Questo articolo è la trascrizione, leggermente adattata alla lettura, di un episodio speciale di Fuori dai denti, la mia rubrica video sui temi di attualità economico-finanziaria. In questo episodio rispondo alle domande e ai commenti arrivati sotto i nostri video sui BTP. Puoi guardare il video qui sotto oppure leggere tutte le risposte, nello stesso ordine.
«Se mi offrono il 6% lo prendo. Vi giuro che questa volta non bluffo: se il BTP Valore arrivasse a pagare veramente il 6%, io ci investirei».
Non è il mio parere, che è un po’ più articolato di così, ma è uno dei tanti commenti che ho letto nei giorni scorsi sotto i contenuti che abbiamo pubblicato sull’emissione del BTP Valore di ottobre 2026, di cui conosceremo i tassi minimi garantiti il 16 ottobre.
Partiremo da questa riflessione e parleremo sia del BTP prossimo al collocamento sia, più in generale, dell’investimento in titoli di Stato, che torna al centro del dibattito quando i rendimenti salgono.
Come di consueto, non farò mancare la mia opinione. Mettiti comodo: vediamo i commenti e ragioniamoci insieme.
BTP Valore e rendimento al 6%
Domanda / commento del lettore
«Se offrono il 6% lordo li prendo, altrimenti, da come va il mercato e l’inflazione, mi sa tanto che sarà una bidonata».
Il riferimento è ai rendimenti: quando ho registrato il video da cui nasce questo articolo, il 7 ottobre 2026, i tassi del nuovo BTP Valore non erano ancora stati comunicati.
Prima di registrare avevo ricontrollato la situazione del mercato. Sulle scadenze intorno ai quattro o cinque anni osservavo rendimenti lordi dei BTP nell’ordine del 4%, quindi circa il 3,5% dopo la sola tassazione del 12,5%, senza considerare eventuali costi. Frazione in più, frazione in meno: stiamo parlando di quell’ordine di grandezza.
Passare da lì al 6% in pochi giorni significherebbe assistere a un cambiamento molto importante. Salvo eventi eccezionali, mi sembra una prospettiva difficile.
Anche sui BTP con le scadenze più lunghe, quelli che scherzosamente chiamo “Matusalemme”, bisogna stare attenti a che cosa si sta guardando: il rendimento a scadenza non coincide necessariamente con il flusso delle cedole.
Se acquisti un titolo sotto la pari, una parte del rendimento deriva dalla differenza tra il prezzo che paghi e il valore di rimborso. Non significa che ogni anno ti arrivi sul conto una cedola pari al rendimento che leggi nella scheda del titolo.
Prenderei quindi quel 6% come una provocazione. Da investitore può sembrare una cifra molto allettante; da cittadino italiano, invece, non sarei così felice di vedere il costo del nostro debito salire fino a quei livelli su una scadenza di cinque anni.
Ci torneremo tra poco, perché un rendimento più alto va letto insieme ai rischi e al contesto in cui viene offerto.
Vendere un BTP in perdita per comprare quello nuovo
Domanda / commento del lettore
«Ottima occasione, ora vendo il BTP Più e prendo questo. Sto perdendo solo il 5,73%».
Spero che sia una battuta. Se fosse un’intenzione seria, significherebbe vendere un titolo acquistato pochi mesi prima, in perdita, per comprarne un altro pensando magari: “Qui mi blocco il 4% e recupero quello che ho perso”.
Il padre severo, davanti a una cosa del genere, direbbe: da dove cominciamo?
Se compri un BTP per coprire una determinata scadenza, non ha molto senso passare le giornate a controllare se il prezzo sale o scende e cambiare titolo appena arriva un’emissione nuova.
Ho notato in diversi commenti questa convinzione: l’andamento sul mercato secondario sarebbe la pagella della propria scelta. Se il BTP sale, sono stato bravo; se scende, ho sbagliato investimento.
Ma il prezzo di un’obbligazione risente, tra le altre cose, dell’andamento dei tassi di interesse e del rischio che il mercato attribuisce all’emittente, nel nostro caso lo Stato italiano.
