Questo è il decimo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos’è successo alla crescita italiana. Qui trovi il manifesto.
Nell’immaginario collettivo l’Italia è patria di grandi innovatori: la Ferrari è un simbolo mondiale del lusso automobilistico, l’Olivetti è stata ai vertici dell’informatica, oggi Bending Spoons è una delle società tecnologiche di maggior successo. Eppure a guardare i dati la situazione è differente. Il Global Innovation Index è una classifica stilata dalla World Intellectual Property Organization, l’ente che analizza le richieste di brevetto a livello internazionale, pone l’Italia al 27esimo posto al mondo tra i paesi più innovativi nel 2026. L’indice è costruito mediando i valori di circa 80 indicatori che misurano la performance in termini di istituzioni, capitale umano e ricerca, infrastrutture, per esempio. Le prime posizioni globali sono ricoperte da Svizzera e Svezia, seguite da Stati Uniti e Corea del Sud. La Germania è posta all’undicesimo posto, la Francia al tredicesimo, due paesi con cui spesso il nostro paese viene confrontato. Negli ultimi sei anni la posizione italiana invece è sostanzialmente rimasta stabile, un risultato esiguo se consideriamo il fatto che l’Italia è una delle prime sette economie al mondo per valore di Pil generato e il quarto esportatore al mondo.
Il quadro si arricchisce ulteriormente considerando i dati sugli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S). Nel triennio 2022-2024 il 62,9 per cento delle imprese industriali e dei servizi con almeno dieci addetti ha svolto attività innovative, 4,3 punti percentuali in più rispetto al 2020-2022. Eppure, secondo i dati europei aggiornati a settembre 2026, nel 2024 la spesa in R&S è stata pari all’1,4 per cento del Pil, contro il 2,3 per cento della media dell’Unione europea e il 3,1 per cento della Germania.
Innovare però non significa necessariamente inventare qualcosa. Un’impresa può introdurre un macchinario più efficiente, adottare un software, riorganizzare la produzione o modificare un prodotto utilizzando conoscenze o tecnologie inventate e sviluppate altrove. In alcuni comparti manifatturieri l’Italia ha costruito parte della propria competitività proprio su questa capacità di adattamento, unita a qualità, design e miglioramenti incrementali. Ma non bisogna confondere questa esperienza con una generale superiorità nell’adozione tecnologica.
Come abbiamo visto negli episodi sul nanismo delle imprese, sulle competenze e sulla qualità del management, l’Italia ha faticato a trasformare la rivoluzione di internet e della successiva digitalizzazione in maggiore produttività. La frammentazione produttiva, le competenze insufficienti e pratiche organizzative spesso inadeguate hanno limitato anche la diffusione delle tecnologie già disponibili. Il problema non è dunque semplicemente che sappiamo adottare ma non inventare: è che l’adozione ha funzionato in alcune parti del sistema industriale, mentre la ricerca e la diffusione delle nuove tecnologie sono rimaste entrambe troppo deboli.
Una recente analisi della Banca d’Italia descrive bene questa doppia fragilità: la produzione scientifica italiana, soprattutto nelle discipline scientifiche e tecnologiche, è di elevata qualità, ma il trasferimento dei suoi risultati alle imprese incontra ostacoli e l’innovazione in tecnologie di frontiera rimane limitata. È da qui che partiamo: perché un paese con una storia industriale importante e università capaci di produrre conoscenza investe relativamente poco nella creazione di nuove tecnologie?
Partiamo dagli investimenti. Rispetto agli anni Sessanta, quando gli investimenti in ricerca e sviluppo (d’ora in poi abbreviata R&S) valevano all’incirca lo 0,6 per cento del Pil, la quota è più che raddoppiata. Nel 2024 invece la R&S effettuata dalle imprese italiane valeva intorno allo 0,8 per cento del Pil, contro l’1,50 per cento della media europea e il 2,11 per cento della Germania, secondo la serie Eurostat. Il divario esiste anche nella ricerca svolta da università e istituzioni pubbliche, ma è quello delle imprese a pesare maggiormente sulla distanza complessiva.
