#Finsubito news dalla rete – Hiv, meno finanziamenti mettono a rischio la lotta all’infezione


A gennaio 2025 gli Stati Uniti hanno fortemente ridotto i finanziamenti ai programmi globali di lotta all’Hiv. È una scelta che diversi Paesi europei hanno in alcuni casi seguito e in altri anticipato e che sta compromettendo la prevenzione, il testing e le componenti chiave del trattamento.

I rapporti e le proiezioni pubblicate nell’ultimo anno e mezzo ne descrivono i primi effetti e stimano i rischi per la salute globale. “Le conseguenze reali saranno chiare solo tra diversi anni, ma alcuni effetti sono già visibili”, commenta Francesco Vladimiro Segala, ricercatore in tenure-track all’Università di Padova.

In cifre

Il rapporto Unaids di giugno 2026 registra, tra il 2024 e il 2025, un calo del 22% dei programmi di testing nei contesti ad alto carico di malattia e una riduzione del 38% del ricorso alla PrEP (la profilassi farmacologica che previene l’infezione) in 62 Paesi.

In alcuni casi il finanziamento per i preservativi è stato tagliato di oltre il 90%. Anche il Results Report 2026 del Global Fund, pubblicato a settembre 2026, riporta una ridu­zione del numero di persone che hanno ricevuto la PrEP: da 1,4 a 1,1 milioni nei Paesi in cui il Global Fund investe, a causa dei tagli ai finanziamenti nazionali e internazionali.

“La prevenzione era già fortemente sottofinanziata (riceveva l’11% dei fondi Hiv), ridurla ulteriormente compromettere il contenimento dell’e­pidemia nel lungo periodo, proprio nel momento in cui sono disponibili nuovi strumenti di prevenzione di lunga durata”, commenta Stefania Burbo, focal point del Network italiano Salute Globale.

Si stima che il finanziamento internazionale per l’Hiv sia diminuito da 8,8 a 7,3 miliardi di dollari tra il 2024 e il 2025. Gli obiettivi per il 2030, riconfermati dall’Onu nel giugno 2026, prevedono di ridurre del 90% rispetto al 2010 sia le nuove infezioni sia i decessi: dagli 1,2 milioni di contagi del 2025 si dovrebbe scendere sotto i 210 mila.

Se venissero raggiunti, si eviterebbero 3,2 milioni di infezioni e 1,3 milioni di morti rispetto a uno scenario in cui la copertura dei servizi resta ferma ai livelli del 2025. Il rischio, osserva Burbo, è di smantellare una risposta sanitaria costruita in decenni. Ma come siamo arrivati a queste cifre e dove stiamo andando?

Stop-work immediato

Il 24 gennaio 2025 una circolare Usa ha imposto un blocco immediato su tutti i programmi di assistenza estera. Così i programmi Hiv nel mondo sono stati interrotti dall’oggi al domani. “Quando gli ordini di blocco sono entrati in vigore ero in Mozambico, terzo Paese al mondo per numero di persone che vivono con Hiv”, racconta Segala, che fino a novembre 2025 ha lavorato come project manager di Medici con l’Africa Cuamm. “Da un giorno all’altro è arrivata la comunicazione che i community worker, gli infer­mieri e i medical officer non avrebbero più ricevuto lo stipendio”.

I community worker sensibilizzano, prescrivono, somministrano i test di screening ed erogano la terapia: sono tasselli fondamentali. “Ho visto persone costrette a malincuore a lascia­re il lavoro nei centri e operatori che, tra enormi difficoltà, restavano come volontari”.

A febbraio il Dipartimento di Stato ha concesso a Pepfar una deroga limitata che consisteva nella ripresa di trat­tamento antiretrovirale, testing, cura delle infezioni opportunistiche e prevenzione della trasmissione verticale (da madre a figlio), quest’ultima compren­siva della PrEP, ma solo per le donne in gravidanza e in allattamento. Restavano esclusi la PrEP per la popolazione generale (anche chi la stava riceven­do) e per le popolazioni chiave, la distribuzione di preservativi e i programmi non clinici per minori vulnerabili.