Quando i rendimenti richiesti dal mercato aumentano, il prezzo di un titolo già emesso può diminuire. Il mercato si adegua per offrire a chi compra oggi un rendimento coerente con quello disponibile su titoli comparabili.
Un calo del prezzo non significa, da solo, che siano cambiate le cedole o il rimborso contrattualmente previsti. Naturalmente resta il rischio che l’emittente non rispetti i propri impegni, ma è un tema diverso dall’oscillazione delle quotazioni.
Amici miei, se non capite questo meccanismo, don’t try this at home. Da ragazzino vedevo questa scritta durante i programmi di wrestling: “Non provate a farlo a casa”. Ecco, sugli investimenti a volte servirebbe lo stesso avviso.
Mi è capitato di leggere storie di persone che hanno perso soldi così. Anche Maria, che segue i clienti in consulenza, incontra situazioni in cui il problema nasce dal fatto che chi ha investito non aveva capito che cosa stava comprando.
Vendere un BTP e comprarne un altro può avere delle ragioni, ma bisogna confrontare prezzi, flussi futuri, scadenze, costi e fiscalità. “È uscito quello nuovo” non è una strategia.
Premio fedeltà e oscillazioni del prezzo
Domanda / commento del lettore
L’assenza del premio fedeltà è un grosso errore: senza questo incentivo il BTP oscilla anche per le notizie e chi lo compra non è incentivato a tenerlo fino alla scadenza.
Il premio fedeltà è certamente un incentivo a conservare il titolo: su questo sono d’accordo.
Mi viene da pensare che il Ministero, emissione dopo emissione, provi formule diverse per capire che cosa attira maggiormente i risparmiatori: il rendimento, il premio finale o la modalità di pagamento degli interessi.
Se il costo del finanziamento cresce, può anche cercare di distribuire diversamente la remunerazione. È una mia lettura, naturalmente: non sto dicendo di conoscere le discussioni che si fanno al Ministero.
Quello che conta per chi investe è guardare la remunerazione complessiva, senza concentrarsi solo sull’etichetta “premio fedeltà”. Il rendimento di una nuova emissione, in genere, si confronta con ciò che il mercato offre in quei giorni, con differenze che vanno valutate concretamente.
L’assenza del premio può influire sulla scelta di mantenere il titolo. Non è però il premio a impedire le oscillazioni: anche un BTP che lo prevede può scendere o salire sul mercato secondario.
E bisogna distinguere la possibilità di vendere dalla convenienza di farlo. Trovare un compratore non significa recuperare sempre il capitale investito: puoi vendere, ma al prezzo che il mercato riconosce in quel momento.
Cedola unica e reinvestimento degli interessi
Domanda / commento del lettore
«Vorrei capire il BTP senza flusso di cedole: vengono reinvestite oppure vengono solo accantonate e a maturare è soltanto il capitale iniziale?»
Per il collocamento di ottobre sono previsti due titoli, entrambi con durata di cinque anni: il BTP Valore con cedole trimestrali e il BTP Valore Insieme con un’unica cedola finale.
Per spiegarlo in modo semplice, non devi immaginare un fondo o un ETF che incassa cedole e le reinveste al proprio interno. Sono due obbligazioni con modalità di pagamento diverse.
Un’obbligazione non deve necessariamente distribuire interessi ogni tre o sei mesi. Esistono anche obbligazioni zero coupon, per le quali il rendimento deriva dalla differenza tra il prezzo di acquisto o di emissione e il rimborso finale.
Nel caso del BTP Valore Insieme, invece, è prevista una cedola unica alla scadenza. L’emittente ti dice: “Ti restituisco il capitale e ti pago gli interessi con queste modalità”.
Il MEF ha annunciato che i due titoli offriranno all’emissione rendimenti equivalenti dal punto di vista finanziario. Questo non significa che gli importi degli interessi si possano confrontare facendo una semplice somma, senza considerare quando vengono pagati.
Incassare una cedola oggi oppure tra cinque anni non è la stessa cosa: nel primo caso hai già il denaro a disposizione e puoi spenderlo o reinvestirlo; nel secondo devi aspettare.