Nel 2024 infatti le imprese italiane hanno realizzato il 56,6 per cento della spesa nazionale in R&S, le università il 26,9 per cento, le istituzioni pubbliche il 14,7 e il non profit l’1,8. Gli andamenti divergono: la spesa universitaria è cresciuta del 13,4 per cento, quella delle istituzioni pubbliche del 4,7 e quella delle imprese soltanto del 2,4. Le stime preliminari per il 2025 indicano perfino un calo del 2,6 per cento della spesa delle imprese.
La ricerca pubblica e quella privata, del resto, non sono due voci tra cui scegliere. Università e centri di ricerca formano persone, costruiscono infrastrutture e producono conoscenze che le imprese possono utilizzare. La ricerca ha una caratteristica particolare: parte dei suoi benefici sfugge a chi la finanzia. Un risultato scientifico può essere ripreso da altre aziende, circolare attraverso i lavoratori o rendere possibili innovazioni in settori lontani da quello in cui è nato. È per questo che il rendimento della ricerca pubblica può essere superiore a quello ottenuto dalla singola impresa e che, senza interventi adeguati, il mercato tende a finanziare meno ricerca di quanto sarebbe utile all’economia. C’è anche un secondo beneficio. Un paese che investe in ricerca (sia privata che pubblica) non acquisisce soltanto la possibilità di inventare nuove tecnologie: aumenta la capacità di comprendere, valutare e modificare quelle prodotte all’estero. La conoscenza domestica rende più efficace persino l’importazione di innovazione. In altri termini, finanziare ricerca e sviluppare la capacità di adottare tecnologia non sono obiettivi alternativi; possono rafforzarsi reciprocamente.
Una prima spiegazione è la specializzazione produttiva. Le imprese di un’economia concentrata su settori ad alta intensità tecnologia – ossia che richiedono molti investimenti per operare come i semiconduttori, la farmaceutica o l’aerospazio – spenderanno tendenzialmente più in R&S di quelle attive in settori a intensità tecnologica, dove l’innovazione avviene spesso con miglioramenti dei processi. L’Italia quindi potrebbe semplicemente aver sviluppato la propria economia nei settori sbagliati. Le analisi della Banca d’Italia mostrano però che questa motivazione non è sufficiente a spiegare il divario rispetto ad altre economie europee. Per esempio, gli autori mostrano come una parte importante del divario con la Germania dipende dalla minore intensità di ricerca all’interno degli stessi settori, non soltanto dal diverso peso che quei settori hanno nelle due economie. Cambiare la composizione produttiva aiuterebbe, ma non ci porterebbe comunque allo stesso livello della Germania.
La seconda spiegazione è la dimensione delle imprese. L’impresa italiana media occupa circa quattro persone, come abbiamo visto nell’episodio dedicato al nanismo impresariale. Sostenere un laboratorio, assumere ricercatori e finanziare per anni un progetto senza risultati commerciali certi richiede costi fissi e capacità di assorbire perdite. Secondo Istat, nel 2024 le grandi imprese italiane hanno concentrato il 76 per cento della R&S realizzata dal settore produttivo. La spesa è cresciuta del 6,4 per cento nelle grandi aziende, ma è diminuita del 5,2 nelle medie e del 13,7 per cento nelle piccole. È difficile costruire una capacità di ricerca diffusa in un’economia composta soprattutto da imprese che faticano a raggiungere quella scala. Conta quindi anche l’appartenenza a un gruppo industriale, meglio se multinazionale, capace di distribuire il costo fisso della ricerca su una struttura più ampia, potendo ricavarne benefici maggiori in termini di maggiore fatturato, o minori costi. Secondo Istat, nel 2024 l’82,2 per cento della R&S delle imprese è stato realizzato da società appartenenti a gruppi multinazionali: il 41,1 per cento a controllo italiano e un altro 41,1 a controllo estero. Già oggi in Italia quindi la ricerca privata è fortemente concentrata in organizzazioni capaci di coordinare capitali, mercati e attività tecnologiche su scala internazionale. Il problema è che ci sono troppo poche grandi aziende e multinazionali nel nostro Paese rispetto ad altre economie avanzate.
