In soli cinque anni la percentuale degli enti territoriali destinatari di beni confiscati che pubblica online l’elenco previsto dalla legge è passata dal 38% a quasi l’80%. Bisogna partire da questo dato, il più eclatante, per analizzare il nuovo report di Libera sui beni confiscati alle mafie in Italia. Sono infatti 938 i Comuni sui 1.174 monitorati dalla quarta edizione di RimanDATI, che pubblicano i dati. Il rapporto, realizzato da Libera in collaborazione con la Fondazione Gruppo Abele e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, con il contributo dell’Istat mette quindi in luce un miglioramento significativo, anche considerando che le amministrazioni monitorate nelle diverse edizioni non sono esattamente le stesse.
Il dato positivo però non significa che il problema della trasparenza sui beni confiscati sia risolto. Restano 236 Comuni che non pubblicano gli elenchi secondo i criteri adottati dalla ricerca e, soprattutto, la presenza di un documento online non garantisce da sola che sia possibile comprendere quale sia il destino del patrimonio sottratto alle organizzazioni mafiose.
E poi bisogna dire che la pubblicazione di questi dati non è una scelta lasciata alle singole amministrazioni. L’articolo 48 del Codice antimafia stabilisce che gli enti territoriali destinatari di beni confiscati debbano formare un apposito elenco, aggiornarlo mensilmente e renderlo pubblico sul proprio sito istituzionale, indicando la consistenza, la destinazione e l’utilizzazione dei beni. In caso di assegnazione a terzi, devono essere resi disponibili anche i dati del concessionario e le informazioni sulla concessione. Insomma, i Comuni che hanno al loro interno dei beni confiscati alle mafie, se destinatari del bene stesso, devono pubblicare questi dati.
L’accesso civico e i 209 Comuni che iniziano a pubblicare
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda quello che accade tra la prima e la seconda ricognizione effettuata da Libera. Alla prima verifica, infatti, i Comuni che pubblicavano correttamente l’elenco erano 729 su 1.174, pari al 62,1%.
Libera ha quindi utilizzato lo strumento dell’accesso civico semplice, attraverso il quale chiunque può chiedere a una pubblica amministrazione di rendere disponibili documenti e informazioni soggetti a pubblicazione obbligatoria. Complessivamente sono state inviate 1.159 richieste agli enti territoriali monitorati, ottenendo 485 risposte, comprese quelle arrivate oltre il termine previsto di trenta giorni.
Alla seconda ricognizione il numero dei Comuni che pubblicavano correttamente l’elenco era salito a 938, con un incremento di 209 amministrazioni e di quasi 18 punti percentuali. Un dato che mostra, ancora una volta, come l’attività di monitoraggio civico possa essere estremamente utile a rendere effettivi obblighi già previsti dalla legge.
La crescita nella pubblicazione però non procede allo stesso modo in tutto il Paese. Il Nord Italia registra la percentuale più alta di Comuni che pubblicano i dati, cioè l’88,5%, seguito dal Centro con il 77,8% e da Sud e Isole con il 75%. Basilicata, Molise e Umbria raggiungono il 100% delle amministrazioni monitorate, mentre Liguria e Veneto si collocano intorno al 94%. All’estremo opposto si trovano Calabria, con il 64,7%, Trentino-Alto Adige, con il 66,7%, e Abruzzo, con il 67,7%. Per la prima volta dall’avvio del monitoraggio di Libera, comunque, nessuna regione presenta una quota di Comuni adempienti inferiore al 50%.
Percentuali che vanno lette anche tenendo conto della dimensione del fenomeno: il monitoraggio riguarda, ad esempio, 221 Comuni in Lombardia e 208 in Sicilia, ma soltanto tre in Molise e quattro in Basilicata e Umbria.
Pubblicare non basta: il problema della qualità dei dati
La disponibilità degli elenchi rappresenta soltanto il primo livello della trasparenza. Il secondo riguarda la qualità delle informazioni pubblicate, il loro aggiornamento e la possibilità di utilizzarle.