Per capire l’equivalenza bisogna quindi confrontare i flussi e il rendimento annualizzato. Il valore della cedola finale deve essere letto tenendo conto di questa diversa distribuzione temporale.
Non c’è un reinvestimento automatico di cedole periodiche sul tuo conto: nel titolo a cedola unica quelle cedole periodiche non vengono pagate. Ci sono le condizioni contrattuali del titolo e il pagamento previsto alla fine.
Un’obbligazione non è una pianta che deve produrre i frutti sempre nello stesso modo. È un debito che viene remunerato secondo regole stabilite al momento dell’emissione.
Tassi di interesse e sostenibilità del debito
Domanda / commento del lettore
«Onestamente, quanto pensi che potranno ancora mantenere questi tassi?»
La leggo soprattutto come una preoccupazione per la sostenibilità del debito pubblico: con un debito elevato e interessi più alti, come fa l’Italia a pagare?
È una domanda seria. Quando parliamo di rischio Paese, stiamo parlando anche di questo.
Secondo me, una situazione in cui il debito continua a crescere e rifinanziarlo costa sempre di più diventa difficile da sostenere nel lungo periodo. Il peso dipende anche dalla crescita dell’economia, dalle entrate e dalle scadenze del debito: non basta guardare il tasso di una singola emissione.
Pagare gli interessi alla fine, come avviene con una cedola unica, sposta in avanti l’uscita di cassa. Non fa sparire il costo: gli interessi maturano comunque. Mi viene da pensare che rinviare il pagamento possa essere utile al Tesoro nella gestione della cassa, ma rimane un impegno da onorare.
Il tema, tra l’altro, non riguarda solo l’Italia. Il debito è una questione importante anche per altri grandi Paesi occidentali.
Una crisi del debito è uno dei rischi che, personalmente, tengo presenti. Non sto dicendo che accadrà domani; sto dicendo che non mi sembra saggio ignorarla.
Quando cresce la preoccupazione sulla capacità di un emittente di ripagare, gli investitori possono chiedere un rendimento maggiore. Ma attenzione: i rendimenti possono salire anche per altre ragioni, come aspettative di inflazione e tassi, o una maggiore offerta di titoli.
Il punto resta lo stesso: non possiamo rallegrarci del rendimento più alto senza chiederci da dove arriva.
Vecchi e nuovi BTP: il ruolo delle scadenze
Domanda / commento del lettore
Ho il BTP Valore di ottobre 2023, con scadenza a ottobre 2028, cedole del 4,10% nei primi tre anni e del 4,50% nei due successivi, oltre al premio fedeltà. Non vedo perché dovrei venderlo per comprare un nuovo BTP che forse mi darà il 4%. E se con il BTP Valore Insieme avessi bisogno di contante prima della scadenza?
Prima di tutto, una precisazione sul linguaggio: un titolo che quota 106 non sta guadagnando il 106%. Se lo hai comprato a 100 e oggi quota 106, il guadagno sul prezzo è del 6%, prima di imposte e costi. Le cedole sono un’altra componente.
Ma veniamo alla domanda: quando esce un BTP nuovo, non devi automaticamente vendere quelli che possiedi.
Se costruisci una scala di obbligazioni, di solito la tari sulle scadenze che vuoi coprire. Per ogni scadenza hai uno o più titoli coerenti con le tue esigenze.
Quando un titolo viene rimborsato, puoi valutare come reinvestire il capitale che si libera. Non è necessario smontare ogni volta il portafoglio per inseguire il collocamento successivo.
La domanda da farti è: “Questo nuovo BTP ha senso all’interno del mio portafoglio?”.
Stai confrontando titoli con scadenze residue diverse, comprati in momenti diversi e con condizioni diverse. La sola cedola non basta a stabilire quale convenga: conta anche il prezzo al quale potresti vendere il vecchio titolo e il rendimento dei flussi che ti restano da incassare.
Lo scopo del Ministero è raccogliere capitali. Il tuo scopo deve essere coprire i tuoi obiettivi, non partecipare a ogni nuova emissione.