La dimensione, però, non spiega tutto. Anche un’impresa con le risorse necessarie può preferire investimenti più prevedibili: un nuovo impianto, un ampliamento della capacità produttiva, l’acquisto di tecnologia già disponibile. La R&S richiede invece di impegnare risorse oggi senza conoscere il risultato né il momento in cui potrà arrivare. Pesano allora l’accesso al capitale, l’orizzonte degli azionisti, l’effettiva concorrenza del mercato, la capacità organizzativa e qualità delle decisioni manageriali. Nell’episodio sul management abbiamo visto perché imprese apparentemente simili ottengano risultati diversi dall’impiego degli stessi fattori produttivi. La decisione di fare ricerca nasce da quelle stesse differenze.
Per capire il paradosso iniziale bisogna guardare a che cosa le imprese chiamano innovazione. Nel rapporto Istat sul triennio 2022-2024, il 57,6 per cento delle imprese osservate ha introdotto innovazioni di processo: per esempio nuovi metodi di produzione, cambiamenti nell’organizzazione del lavoro o nei sistemi informativi. Il 32,7 per cento ha introdotto innovazioni di prodotto, cioè beni o servizi nuovi oppure significativamente migliorati. Soltanto il 15,5 per cento ha presentato prodotti nuovi per il proprio mercato di riferimento, non già offerti dai concorrenti. Le percentuali si riferiscono al totale delle imprese dell’indagine, con almeno dieci addetti, non soltanto a quelle che si dichiarano innovatrici.
La distinzione non attribuisce meno valore ai miglioramenti incrementali. Un macchinario sviluppato all’estero può aumentare molto la produttività di un’azienda italiana; un’organizzazione migliore può ridurre tempi, sprechi ed errori; un componente modificato può diventare il vantaggio competitivo di un fornitore. Sono innovazioni reali. Ma non coincidono sempre con la creazione di una tecnologia che prima non esisteva, cioè con uno spostamento della frontiera delle conoscenze disponibili e la capacità di difendere maggiormente e monetizzare quella conoscenza proprietaria.
Per un paese che deve recuperare terreno rispetto alle economie tecnologicamente più avanzate, acquistare e adattare soluzioni esistenti può essere la scelta razionale: consente di beneficiare di conoscenze già disponibili senza sostenere tutti i rischi della loro scoperta. Il limite emerge quando questo diventa l’unico modello possibile. Man mano che i settori maturano, i vantaggi del semplice recupero tendono a ridursi; per continuare a competere occorre sviluppare competenze e ricerca proprie. Una ricerca del Fondo monetario internazionale ha analizzato proprio il passaggio dall’adozione all’innovazione usando l’esperienza della Corea del Sud, dove dopo una fase iniziale in cui politiche statali si sono focalizzate nell’adozione di tecnologie straniere, il focus oggi si è spostato sui sussidi agli investimenti per creare nuova conoscenza e innovazione. Anche la Cina offre un’altra illustrazione della trasformazione: dopo una fase di crescita alimentata anche da tecnologie importate, ha aumentato la propria capacità di ricerca, fino a investire nel 2024 il 2,69 per cento del Pil in R&S secondo Eurostat. Le traiettorie nazionali non sono identiche, ma il meccanismo economico è chiaro. Adottare o migliorare una tecnologia dell’esterno, non permette nel lungo termine di mantenere un contributo sostenuto alla crescita. Per quello occorre aver la capacità di generare nuova conoscenza e tecnologia.
