Due segnali rendono ancor più chiare le parole — e le preoccupazioni — espresse ieri dal ministro per l’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dal suo vice Maurizio Leo, sulla manovra in arrivo. Il vertice convocato ieri sera a Palazzo Chigi sul Documento programmatico di finanza pubblica, su cui dovrebbe vertere il Consiglio dei ministri di oggi, ne è la prova. L’inflazione è il primo dei due segnali. Ce ne accorgiamo ogni giorno facendo la spesa. Il secondo meno visibile, ma altrettanto inquietante, è lo spread.
Quello che preoccupa non è tanto il livello dello spread. Quanto l’intreccio perverso che lega i due indicatori, spread e inflazione. Il differenziale tra gli interessi che dobbiamo pagare a chi sottoscrive i nostri titoli di Stato rispetto a quanto devono pagare i tedeschi era ieri a 115 punti. Vale a dire l’1,15% in più rispetto ai tassi di interesse in Germania sui titoli a dieci anni.
L’inversione di tendenza dello spread, che sembrava ormai stabilmente sotto quota 100, può allarmare. Ma ciò che rende la situazione più incerta è la generale tendenza dei tassi di interesse a crescere che è dovuta a una corsa dei prezzi nel mondo. Cioè all’inflazione.
I titoli di Stato americani hanno superato i livelli del 2002, quelli a ridosso degli attentati alle Torri Gemelle. Il trentennale è arrivato a quota 5,61. La Francia, per collocare i suoi titoli di Stato a dieci anni, è arrivata a garantire un interesse del 4,8%. Il suo spread ha superato quello dell’Italia. E noi? Dobbiamo garantire un interesse pari al 4,62%, sempre per i decennali.
Potremmo consolarci con il fatto che i nostri «vicini» sembrano molto più in difficoltà. Lo spread decennale del Regno Unito è addirittura a quota 190. Ma qualcuno si affretterebbe a ricordarci che lo spread greco è a 96. La verità è che il nemico qui è sempre e solo l’inflazione.
Se guardiamo ai prezzi italiani, la componente energetica pesa per il 52% sull’incremento dell’inflazione che è stata del 4,2% a settembre rispetto al 3,3 di agosto. E ancora potremmo consolarci con il fatto che non siamo gli unici in Europa a registrare questi aumenti.
Persino la Spagna, che pure ricava buona parte della sua energia da rinnovabili e nucleare, ha visto l’indice schizzare al 5%. A dimostrazione che — tra crisi come quella nello Stretto di Hormuz e in generale una geopolitica destabilizzata dall’azione dell’amministrazione americana — scontiamo le conseguenze di scelte altrui.
L’inflazione però resta. I danni che provoca a cittadini e famiglie fanno male. Taglieggia salari e stipendi con i quali compriamo molto meno rispetto a un anno fa. Oggi Eurostat dovrebbe fornirci i dati per tutto il blocco della moneta unica. Un passaggio importante.
L’arma più usata per combattere la corsa dei prezzi, almeno sinora, è stata il rialzo dei tassi. Rendere cioè il costo del denaro più caro. Cosa che si riflette di nuovo sui cittadini, vedi mutui e prestiti. La Banca centrale europea si è mostrata molto cauta però su questa eventualità, proprio per il fatto che al momento sono i costi dell’energia a spingere l’indice dei prezzi verso l’alto.
Dall’altra parte dell’Atlantico, nonostante il livello di gradimento del Trump II sia basso, l’economia non mostra di fermarsi. Anzi, sorprendendo gli osservatori economici, continua a marciare a livelli elevati. La Federal Reserve, la banca centrale americana, si è ben guardata dal tagliare i tassi nonostante le richieste presidenziali.
La tendenza sui tassi sembra destinata a durare. E comunque si sta parlando di politica monetaria e cioè quella delle banche centrali che fanno la loro parte. Poi serve la politica, quella dei governi. Ed è innegabile che dopo la crisi del 2008 l’accelerazione impressa dagli Stati Uniti all’innovazione tecnologica sta dando i suoi frutti, in termini di crescita e di competitività del sistema.
Dalla nostra parte dell’Atlantico la situazione è molto meno rosea. Ai proclami pro Europa di questi anni non sono seguite azioni conseguenti da parte dei governi che hanno finito per indebolire l’Unione, prendendo spesso le distanze dalla Commissione, che resta un organo tecnico. Nello stesso tempo, in un dualismo più o meno intenzionalmente confuso, i governi e il Consiglio d’Europa (da loro composto) non hanno funzionato da stanza di compensazione delle divergenze.
Le elezioni in Germania con la crescita dei populisti di estrema destra e ora i disordini in Francia mostrano quanto la situazione generale sia complicata. È evidente che sarebbe necessaria una risposta europea. Purché di questo si tratti e non di un’Europa alla carta da cui prendere solo il necessario. È invece necessario, anzi doveroso, uscire da questa ambiguità.
Aspettare i tempi dell’Europa, che sono pur sempre quelli di 27 Paesi che si debbono mettere d’accordo, per l’Italia non sarà facile. Ha senso chiedere più flessibilità alla luce di un’inflazione maggiore di quella programmata. Sapendo però che non sarà gratis in termini di debito e interessi da pagare.
Qualcosa si sta muovendo per i cittadini. Gli sconti sui carburanti avviati dalle grandi compagnie petrolifere sono sicuramente un sollievo. Anche se, di contro, quegli sconti mostrano che il mercato e la concorrenza non hanno poi funzionato così bene. Altrimenti sarebbero arrivati prima. Cosa che chiama in causa l’azione delle Autorità negli ultimi anni.
Uno degli elementi che contribuisce alla discesa dei prezzi è la concorrenza. Su questo fronte molto si può fare ancora in Italia. Alcune Authority hanno persino potere di impiegare la Guardia di Finanza. E un mercato che funziona è la classica riforma che non costa.
Chissà che queste turbolenze continue non abbiano fatto capire a governo e maggioranza, ma anche all’opposizione, che la logica dell’aiuto può valere soltanto nell’immediato. Al Paese andrebbero proposti rimedi che vadano oltre l’orizzonte di un voto o di una crisi.
Quello che è accaduto dall’invasione russa dell’Ucraina in poi sta rendendo gli shock permanenti. E nel combinato disposto delle risposte che l’Italia può dare internamente ci sono sì i sostegni. Essenziale tuttavia è mettere il Paese in grado di reagire alle mutate condizioni geopolitiche. Questo richiede processi lunghi e riforme. A volte anche impopolari, in tempi che sono già difficili.
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