Il rovescio della medaglia è proprio il commento letto prima: chi vede il vecchio BTP in perdita pensa di venderlo per passare a quello nuovo, nella speranza di rimediare.
Se non hai compreso il funzionamento delle obbligazioni e dei tassi, queste operazioni rischiano di complicarti la vita. Per chi ha comprato un titolo coerente con una determinata esigenza, portarlo alla scadenza prevista spesso è molto più sensato che mettersi continuamente a comprare e vendere.
Investimenti postali e confronto dei rendimenti
Domanda / commento del lettore
Meglio un investimento postale che rende almeno il 3%: una rendita fissa senza sorprese.
La domanda che farei è: quale investimento postale?
Dire “investimento alle Poste” è troppo generico. Ci sono i buoni fruttiferi, i libretti e i prodotti di risparmio gestito distribuiti da BancoPosta: strumenti diversi, che non si possono mettere tutti nello stesso sacco.
Se parliamo di un buono postale, bisogna capire su quale durata matura quel rendimento, quando vengono riconosciuti gli interessi e che cosa succede se chiedi il rimborso prima.
Se parliamo di un’offerta sul libretto, bisogna guardare le condizioni e il periodo a cui si applica. Se parliamo di un fondo, siamo nel mondo del risparmio gestito, con rischi e costi da valutare come faremmo in banca.
Il 3% da solo non ci dice abbastanza. Prima di scegliere bisogna confrontare prodotti precisi, su durate comparabili e con le rispettive condizioni.
Non sai come investire?
Scopri che investitore sei. Ti bastano 3 minuti per scoprire la strategia migliore per te.
BTP Valore Insieme e rischio di oscillazione
Domanda / commento del lettore
Il BTP Valore Insieme, a parità di rendimento finanziario, è uno specchietto per le allodole? Il pagamento finale più alto serve a far vedere un rendimento maggiore e diventa un disincentivo a vendere?
Il punto che condivido è questo: una cifra finale più alta non dimostra, da sola, che un investimento renda di più.
Se il rendimento è finanziariamente equivalente, non basta vedere un importo finale maggiore per dire: “Questo è più conveniente”. Devi considerare che, durante la vita del titolo, non incassi le cedole.
C’è poi il tema della duration. I due BTP hanno la stessa durata di cinque anni, ma quello con il pagamento degli interessi solo alla fine concentra tutti i flussi alla scadenza e ha una duration maggiore rispetto al titolo con cedole periodiche.
Semplificando, i pagamenti intermedi ti restituiscono una parte dei flussi prima. Se non ci sono, il prezzo del titolo è più sensibile alle variazioni dei rendimenti di mercato, a parità delle altre condizioni.
Questo vuol dire che il titolo a cedola unica può oscillare di più. Se hai bisogno di vendere prima, potresti trovarti a un prezzo sfavorevole.
Non sei obbligato a tenerlo: puoi venderlo sul mercato. Ma tra poter vendere e riuscire a vendere senza perdere c’è una bella differenza.
Per questo capisco l’osservazione del lettore. La modalità di pagamento deve rispondere alle tue esigenze, non soltanto attirarti con il numero che vedrai alla fine.
BTP in discesa sul mercato secondario
Domanda / commento del lettore
«Per ora sono una delusione. Uno acquistato a 98 e l’altro a 100: sono tutti e due a 95 e 96. Come mai sono in forte discesa questi BTP?»
Ho selezionato questa domanda perché torna il problema che abbiamo già visto: comprare un BTP e poi giudicarlo guardando il conto titoli ogni giorno, senza aver compreso il meccanismo delle oscillazioni.
Non conoscendo i titoli precisi e le date di acquisto, non posso attribuire quel calo a una causa specifica. Il meccanismo generale, però, è quello spiegato prima: se il mercato richiede rendimenti più alti, i prezzi dei titoli già emessi tendono a scendere.
La dimensione dell’oscillazione dipende anche dalla scadenza e dai flussi del titolo. Le obbligazioni con duration maggiore tendono a risentire di più delle variazioni dei rendimenti.