Anche i brevetti segnalano la diversa capacità di produrre tecnologie formalizzate. Nel 2024 i richiedenti italiani hanno depositato 4.853 domande all’Ufficio europeo dei brevetti, contro 10.980 francesi e 25.033 tedeschi. Per milione di abitanti il rapporto era di circa 82 domande in Italia, 161 in Francia e 300 in Germania. Il confronto pubblicato dall’Ufficio europeo dei brevetti non misura tuttavia sia l’innovazione di processo che quella di prodotto: molti processi non vengono infatti brevettati, semplicemente attuati, e il valore dei brevetti varia enormemente. Offre però un indizio coerente con il minor investimento italiano nello sviluppo sistematico di tecnologie proprietarie.
I dati settoriali mostrano poi un quadro meno uniforme di quello suggerito dalla media nazionale. Nel 2024 il settore degli autoveicoli e macchinari hanno rappresentato insieme il 35,9 per cento della R&S privata. La farmaceutica ha registrato una crescita della spesa del 18,9 per cento, mentre il settore automobilistico e l’elettronica hanno segnato una contrazione. Le filiere capaci di sostenere ricerca intensiva esistono, ma restano concentrate in una parte relativamente ristretta del sistema produttivo. Il punto non è quindi l’assenza di capacità tecnologica: è la difficoltà a renderla diffusa.
La stessa struttura produttiva si riflette nell’impiego di personale qualificato. Secondo Istat, nel 2024 in Italia lavoravano in R&S circa 352mila addetti, misurati in equivalenti a tempo pieno; di questi, circa 179mila erano ricercatori. Il dato sui ricercatori include le diverse discipline considerate dalle statistiche sulla ricerca, comprese scienze sociali e studi umanistici: non rappresenta soltanto ingegneri, informatici o scienziati naturali. La rilevazione Istat segnala che i ricercatori sono aumentati del 15,3 per cento nelle università e del 7,5 nelle istituzioni pubbliche, ma diminuiti del 4,3 nelle imprese. Nell’articolo sulle competenze abbiamo mostrato come l’Italia ha difficoltà sia a sviluppare capacità adeguate sia ad allocarle nelle imprese dove potrebbero produrre più valore. La R&S aggiunge un altro elemento: non basta aumentare l’offerta di lavoratori preparati se non cresce anche la domanda di queste figure nelle imprese capaci di assumerle. La debolezza della ricerca è, almeno in parte, un problema di struttura delle imprese e delle opportunità che esse sono in grado di creare per i lavoratori qualificati che il sistema formativo italiano prepara.
La situazione attuale è il risultato di scelte e trasformazioni accumulate nel tempo. Una parte della storia passa dalla perdita di grandi gruppi industriali impegnati nello sviluppo di tecnologie proprie. Luciano Gallino, nel saggio La scomparsa dell’Italia industriale, ha ricostruito il ridimensionamento di alcune capacità industriali nazionali, dall’informatica di Olivetti alla chimica con Montedison. È una lettura storica, non una dimostrazione quantitativa che quei singoli episodi abbiano determinato la spesa in R&S di oggi. Indica però un meccanismo: quando scompaiono imprese capaci di sostenere grandi programmi tecnologici, si riducono anche le strutture che formano ricercatori e fanno lavorare insieme fornitori, università e aziende.
Un secondo passaggio è la fragilità della base pubblica. Le restrizioni di bilancio che hanno accompagnato la crisi finanziaria e quella dei debiti sovrani hanno frenato la capacità di programmazione delle università e degli enti di ricerca. La conseguenza economica non consiste soltanto nei fondi mancanti in un singolo anno: i progetti richiedono continuità, le infrastrutture diventano obsolete e la costruzione di gruppi di ricerca richiede tempi molto più lunghi dei cicli di bilancio. Per questo gli stanziamenti pubblici contano non solo per il loro ammontare, ma per la loro stabilità.
