenda gli interessi di chi lo vive quotidianamente con abnegazione, lavoro e competenza. Il Made Italy per noi: sono le nostre aziende, gli artigiani, gli agenti, i lavoratori e le migliaia di famiglie che da generazioni vivono di scarpe e la pelletteria e a loro che le istituzioni devono rispondere.
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