Investire comporta rischi anche quando investi in BTP. Puoi non essere preoccupato per il rischio emittente, puoi pensare che lo Stato continuerà a pagare, ma questo non cancella il rischio di prezzo se vendi prima.
Il rischio esiste anche se non lo hai capito o non lo reputi importante. Ed è proprio per questo che va maneggiato con cura.
Default italiano e conseguenze per i risparmiatori
Domanda / commento del lettore
Il rischio Paese mi preoccupa da anni. Però, se l’Italia fa default, non fanno la stessa fine anche il mondo finanziario e le aziende? Speriamo che l’Italia e l’Europa riescano a sopravvivere.
Un default italiano sarebbe certamente un evento molto grave per chi vive qui e avrebbe conseguenze anche fuori dai nostri confini. Ma non significa che tutti gli investimenti nel mondo subirebbero automaticamente la stessa perdita, né che “default” voglia sempre dire azzeramento totale dei BTP.
La mia riflessione, che ho espresso tante volte, è che dobbiamo considerare anche un altro scenario: quello che chiamo “default sociale”.
Non è un termine tecnico. È il modo con cui descrivo una situazione in cui, per mantenere gli impegni finanziari, lo Stato riduce servizi, trasferimenti o altre voci di spesa, oppure aumenta il prelievo fiscale.
Il debito può quindi pesare sulla nostra vita anche senza arrivare a un mancato rimborso integrale dei titoli. Possiamo risentirne attraverso la sanità, le pensioni, gli stipendi pubblici, le agevolazioni o le attività che lavorano con la pubblica amministrazione.
Non sto descrivendo una previsione certa né un elenco di provvedimenti già decisi. Sto ragionando su come potrebbe manifestarsi una crisi e su chi potrebbe pagarne il prezzo.
E non basta rispondere: “Tagliamo gli stipendi dei politici”. Capisco la rabbia verso sprechi e inefficienze, ma un bilancio pubblico enorme è fatto di tante voci, di tante gocce. Tagliare alcuni compensi non risolve da solo un problema di quella dimensione.
Io sarei felicissimo di pagare persone più brave di me per lavorare, se portassero risultati. Il punto non è soltanto quanto si paga, ma che cosa si ottiene in cambio.
In una crisi seria, gli effetti possono raggiungere una parte molto ampia della popolazione. Sperare che non succeda è comprensibile; costruire il patrimonio come se non potesse succedere è un’altra cosa.
BTP Italia e protezione dall’inflazione
Domanda / commento del lettore
«Come vedi i BTP Italia indicizzati? Il fatto che siano indicizzati non dovrebbe preservarne il valore nel tempo?»
Prima di tutto dobbiamo chiarire che cosa significa “preservare il valore”.
Se significa non oscillare sul mercato secondario, la risposta è no: anche i BTP Italia possono oscillare. L’indicizzazione non elimina il rischio di prezzo né il rischio dell’emittente.
Se significa proteggere il potere d’acquisto, invece, l’indicizzazione ha proprio questa funzione, nei limiti dell’indice di riferimento e delle condizioni del titolo.
Il BTP Italia utilizza l’indice FOI al netto dei tabacchi e paga semestralmente la rivalutazione del capitale dovuta all’inflazione, insieme alla cedola. Questo pagamento compensa l’aumento dei prezzi rilevato nel periodo.
Facciamo un esempio semplice: se in un semestre i prezzi aumentano del 4% e nel semestre successivo dell’1%, la compensazione successiva riguarda quell’ulteriore 1%. Non significa che la compensazione del primo aumento sia stata cancellata: è già stata pagata.
Il punto da capire è che quella somma non resta automaticamente incorporata nel capitale nominale del BTP Italia. Se la spendi, non rimane investita a produrre altri rendimenti; se vuoi farla lavorare, devi decidere come reinvestirla.
Pensa alla spesa al supermercato. Io sono abitudinario, compro spesso le stesse cose e mi ricordo anche le variazioni di prezzo. Quando l’inflazione rallenta, non significa che i prezzi tornino ai livelli di prima: significa che crescono più lentamente.