Il terzo passaggio riguarda gli incentivi alle imprese. Dal 2015 il credito d’imposta per la R&S ha cambiato più volte aliquote e regole: prima calcolato sulla spesa incrementale, poi ampliato e infine ridisegnato su basi differenti. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha ricostruito un sistema con molti più beneficiari ma anche costi fiscali potenziali superiori alle previsioni: per le misure analizzate nel periodo 2015-2020, circa 17 miliardi di minori entrate potenziali contro 6 miliardi inizialmente stanziati. Il punto decisivo è che il valore della spesa agevolata non coincide automaticamente con la ricerca aggiuntiva. Un’impresa potrebbe aver sostenuto comunque una parte di quei costi.
Più di recente il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) ha cercato di rafforzare il collegamento fra conoscenza e imprese. La componente «Dalla ricerca all’impresa» ha una dotazione di 11,44 miliardi di euro, con 1,61 miliardi destinati ai partenariati estesi tra università, centri di ricerca e imprese e 1,6 miliardi al potenziamento dei centri nazionali di ricerca, secondo la documentazione ufficiale sul Piano. Sono investimenti progettati per aumentare la massa critica delle strutture di ricerca e la collaborazione con il sistema produttivo.
La crescita della ricerca universitaria e pubblica nel 2023 e nel 2024 è coerente con l’arrivo di nuove risorse, ma non basta per attribuirla interamente al PNRR. E non possiamo ancora misurare in modo definitivo quanto delle nuove infrastrutture diventerà capacità privata di ricerca dopo la conclusione dei finanziamenti straordinari. Il test decisivo sarà la continuità dei progetti e la domanda di tecnologia che le imprese sapranno generare anche quando terminerà la fase degli investimenti pubblici.
Il ritardo italiano non è distribuito in modo uniforme. Nel 2024 l’Emilia-Romagna destinava alla R&S il 2,32 per cento del Pil regionale e il Piemonte il 2,20. In entrambe le regioni il contributo delle imprese era particolarmente elevato: rispettivamente l’1,75 e l’1,67 per cento del Pil. Seguivano il Friuli-Venezia Giulia con l’1,65 e la provincia autonoma di Trento con l’1,58. Lo mostra la distribuzione territoriale della spesa pubblicata da Istat. Sono numeri che si avvicinano, e in alcuni casi superano, la media europea: non descrivono un paese incapace di fare ricerca, ma un paese in cui questa capacità è concentrata.
Il confronto con la Lombardia aiuta a interpretare il dato. La regione concentra circa un quinto della spesa italiana in R&S ed è uno dei territori con maggiore valore aggiunto e produttività. Non presenta però la stessa intensità di ricerca di Emilia-Romagna e Piemonte. Non è una contraddizione: la produttività dipende anche da capitale accumulato, specializzazione settoriale, organizzazione delle imprese e utilizzo di tecnologie sviluppate altrove. La R&S può accrescere la produttività nel tempo, ma i due indicatori non misurano la stessa cosa e non devono necessariamente muoversi insieme in ogni regione.
I distretti e le filiere dove convivono imprese solide, università, fornitori specializzati, capitali e collegamenti con i mercati internazionali mostrano che una ricerca intensiva è possibile anche in Italia. Questo non permette di isolare una sola causa: un’economia più ricca può finanziare più ricerca, così come la ricerca può renderla più produttiva. Ma indica le condizioni sotto le quali l’investimento di lungo periodo diventa più sostenibile.
L’Italia ha costruito parte della propria forza industriale sulla capacità di migliorare ciò che altri avevano inventato. È una capacità da conservare, non da sostituire. Ma non basta, e non ha impedito al paese di perdere una parte della rivoluzione digitale. Il passo successivo è rendere più diffusa la capacità di adottare bene e aggiungervi quella di sviluppare conoscenza nuova. Senza imprese che crescono, capitale umano utilizzato e una ricerca pubblica capace di dialogare con la produzione, nessun aumento isolato della spesa potrà farlo al nostro posto.
Nel prossimo episodio di CrescitaZero vedremo perché alcune aziende italiane sono riuscite a crescere, competere e primeggiare a livello internazionale, e che cosa le loro esperienze possono insegnarci sulla crescita del paese.
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