In breve
- Secondo il rapporto di Urgewald, tra il 2022 e il 2025 le banche hanno destinato 467 miliardi di dollari al carbone, con volumi annui quasi stabili dopo gli impegni di Glasgow.
- Le banche cinesi coprono da sole il 62% dei flussi. Le statunitensi, uscite dalla Net-Zero Banking Alliance, hanno aumentato i finanziamenti del 23% dopo la Cop26.
- Le banche dell’Unione europea hanno tagliato i finanziamenti del 46%, mentre le britanniche vanno in direzione opposta: Hsbc li ha più che raddoppiati, Barclays è la prima in Europa.
Il 31 maggio 2025 la centrale termoelettrica a carbone di J.H. Campbell a West Olive, nel Michigan, doveva chiudere. Era un impianto obsoleto con oltre sei decenni alle spalle. Otto giorni prima, attraverso un provvedimento d’emergenza, il dipartimento statunitense dell’Energia ha imposto che restasse aperta. Sono seguite altre cinque proroghe. Un interventismo che una corte federale statunitense ha bollato come illegittimo, annullando il primo ordine. Ma nel frattempo, il 21 novembre 2025, Consumers Energy – la società che possiede la centrale a carbone – aveva rinnovato una linea di credito da 1,1 miliardi di dollari con un gruppo di banche, guidato da JPMorgan, che comprende anche Bank of America e Wells Fargo.
Il fatto che le banche statunitensi finanzino «la bellissima industria americana del carbone pulito», per riprendere le parole di Donald Trump, non stupisce. L’ultima edizione del rapporto “Still Banking on Coal”, pubblicata il 30 settembre dalla Ong tedesca Urgewald, dà le dimensioni del fenomeno a livello globale. Svelando che gli istituti di credito a stelle e strisce sono tornati molto attivi nel comparto. I protagonisti assoluti restano però quelli cinesi che, da soli, rappresentano oltre il 60% dei flussi bancari complessivi. Viceversa, le banche europee stanno abbandonando il combustibile fossile più sporco in assoluto, con la notevole eccezione delle big britanniche.
467 miliardi di dollari di finanziamenti delle banche alla filiera del carbone
Il rapporto di Urgewald monitora i prestiti e le sottoscrizioni di obbligazioni, da parte di 744 banche commerciali, a favore di imprese che operano lungo l’intera catena del valore del carbone termico (cioè quello bruciato per produrre energia). L’analisi parte dal 2022 perché a novembre 2021, alla Cop26 di Glasgow, i 197 governi si erano impegnati a ridurre (phase down) la produzione elettrica da carbone priva di sistemi di abbattimento delle emissioni. Un compromesso, rispetto all’iniziale ipotesi di abbandonarla totalmente (phase out), ma pur sempre un impegno. E molte grandi banche, in risposta, avevano promesso di decarbonizzare i loro portafogli.
Guardando i numeri totali, sembra proprio che da Glasgow non sia cambiato niente. Nel 2022 i finanziamenti delle banche alle società del carbone ammontavano a 114 miliardi di dollari. Nel 2023 si attestavano a 120 miliardi, nel 2024 a 115 e nel 2025 a 118. Oscillazioni minime. Le cifre complessive, però, sono indicative solo fino a un certo punto. Su un totale di 467 miliardi di dollari nelle quattro annualità considerate, le banche cinesi da sole ne hanno erogati 289 miliardi, il 62%. Seguono le statunitensi a quota 67 miliardi (il 14%) e le giapponesi con 28 miliardi (il 6%).
L’Asia resta la roccaforte dell’industria del carbone
Il rapporto non usa mezzi termini nel descrivere l’Asia come la roccaforte dell’industria del carbone. Le banche cinesi destinano i loro finanziamenti quasi solo ad aziende nazionali: le sporadiche policy sul carbone riguardano quasi solo i soggetti esteri. A spartirsi il podio sono Citic con quasi 38 miliardi nei quattro anni considerati, China Merchants Bank con 22 miliardi e Industrial Bank Company con 18 miliardi. In netta controtendenza le banche taiwanesi, malesi e thailandesi, i cui finanziamenti al carbone sono crollati rispettivamente del 53%, dell’88% e del 74% tra il 2022 e il 2025. Gli ordini di grandezza restano comunque ben diversi: si parla di milioni, non di miliardi.
Viceversa, i numeri dell’India restano imponenti (2,8 miliardi di finanziamenti nel 2025) ma in calo del 19% rispetto al 2022: secondo il rapporto, il merito non è tanto delle policy quanto piuttosto della rapida espansione di solare ed eolico. In Giappone, invece, le banche più piccole si allontanano dal settore mentre le più grandi continuano a foraggiarlo con convinzione. Dalla Cop26 in poi, infatti, Mizuho Financial Group, Mitsubishi UFJ Financial Group e Sumitomo Mitsui Financial Group da sole hanno stanziato l’80% dei finanziamenti complessivi del Paese. Anche in Indonesia le banche si sono fatte avanti per sostenere l’espansione del carbone nel Paese, per colmare il vuoto lasciato dalle loro omologhe straniere: i finanziamenti sono passati da 1,4 a 2,3 miliardi nei quattro anni considerati.
