#Finsubito news dalla rete – Quanto costa all’Italia non fare la transizione ecologica


Questo articolo fa parte del dossier Quanto ci costa la crisi climatica?

L’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale. E ha reso evidente che la crisi climatica non è un costo rimandato al futuro: la paghiamo già, in bolletta, al supermercato, nei premi assicurativi, nelle risorse pubbliche per ricostruire dopo alluvioni e frane. Quantificarla non è semplice, e le stime divergono.

Con il dossier Quanto ci costa la crisi climatica? proviamo comunque a fare i conti, guardando a chi paga: le famiglie, le imprese, lo Stato e chi ci legge.

Gli articoli del dossier

Quanto ci costa la crisi climatica? Tra i temi della nuova ondata di movimenti di ultradestra, da Fratelli d’Italia ad Alternative für Deutschland, c’è quello dei costi della transizione. Le forze più ostili all’abbandono dei combustibili fossili insistono sul peso che questo processo sta avendo sulle casse pubbliche. Molto meno spazio trova, però, la questione opposta: quanto spendono gli Stati per rimediare ai danni della mancata transizione?

La comunità scientifica prova a rispondere da tempo. Negli anni è nato un filone di studi a cavallo tra economia e fisica dell’atmosfera. I risultati sono vari e con ampi margini d’incertezza, ma puntano nella stessa direzione: la transizione ecologica è più economica della crisi climatica. 

Il riscaldamento globale diventa un problema di bilancio pubblico

Romagna, 2023. Tra il 2 e il 17 maggio un ciclone mediterraneo scarica una quantità di acqua senza precedenti sulle città, i campi, le montagne. L’evento meteorologico arriva a toccare anche l’Emilia, la Toscana e le Marche. Ma è tra le province di Rimini, Forlì, Cesena e Ravenna che le conseguenze sono peggiori. Muoiono diciassette persone, annegate in scantinati, mentre scappano in auto o si spostano in bicicletta. I danni economici ammontano, secondo l’Unione europea, a 8,5 miliardi di euro. Ci sono allevatori che hanno perso il bestiame, fabbriche che hanno dovuto buttare prodotti e macchinari, cittadini che si sono trovati senza una casa, comuni senza più una scuola o una palestra.

Molti di questi costi finirono col gravare sulla collettività. Nel 2025, la Regione Emilia-Romagna annunciò che gli interventi per la ricostruzione avevano raggiunto i 2,7 miliardi. È uno dei modi in cui la crisi climatica diventa una voce di spesa sempre più rilevante per gli Stati. Gli eventi meteorologici estremi portano con sé la necessità di aiutare i cittadini colpiti, ricostruire infrastrutture, rimettere a posto scuole e ospedali. E non sempre serve arrivare ad una tempesta o un incendio. Le ondate di caldo estive, ad esempio, si pagano in termini di interventi di adattamento (come l’aumento del verde urbano e la climatizzazione delle scuole) e in termini di spesa sanitaria. Le difficoltà del settore privato, poi, finiscono col pesare indirettamente sul pubblico – in termini di introiti fiscali che calano e stabilità dell’economia nel suo complesso.

Le difficoltà nel conteggio e il tema dello spread climatico

Calcolare quanto costi già oggi la crisi climatica è difficile. Ancora più difficile è calcolare quanto costerà in futuro. All’incertezza che inevitabilmente si accompagna alle proiezioni, si aggiunge il tema dell’attribuzione. Non ogni danno dovuto al meteo è necessariamente attribuibile al riscaldamento globale, e tracciare la linea è complesso. William Nordhaus ha vinto il Nobel per l’economia nel 2018. Una sua celebre frase recita che, in confronto agli studi sul clima, determinare l’impatto economico dell’inquinamento atmosferico «è una sciocchezza». «Il cambiamento climatico sta influenzando l’economia. Ma dimostrarlo è una sfida» è il titolo di un articolo dell’analista Alice C. Hill per il Council on Foreign Relations.

L’Ipcc, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, l’organo scientifico dedicato al clima, parla di «impatti significativi» sul Pil e sul welfare a livello globale. Il Network for Greening the Financial System (Ngfs) è un gruppo di 127 banche centrali e autorità di vigilanza finanziaria, e si occupa di gestire rischi climatici e promuovere gli investimenti verdi. Il Fondo monetario internazionale (Fmi), basandosi su dati Ngfs del 2023, ha calcolato che una transizione ordinata verso le emissioni nette zero entro il 2050 potrebbe portare il prodotto interno lordo globale a essere superiore del 7% rispetto a quanto accadrebbe con le politiche attuali.

Secondo il Centro euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici (Cmcc), che riprende i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), dal 1980 al 2024 gli eventi estremi hanno causato nell’Unione europea 822 miliardi di euro di perdite. Un quarto di queste solo tra 2021 e 2024. Il calcolo tiene conto delle perdite della società nel suo insieme, non solo di quelle subite dal settore pubblico. Ma nello stesso report, i ricercatori spiegano come questi dati si trasformino in un problema per le casse statali. Il Cmcc parla di spread climatico. Stati particolarmente colpiti dal riscaldamento globale rischiano di avere più difficoltà a finanziarsi sui mercati internazionali. «Per un Paese come l’Italia, esposto sia agli impatti climatici sia a vincoli di finanza pubblica, ritardare l’azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale», spiega Matteo Calcaterra, uno degli autori.