Nel corso del 2025 è stata smantellata Usaid, che gestiva circa il 60% dell’assistenza Pepfar bilaterale. Un sondaggio condotto tra novembre 2025 e aprile 2026 su 166 partner Pepfar in 46 Paesi riporta la chiusura di almeno 1.714 punti di erogazione e la perdita di oltre 16.400 posizioni a tempo pieno. Il 63% dei partner che offriva servizi per la prevenzione della trasmissione verticale li ha ridotti o interrotti.

Un sistema dinamico

Allo smantellamento di Usaid è seguita la pubblica­zione dell’America First Global Health Strategy, che ridisegna l’assistenza statunitense attorno ad accordi bilaterali Paese per Paese: più passa il tempo, più il Paese partner deve mettere risorse proprie mentre gli Stati Uniti riducono le loro.

Le riduzioni attuali sono dovute in buona parte alle scelte statunitensi, ma non solo: il contributo dell’Italia al Global Fund sarà di 150 milioni di euro per il triennio 2026-2028 contro i 185 del triennio precedente, e la Francia ridurrà il suo impegno da un triennio all’altro del 60% circa.

Nel frattempo aumentano i contributi di due Paesi storicamente beneficiari, Sudafrica e Nigeria, che figurano da anni anche tra i donatori del Fondo.

“Già prima del 2025 diversi Paesi europei avevano iniziato a rivedere al ribasso gli stanziamenti per la cooperazione internazionale, e questo in un conte­sto segnato dall’aumento delle spese per la difesa, dalle pressioni sui bilanci pubblici e dalla crescente centralità politica della sicurezza e della gestione delle migrazioni”, commenta Burbo.

“È il segnale di un cambiamento politico più ampio che vede l’aiuto allo sviluppo come strumento di interesse nazionale, piuttosto che come responsabilità condivisa e inve­stimento nella solidarietà internazionale”.

Una salute globale

Finanziare i programmi di salute internazionali non è solo una questione etica. “Le malattie infettive sono la manifestazione più evidente del fatto che la salute è globale”, spiega Segala.

“Nel caso dell’Hiv, un aumento dei casi nel Sud Globale potrebbe portare a un aumento anche nel resto del mondo. Non solo: più il virus replica, più aumenta il rischio che sviluppi mutazioni resistenti ai farmaci. Una volta selezionati, questi ceppi si diffonderebbero più facilmente, perché avrebbero un vantaggio selettivo rispetto agli altri, e in pochi anni o decenni l’Hiv tornerebbe a essere un’emergenza sanitaria”.

L’efficacia dei programmi di prevenzione e cura forse ci ha fatto dimenticare il peso della malattia. “L’infezione è gestibile: se identificata precocemente si tiene sotto controllo con una pastiglia al giorno. La malattia, l’Aids, è tutta un’altra cosa: prevede ricoveri di settimane, con una mortalità elevata anche nei contesti occidentali”, dice Segala.

Latenza decennale

E poi c’è la latenza. In assenza di terapia, dal contagio allo sviluppo dell’Aids passano circa dieci anni. Se i test sono diffusi e la prevenzione funziona, i casi vengono identificati subito e le cure mettono al riparo la persona con Hiv dalla malattia e gli altri dal contagio.

Ma senza diagnosi, quante persone si possono infettare in un decennio? “Ci vorranno anni prima che le conseguenze sui sistemi sanitari siano catastrofiche. Ma lo saranno, soprattutto in Africa, dove il sistema sanitario non riesce nemmeno ora a rispondere al bisogno di salute di una popolazione in crescita”. La speranza di Segala è che questo rias­sestamento si traduca in un’opportunità per l’Africa e per il Sud Globale. “La demolizione di Usaid è la dimostrazione concreta della fragilità del sistema degli aiuti verticali e, in sintonia con una coopera­zione ben integrata, potrebbe essere la spinta per una maggiore autonomia dei Paesi”.




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