Tra i 938 Comuni che pubblicano correttamente gli elenchi, circa il 95% rende disponibili i dati catastali e l’ubicazione degli immobili, mentre il 95,8% ne specifica la tipologia. Quando però si passa dalla descrizione del patrimonio alla sua gestione concreta, le informazioni diventano meno complete. La destinazione dei beni compare nell’81,6% degli elenchi e l’utilizzazione nel 79,6%. Il nome del concessionario è presente nel 72,6% dei casi, mentre soltanto il 58,3% degli elenchi riporta la durata della concessione, informazione pertinente quando il bene è stato affidato a terzi.
È una differenza sostanziale. Sapere che in un determinato Comune esiste un appartamento o un terreno confiscato racconta soltanto una parte della storia. Per comprendere come quel patrimonio venga utilizzato occorre poter conoscere anche il progetto al quale è destinato, il soggetto che eventualmente lo gestisce e le condizioni del suo affidamento.
C’è poi il problema dell’aggiornamento. Dei 938 Comuni che pubblicano, soltanto 507, il 54,1%, avevano un elenco pubblicato o aggiornato nel 2025, anno in cui è stato condotto il monitoraggio. Per 206 amministrazioni l’ultimo aggiornamento conosciuto risaliva al 2023 o a un anno precedente, mentre in altri 97 casi non era disponibile il dato relativo alla data di aggiornamento. Eppure la legge prevede che gli elenchi vengano aggiornati mensilmente.
Anche il formato può rappresentare un ostacolo. Soltanto 479 Comuni, il 51,1% di quelli adempienti, mettono a disposizione file Excel, CSV o TXT, facilmente elaborabili. Gli altri utilizzano prevalentemente documenti PDF, talvolta derivati da scansioni, che rendono più complesso confrontare le informazioni o incrociarle con altre banche dati.
Per tenere insieme questi aspetti, RimanDATI elabora un indice sintetico della qualità della trasparenza. Considerando tutti i 1.174 Comuni monitorati, compresi quelli che non pubblicano e ai quali viene attribuito un punteggio pari a zero, la media nazionale è di 56,23 punti su 100. Se si considerano soltanto i 938 Comuni che pubblicano, il punteggio sale a 70,52.
Non si tratta di un indicatore dell’efficacia del riutilizzo sociale dei beni, ma della possibilità di conoscere il loro percorso attraverso le informazioni rese disponibili dalle amministrazioni.
Il Veneto: 44 Comuni su 47 pubblicano gli elenchi
In questo quadro il Veneto presenta un dato interessante. Sono 47 i Comuni destinatari di beni confiscati presi in considerazione dal monitoraggio di Libera. Alla prima ricognizione pubblicavano correttamente l’elenco in 37, pari al 78,7%. Alla seconda rilevazione sono diventati 44, il 93,6%.
Restano dunque tre amministrazioni che non soddisfano i criteri di pubblicazione adottati dalla ricerca: due non presentavano alcun elenco e una metteva a disposizione un documento descrittivo, senza un elenco tabellare conforme ai criteri del monitoraggio. Il Veneto si colloca così tra le regioni con la percentuale più elevata di Comuni adempienti, poco al di sotto della Liguria, che raggiunge il 94,7%.
Anche la qualità complessiva delle informazioni risulta superiore alla media nazionale. L’indice del Veneto raggiunge infatti 68,38 punti su 100, contro i 56,23 registrati considerando l’intero campione italiano.
Il dato però assume particolare interesse anche per le caratteristiche del territorio regionale. Il Veneto non appartiene alle aree di tradizionale insediamento mafioso, ma le indagini giudiziarie e le confische hanno documentato negli anni la presenza delle organizzazioni criminali e di patrimoni riconducibili alle loro attività.
Leggi anche: Mafia: l’attenzione della DIA sulle infrastrutture venete
La disponibilità delle informazioni sui beni confiscati permette di osservare un’altra dimensione del fenomeno: quella che riguarda la gestione pubblica dei patrimoni dopo la loro sottrazione definitiva alla criminalità.
È proprio questa la questione che emerge dalla quarta edizione di RimanDATI. Se cinque anni fa il problema principale era rappresentato dall’assenza degli elenchi nella maggioranza dei siti istituzionali, oggi la crescente disponibilità dei dati permette di spostare l’attenzione sulla loro completezza e utilizzabilità. Perché conoscere l’esistenza di un bene confiscato è il primo passo. Sapere che cosa ne è stato fatto significa poter seguire il percorso attraverso il quale un patrimonio sottratto alle mafie torna nella disponibilità della collettività.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link






