Una chat Telegram con oltre 4.500 iscritti, un gorilla come logo, pagamenti in criptovalute e pacchi che arrivano dall’estero. È la ‘Gorilla Gang’, al centro dell’inchiesta della procura di Roma, dipartimento criminalità diffusa e grave coortinata dal dottor Giovanni Conzo e condotta dai carabinieri della compagnia di Frascati.
Il gip Valeria Tomassini ha disposto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per L.F., 31 anni, M.V., 32, e T.A., 28. Per V.V., 30 anni, ha disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. A vario titolo sono accusati di spaccio e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante dell’ingente quantità.
Da Telegram ai pedinamenti
L’inchiesta nasce da un’attività finalizzata ad accertare l’esistenza di una rete di spaccio gestita su chat riservate. Sviluppata tra dicembre 2022 e novembre 2023 con il contributo della sezione criptovalute dell’Arma, l’indagine ha unito attività tecniche e numerosi servizi di osservazione e pedinamento. Secondo gli inquirenti, il quadro indiziario è “grave” e racconta una fiorente attività di spaccio, coordinata da persone gravitanti nei quartieri Borghesiana e Finocchio. Il cuore era un gruppo Telegram chiamato ‘Gorilla Gang’. I pagamenti sarebbero avvenuti in Bitcoin, le consegne a domicilio in tutta la Capitale. La base logistica, sempre secondo l’accusa, sarebbe stata nei comuni di Monte Compatri e Monte Porzio Catone.
I carabinieri di Frascati sono partiti dall’utenza Telegram @gorillagangRm, che avrebbe venduto hashish e marijuana incassando in Bitcoin e con ricariche Postepay. Gli investigatori hanno ricostruito le transazioni in criptovalute tra il 29 giugno 2021 e il 21 settembre 2022 e hanno individuato gli indirizzi ip collegati ai pagamenti. Così sono arrivati a un’utenza riconducibile all’account. L’analisi delle celle agganciate dal telefono ha poi collocato il dispositivo prevalentemente nella zona della Borghesiana con l’immagine di un gorilla e un marchio.
Per gli investigatori era la conferma che la messaggistica riservata servisse a gestire un traffico di stupefacenti. Il riscontro sul campo è arrivato il 21 ottobre 2022, con l’arresto di un uomo vicino a via Borghesiana. Aveva con sé diversi involucri di hashish e marijuana con il logo ‘La Kush Cake’, identico a quello che compariva tra i media del gruppo. Il 28 dicembre 2022 è scattata la svolta: il servizio criptovalute ha segnalato l’imminente consegna di un pacco in un punto di ritiro.
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Come funzionava la ‘Gorilla Gang’
Il gruppo funzionava come un vero e proprio negozio online. Nella chat, secondo l’ordinanza, venivano presentati i prodotti con nomi di fantasia da coffeeshop: sulle buste sequestrate comparivano scritte come ‘Lemon Popper’, ‘Cherry Popper’, ‘Gelato’, ‘Amnesia’, ‘Zoap’, ‘Rolex Kush’ e diverse varianti. Gli utenti ordinavano, pagavano in criptovaluta o con ricariche e ricevevano la merce a domicilio o in un punto concordato.
Nel ruolo di coordinatore, per il gip, ci sarebbe stato T.A., riconosciuto anche per un vistoso tatuaggio a forma di gorilla sulla nuca, lo stesso simbolo della chat. M.V. avrebbe fatto da corriere. V.V., invece, avrebbe ricevuto gli ordini e, in un’occasione, partecipato alla gestione di un rifornimento.
Il vertice sarebbe stato identificato in L.F.. Per il giudice avrebbe avuto un ruolo sovraordinato: contatti con il fornitore, conoscenza in anticipo di data e modalità delle consegne, direttive ai più giovani. A scandire la gerarchia è una conversazione captata il 12 aprile 2023 nell’auto di T.A.. Il primo, spiegando perché l’altro non potrà mai stare al suo livello, usa una metafora: se si apre un bar, dentro ci sono il direttore e anche il barista, ma “tu non starai mai al livello del direttore”. Nella stessa chiacchierata si parla di prezzi: per un acquisto da 60 chili, dice L.F., si paga in base alla quantità e si devono confezionare tanti pacchi.