L’indicizzazione compensa la variazione misurata dall’indice, che però non coincide necessariamente con l’aumento del costo del tuo personale carrello della spesa.
Per questo, quando ragiono sulla crescita del patrimonio nel lungo periodo, guardo anche all’investimento azionario e al reinvestimento dei rendimenti. Investire in imprese significa partecipare alla loro attività e alla possibilità che utili e valore crescano nel tempo.
Questo non garantisce di battere l’inflazione ogni anno, e il mercato azionario ha rischi e oscillazioni importanti. Il senso è dare a ciascuno strumento il proprio ruolo: proteggere alcuni flussi dall’inflazione e cercare crescita del capitale nel lungo periodo sono esigenze che possono convivere nello stesso portafoglio.
Un BTP indicizzato può contribuire alla protezione del potere d’acquisto. Non risolve però, da solo, tutte le esigenze della tua pianificazione finanziaria.
Obbligazioni ed ETF azionari nel lungo periodo
Domanda / commento del lettore
A quindici anni compri un ETF azionario mondiale: statisticamente è quasi impossibile che renda meno del 6-7%.
Io non sarei così assoluto: un rendimento storico o un’aspettativa non sono una garanzia.
Capisco però il ragionamento di fondo. Generalmente sono poco favorevole a impiegare il capitale di un investitore retail in obbligazioni con scadenze molto lunghe senza una ragione precisa: il rischio di oscillazione può essere importante.
Se ho un orizzonte davvero lungo e posso sopportare il rischio, mi interessa ragionare anche sulla componente azionaria. Ma dentro un portafoglio, non trasformando tutto in “lascia perdere i bond e compra solo azioni”.
Una parte del capitale può avere un orizzonte più lungo ed essere destinata al mercato azionario. Un’altra può servire per esigenze intermedie, scadenze definite o per contenere le oscillazioni complessive.
È per questo che si diversifica. Un portafoglio interamente azionario non è adatto a tutti e, secondo me, non lo è per buona parte delle persone che seguono questi contenuti.
Quindi sono d’accordo con il concetto, se lo inquadriamo all’interno di una pianificazione. Non con la promessa che basti aspettare quindici anni per ottenere sicuramente un certo rendimento.
Gestione del rischio e “terrorismo finanziario”
Domanda / commento del lettore
«Dovresti aprire un nuovo canale con il nome Terrorismo finanziario».
Esiste una differenza tra vivere “per grazia ricevuta” e fare gestione del rischio.
Nel primo caso ti affidi alla speranza, alle credenze o alla convinzione che, in qualche modo, andrà tutto bene. Nel secondo cerchi di capire che cosa può andare storto e quali conseguenze avrebbe per te.
Quando parlo dei rischi non sto chiamando le sventure. Non serve fare gli scongiuri né rispondere che sto facendo terrorismo.
I rischi esistono. Dobbiamo conoscerli, maneggiarli con cura e capire quanto potrebbe costarci uno scenario negativo.
È quello che si fa nella pianificazione finanziaria, quello che ho insegnato per anni nei programmi formativi di Affari Miei e quello che Maria fa con i clienti che segue in consulenza.
Gestire il rischio significa chiedersi che cosa succederebbe se qualcosa andasse storto, invece di affidare tutto alla speranza.
Se parlare di questi aspetti dà fastidio, il problema non sparisce smettendo di parlarne.
Rischio di ristrutturazione del debito
Domanda / commento del lettore
Anche per i BTP vale la regola che più alto è il rischio, più alto è il rendimento richiesto. Il rischio principale potrebbe essere una ristrutturazione del debito sovrano, con una restituzione solo parziale del denaro investito. E se va a fondo il debito degli Stati Uniti, non si trascina dietro il resto del mondo?
È uno dei possibili scenari di cui stiamo ragionando. Una ristrutturazione può modificare gli impegni verso i creditori, per esempio intervenendo su rimborsi, interessi o scadenze.
Questo è diverso da ciò che ho chiamato “default sociale”, cioè l’impatto sui cittadini delle misure adottate per riequilibrare i conti. Sono due rischi che non vanno confusi, anche se in una crisi possono intrecciarsi.