Il rischio climatico per i conti pubblici italiani da qui al 2050

Il rapporto completo, «Rischio climatico in Italia: scenari, costi e opzioni di risposta», firmato da Calcaterra con Jacopo Cammeo, Simone Borghesi, Carlo Carraro e Massimo Tavoni, quantifica per la prima volta questo rischio per i conti pubblici italiani. Secondo i modelli degli autori, nel 2050 il Pil italiano potrebbe essere tra l’1,6% e il 6% più basso rispetto a uno scenario senza danni climatici. Nello scenario tendenziale la crescita potenziale del Paese si ridurrebbe di circa un settimo: dallo 0,61% allo 0,52% l’anno.

Per un Paese con un debito pubblico di oltre 3mila miliardi di euro, è una differenza pesante. Senza danni climatici, il rapporto tra debito e Pil potrebbe tornare verso il 100% a metà secolo; con danni elevati resterebbe vicino ai livelli attuali. La probabilità che il debito superi il 200% del Pil, una soglia di forte criticità fiscale, quasi raddoppierebbe: dal 21-24% al 39-44%. E lo spread climatico, negli scenari a danni elevati, varrebbe in media 42-46 punti base.

La transizione ecologica costa meno dei danni climatici

Anche la transizione, però, ha un prezzo, ed è possibile stimarlo. Secondo il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) aggiornato nel 2024, raggiungere gli obiettivi al 2030 richiede 824,7 miliardi di euro di investimenti tra il 2024 e il 2030, contro i 650,3 miliardi previsti con le politiche attuali. La differenza è di 174,4 miliardi: quasi 25 miliardi l’anno, tra pubblico e privato. La voce più pesante è quella dei trasporti. All’adattamento, secondo una valutazione della Commissione europea citata dal Cmcc, l’Italia dovrebbe destinare 10,08 miliardi di euro l’anno, lo 0,4% del Pil: il secondo fabbisogno più alto dell’Unione in valore assoluto, dopo quello della Francia.

Si tratta però di investimenti, non di spese a fondo perduto: generano infrastrutture, impianti, risparmi energetici. E la prevenzione si ripaga: secondo la Banca mondiale, citata dallo stesso rapporto, ogni euro investito può evitare tra 4 e 7 euro di danni. Per avere un termine di paragone, nel 2025 lo Stato italiano ha speso 22,4 miliardi di euro in sussidi ambientalmente dannosi, secondo l’ultimo Catalogo del ministero dell’Ambiente: una cifra vicina all’investimento aggiuntivo annuo che il Pniec chiede per la transizione, anche se quest’ultimo è in parte a carico dei privati.

C’è infine il capitolo assicurativo. Storicamente, ricorda il Cmcc, il 95% delle perdite da disastri naturali in Italia non era assicurato, con un costo per le casse pubbliche stimato in circa 4 miliardi di euro l’anno. L’obbligo di assicurarsi contro le catastrofi naturali, introdotto per le imprese con la legge di Bilancio 2024, punta a spostare parte di questo rischio sul mercato.

L’Italia, tra l’adattamento che c’è e quello che servirebbe

L’ong Greenpeace parla di 19 miliardi di danni solo in frane e alluvioni tra 2015 e 2024. Nel 2021 l’Ispra stimava che il 94,5% dei Comuni sia esposto a rischi legati a frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera. La spesa annua per riparare i danni è salita da un miliardo prima del 2009 a 3,3 miliardi nel periodo 2009-2023.

Nelle ultime settimane, a causa dell’estate eccezionalmente calda appena conclusa, in Italia si è tornati a parlare della climatizzazione delle scuole. Il calendario scolastico, che inizia a metà settembre e si conclude a metà giugno, con lo strascico di esami e riunioni, è stato pensato in un’epoca dove le estati erano più miti. Ma per raffreddare gli istituti italiani servirebbero cifre importanti. Sky Tg24 stima, su dati del sindacato Cgil e del think-tank Tortuga, almeno 1,75 miliardi di euro. Numeri sottostimati, scrive la testata stessa, perché negli edifici antichi la spesa aumenta. Il governo, però, ha messo a disposizione appena 20 milioni. «Utili per un ventilatore in ogni classe al massimo» dice sempre la Cgil.

Interventi di questo tipo rientrano nella categoria dell’adattamento. Quelle spese cioè che servono non a rimediare ai danni già causati né a ridurre le emissioni. Bensì, ad adattare città, campagne ed industrie al clima che cambia. E la distanza tra ciò che lo Stato italiano fa e ciò che dovrebbe fare è abissale. Sul solo dissesto idrogeologico la Fondazione Earth and Water Agenda stima necessità pari a 29 miliardi all’anno, contro gli 8,8 davvero stanziati. «Gli studi dicono che per ogni euro investito in adattamento ne tornano tre alle casse pubbliche» dice Eleonora Cogo, analista del think-tank Ecco. Un altro tema enorme e che, però, difficilmente troverà spazio nella sempre più imminente campagna elettorale.


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