Le banche americane hanno aumentato i finanziamenti al carbone del 23%
Al di fuori dalla Cina, però, le prime per volume di finanziamenti al carbone sono le banche statunitensi. All’indomani della Cop26 di Glasgow viaggiavano a un ritmo di 13,6 miliardi di dollari all’anno, nel 2025 hanno toccato i 16,7: un aumento del 23%. Sempre nel periodo di Glasgow, i grandi nomi si erano uniti alla celebratissima (all’epoca) Net-Zero Banking Alliance, salvo poi ritirarsi uno dietro l’altro decretandone il fallimento.
«La stragrande maggioranza delle banche che hanno lasciato la Net-Zero Banking Alliance continua a mantenere le proprie politiche sul carbone», commenta Niko Lusiani, dell’organizzazione ambientalista Rainforest Action Network. «Ma Bank of America e JPMorgan Chase hanno gettato dalla finestra le loro restrizioni sul carbone, mentre Wells Fargo ha abbandonato i suoi obiettivi sulle emissioni climalteranti. Ora tutte e tre stanno puntando ancora di più su questo combustibile fossile mortale e morente».
I numeri lo testimoniano. Bank of America nel 2025 è la prima della lista con 2,3 miliardi di finanziamenti al carbone (un balzo in avanti del 62% rispetto al 2022). JPMorgan Chase negli stessi quattro anni è passata da 1,5 a 2,2 miliardi, Wells Fargo da 1,2 a 1,9 miliardi. Tutte compaiono nella top 5 della più ampia classifica Banking on Climate Chaos, che censisce i finanziamenti alle fonti fossili nel loro insieme.
I passi avanti delle banche europee e i dati su Unicredit e Intesa Sanpaolo
Ben più rassicuranti, invece, i dati in arrivo dall’Unione europea. Rispetto al 2022, i finanziamenti totali delle banche alla filiera del carbone sono crollati del 46%. All’epoca ammontavano a 4,8 miliardi, ora si fermano a 2,6. Questo perché la maggior parte delle banche, sottolineano i ricercatori, ha adottato policy specifiche. Certo, c’è anche chi è rimasto indietro. È il caso di Deutsche Bank e Santander, i cui volumi nel 2025 sono pressoché gli stessi del 2022 (sopra i 400 milioni l’anno la prima, circa 330 milioni la seconda).
Tra le italiane, Unicredit ha già introdotto una policy di abbandono graduale del carbone entro il 2028: nel 2025 il report segnala ancora 196 milioni di dollari di finanziamenti alle imprese del comparto, molti meno rispetto ai 545 del 2022. Anche Intesa Sanpaolo dispone di una policy che le vieta di sostenere direttamente l’estrazione del carbone ma lascia aperta la porta ai finanziamenti per scopi generali alle società del settore, purché rispettino determinati criteri. Per il 2025 il report parla di 118 milioni di dollari. Va ricordato che Urgewald non può ricostruire a quale progetto sia destinato ogni dollaro.
I traballanti impegni per il clima di Barclays e Hsbc
Chi invece resta vicinissimo al settore del carbone sono i due colossi bancari britannici Barclays e Hsbc. Gli stessi che compaiono all’ottavo e al quattordicesimo posto globale nella classifica Banking on Climate Chaos, rispettivamente con oltre 300 e oltre 217 miliardi alle fonti fossili dalla firma dell’Accordo di Parigi in poi.
Barclays è la prima banca in Europa per finanziamenti al carbone, con oltre 5,7 miliardi in totale dal 2022 e – dato ancora più preoccupante – un evidente trend di crescita. Barclays un piano per il clima ce l’ha, seppure con parecchie scappatoie, ma si pone un orizzonte piuttosto lontano (il 2035) per eliminare tutti i finanziamenti ai clienti attivi nell’estrazione o nella produzione di elettricità da carbone. E nell’estate del 2025 è stata una delle ultime banche a congedarsi dall’Alleanza per il clima prima che chiudesse.
Anche la concorrente Hsbc se ne era sfilata proprio nello stesso periodo. Nel frattempo aveva silenziosamente spostato in avanti l’orizzonte temporale del suo piano per azzerare le emissioni nette delle proprie attività e della catena di fornitura, e non di poco: dal 2030 al 2050. Che il clima non sia al primo posto nella lista delle priorità lo confermano i dati di Urgewald. I finanziamenti al carbone erogati dall’istituto londinese, infatti, sono più che raddoppiati. Ammontavano a 200 milioni di dollari nel 2022, sono saliti a 414 milioni nel 2025.
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