Aggiungo una precisazione: un aumento del rendimento dei BTP non dimostra, da solo, che sia aumentato il rischio di default. Bisogna capire quanto dipenda dai tassi generali, dall’inflazione attesa e quanto dal rischio specifico attribuito all’Italia.
La riflessione utile resta quella di non guardare soltanto alla cedola. Devi capire quali rischi stai assumendo e quanto il tuo patrimonio sia già esposto alle stesse fragilità.
Diversificazione del patrimonio e rischio Paese
Domanda / commento del lettore
Dovresti dire che comprare solo BTP non significa diversificare. Come fai a sapere che chi ti ascolta non abbia già azioni, immobili, CCT e oro, e che l’acquisto di un BTP rappresenti soltanto una percentuale del patrimonio?
Se mi descrivi un portafoglio davvero diversificato, nel quale i BTP hanno un peso ragionato, non sto dicendo che sia sbagliato inserirli. Bisogna però capire che cosa c’è dietro gli strumenti che possiedi.
La mia stella polare, quando ragiono sul patrimonio degli italiani, sono anche i dati di Banca d’Italia e Istat.
Nel rapporto pubblicato il 28 gennaio 2026, riferito alla fine del 2024, la composizione della ricchezza lorda delle famiglie comprende:
- 44,3% in abitazioni;
- 5,5% in immobili non residenziali;
- 3,1% in altre attività non finanziarie;
- 12,4% in biglietti e depositi;
- 13,8% in azioni e altre partecipazioni;
- 20,9% in altre attività finanziarie.
Quasi metà della ricchezza lorda è quindi in immobili. E un immobile in Italia ti espone, attraverso canali diversi da un BTP, all’economia e alle condizioni del Paese in cui si trova.
Nella componente finanziaria possono esserci altre esposizioni allo stesso rischio. Le gestioni separate delle polizze possono investire una parte rilevante in titoli di Stato italiani: non c’è un obbligo generale di investirle tutte in BTP, ma bisogna controllare il portafoglio della gestione concreta.
Lo stesso vale per i fondi. Non tutti i fondi possiedono BTP e non tutte le polizze sono uguali: guarda gli investimenti sottostanti, invece di considerare il nome del prodotto come prova della diversificazione.
Anche i CCT, pur avendo caratteristiche diverse dai BTP, sono debito dello Stato italiano. Aggiungerli può cambiare l’esposizione ai tassi, ma non cambia l’emittente.
E quel 13,8% di azioni e partecipazioni non equivale automaticamente a un investimento azionario mondiale: può includere partecipazioni in imprese italiane, anche non quotate.
Il mio ragionamento è questo: se hai la casa in Italia, lavori in Italia, possiedi prodotti con una forte esposizione italiana e poi compri altri BTP, potresti essere molto meno diversificato di quanto pensi.
Se invece hai analizzato il patrimonio complessivo e i BTP rappresentano una componente coerente con obiettivi, scadenze e rischi, il discorso cambia.
Contare quanti prodotti hai non basta. Devi capire a quali rischi rispondono.
Conclusioni
Da una domanda sul BTP Valore al 6% siamo arrivati a parlare di oscillazioni, cedole, inflazione, debito pubblico e diversificazione. È il motivo per cui mi piace rispondere ai commenti: spesso dietro una frase breve c’è una questione che merita di essere approfondita.
Il punto da cui partire, per me, resta questo: non comprare un titolo solo perché il rendimento ti sembra interessante o perché è appena uscito.
Prima devi capire come funziona, quando ti serviranno i soldi e quale ruolo avrà nel patrimonio che possiedi già.
Quando saranno comunicati i tassi del nuovo BTP Valore, potremo ragionare sulle condizioni effettive. Nel frattempo, spero che queste risposte ti aiutino a farti domande più utili della sola “quanto rende?”.
Fammi sapere nei commenti se questo formato di domande e risposte ti piace e quali altri dubbi vorresti approfondire.
Ulteriori risorse utili per approfondire
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