La gestione quotidiana avrebbe richiesto cautele. Gli inquirenti hanno documentato soste quasi quotidiane in via Torricella a Monte Porzio Catone, dove si sarebbe confezionata la droga, e a Monte Compatri, in via Pantano Pallotta. L’8 marzo 2023 M.V. ha noleggiato una Fiat Panda proprio per non dare nell’occhio. In un’intercettazione ambientale si sente anche il rumore di uno spray, per coprire, secondo gli investigatori, il forte odore della sostanza.
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I pacchi dall’estero
La droga, secondo gli investigatori, non veniva prodotta né stoccata sul territorio, ma arrivava da fuori. Gli inquirenti hanno raccolto elementi che indicano spedizioni di marijuana e hashish dagli Stati Uniti e dalla Spagna. I pacchi non venivano recapitati a casa di qualcuno ma depositati nei centri ‘Indabox’, esercizi commerciali che custodiscono le consegne fino al ritiro. Così i gestori della chat potevano far arrivare la merce senza esporre un indirizzo riconducibile a loro. Il ritiro toccava poi ai corrieri della rete, e a segnalare ai carabinieri i movimenti sospetti era la sezione criptovalute.
I primi riscontri sono di fine 2022. Il 28 dicembre, alle 16, un pacco sarebbe stato ritirato da una donna ripresa dalle telecamere di videosorveglianza, che poi si sarebbe allontanata a bordo di una Fiat 500. I carabinieri l’hanno identificata incrociando la targa dell’auto, la somiglianza nelle fattezze e un tatuaggio sulla mano sinistra. Il 12 gennaio 2023 a Roma, nel punto di ritiro di un Carrefour di via Prataporci, è stato intercettato un plico spedito da Barcellona. Pesava 4,1 chili lordi e conteneva sei sacchi sottovuoto di marijuana, per 3,3 chili. Il destinatario era un nome fittizio, uno dei falsi nomi che, secondo gli inquirenti, i gestori della chat usavano per farsi recapitare la merce. Il 2 febbraio un ulteriore pacco è stato lasciato in un esercizio di via Fossa dell’Osa, e a ritirarlo sarebbe stata M.V., riconosciuta dalla Smart intestata alla madre, dalle immagini della telecamera e dal volto sulla patente. Da quel momento le utenze e l’auto della donna sono state intercettate.
Gli ascolti hanno permesso di seguire M.V. per settimane. A marzo la donna avrebbe iniziato a recarsi in via Bitritto, dove abitava una coppia di conviventi: nelle conversazioni la casa viene chiamata “la retta”, cioè il luogo sicuro in cui si custodisce la sostanza. Le soste, quasi quotidiane, si alternavano tra lei e T.A. Il 21 marzo, per esempio, M.V. avrebbe atteso in auto un messaggio, poi sarebbe entrata nell’abitazione portando qualcosa dal bagagliaio. Il 30 marzo i carabinieri hanno installato una telecamera nella via. Il 4 aprile, in una conversazione in auto, la donna scarica il bagagliaio davanti alla padrona di casa e le chiede: “Hai visto quanta ce n’è?”.
Il blitz in via Bitritto
Il carico più grosso è quello dell’11 e 12 aprile. L’11, nel primo pomeriggio, M.V. carica in auto V.V. e si dirige verso un albergo tra Magliana e Muratella. Nel tragitto i due parlano di come gestire l’arrivo di un corriere: secondo la ricostruzione, sarebbe giunto in taxi con un rifornimento da circa 50 chili. “Come stiamo organizzati? Se questi sono giusti qualcosa dobbiamo aprire”, dice uno dei due, riferendosi alla necessità di controllare la merce. Poco dopo commentano la persona che avrebbe portato i pacchi in aereo: “È matta”, perché si è prestata a trasportare la droga proprio dove i controlli sono più serrati e “non c’è via d’uscita”. Grazie a queste conversazioni i carabinieri hanno saputo, con un giorno di anticipo, dell’arrivo del corriere.
Il 12 aprile, poco dopo le 15.50, M.V. arriva in via Maruggio, dove incontra una donna scesa da una Mercedes. Entrambe hanno un grosso trolley. Si fermano all’incrocio con via Campi Salentina e, dopo un breve dialogo, la corriera consegna la sua valigia. Le telecamere riprendono la scena: M.V. prende entrambi i trolley e li porta nell’abitazione di via Bitritto. La straniera sale sulla Mercedes e si allontana. L’autista, sentito dai carabinieri, ha raccontato di averla caricata all’hotel dopo una chiamata arrivata tramite Uber, e di aver saputo solo che parlava inglese.
Alle 17.10 scatta la perquisizione. Nell’intercapedine del seminterrato, dentro borse e buste, i militari trovano 49 chili lordi di marijuana e 6 di hashish. Una parte delle confezioni riporta i nomi di fantasia della chat. I due conviventi vengono arrestati e poi messi ai domiciliari. In udienza di convalida hanno detto di aver custodito la droga per conto di una donna conosciuta da appena dieci giorni.
Il cambio di strategia
Quello che accade subito dopo emerge dalle intercettazioni. Tre ore dopo la perquisizione T.A. è già sotto casa di L.F. e lo avverte di “una cosa brutta”. I due si ritrovano e, in auto, cercano di capire cosa sia successo e se l’errore sia stato loro. “Hanno scaricato oggi la macchina”, dice L.F., che sembra sapere bene cosa fosse arrivato in giornata. Poi aggiunge una frase che il gip definisce auto-indiziante: “Roba sparita e avvocato e qualche soldo parte”. I due temono che nelle valigie ci fosse un gps e si chiedono perché M.V. non sia stata fermata. Poi passano ai consigli: “Levate l’orologio”, dice L.F. a T.A., come misura prudenziale in vista di un’eventuale perquisizione.
Dopo il sequestro la rete, secondo gli investigatori, ha semplicemente cambiato strategia. Le auto sono state bonificate o sostituite, e la Fiat Panda noleggiata da M.V. è stata ripulita dal gps installato dalla società di noleggio. Il 16 aprile la donna sarebbe tornata a Monte Compatri, segno che l’attività era ripresa.
Il giro d’affari
Nel complesso, l’attività ha permesso di sequestrare circa 53 chili di marijuana e oltre 7,6 chili di hashish, accertando, secondo gli inquirenti, una continua e strutturata attività illecita nel Comune di Roma e in provincia. La sola partita di via Bitritto contiene, secondo le consulenze tecniche, un principio attivo tra l’8 e il 42 per cento. Da qui sarebbero ricavabili oltre 15mila grammi di THC puro, dato che per il giudice giustifica l’aggravante dell’ingente quantità. A febbraio 2023 un sequestro più piccolo, circa 1,2 chili di hashish e quasi 200 grammi di marijuana in 15 plichi postali destinati a varie parti d’Italia, avrebbe confermato che la rete non lavorava solo sul territorio romano.
Su prezzi e dosi le intercettazioni raccontano il resto. Il 5 aprile 2023 T.A. è registrato mentre trattava la vendita di un etto di hashish con un acquirente mai identificato: si parla di “fumo top”, “la crema”, “bona a mousse” e di “millesette e cinquanta”, cioè 1.750 euro. Un commercio, scrive il gip, “non episodico, ma continuativo e di notevole allarme sociale”.
Le indagini proseguono
Il giudice, tuttavia, non ha concesso la custodia in carcere chiesta dalla procura. Ha escluso il pericolo di fuga: i progetti di trasferimento all’estero, tra Spagna e Dubai, non sarebbero sintomatici di un tentativo di sottrarsi alla misura. Ha invece riconosciuto un concreto pericolo di reiterazione del reato. Gli indagati, scrive, “hanno ricominciato l’attività dopo ogni sequestro”, limitandosi ad adottare maggiori cautele e a cambiare le auto.
A conferma, l’ordinanza ricorda due arresti successivi: M.V. nel giugno 2025 per 106 grammi di cocaina e T.A. nel giugno 2026 per oltre 300 grammi tra hashish e marijuana. Per questo, in ragione della giovane età e dell’assenza di condanne definitive, il gip ha scelto i domiciliari con il braccialetto, riservando a V.V., indicato come figura subalterna, l’obbligo di firma. Per la procura, quelli finiti nell’inchiesta sarebbero solo l’ultimo anello di un’organizzazione più ampia.
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