di Giovanni Talente
Il pagamento dilazionato ha raggiunto in Italia il 30% dei nuclei familiari nel 2025, dal 4% del 2022, con transazioni salite da 1 miliardo di euro nel 2021 a 9,9 miliardi nel 2025. Le cifre sono contenute nella nota di stabilità finanziaria e vigilanza numero 50 della Banca d’Italia, pubblicata nel marzo scorso e firmata da Giovanni D’Aiuto, Silvia Magri e Raffaella Pico. L’importo medio delle dilazioni concesse resta contenuto, poco più di 200 euro, e circa due terzi degli utilizzatori vi ricorre soltanto in modo occasionale.
L’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, nella rilevazione diffusa a marzo, colloca il transato 2025 sulla stessa cifra di 9,9 miliardi con una crescita del 45%, e stima al 17% la quota di italiani che vi ha fatto ricorso. Il numero che qualifica il fenomeno riguarda però la qualità del credito. La stessa nota rileva per il pagamento dilazionato una quota di crediti deteriorati pari al 5%, contro il 3,5% del credito al consumo nel suo complesso. Su un prodotto il cui importo medio non arriva ai 250 euro, il tasso di deterioramento supera di un punto e mezzo quello di finanziamenti mediamente molto più grandi.
Banca d’Italia descrive una platea che “sta progressivamente coinvolgendo fasce di popolazione finanziariamente più fragili, con un reddito medio-basso, scarse risorse patrimoniali e già indebitate”, e segnala che il ricorso a questo strumento risulta molto elevato fra chi è in ritardo nel rimborso dei propri debiti. L’8 settembre l’istituto ha pubblicato un secondo lavoro, nella collana Mercati, infrastrutture e sistemi di pagamento, intitolato “Chi utilizza il Buy Now, Pay Later in Italia? Evidenze dall’indagine sui bilanci delle famiglie”. Il ritratto che ne esce è diverso: utilizzo più frequente fra le famiglie con capofamiglia tra i 35 e i 44 anni, fra le persone con livelli di istruzione più elevati, al 7% nei nuclei con redditi tra 50.000 e 100.000 euro, e con la familiarità con gli strumenti digitali come tratto distintivo principale. La conclusione è che «il BNPL appariva soprattutto come un complemento agli strumenti tradizionali di pagamento e credito». Il verbo è all’imperfetto per una ragione precisa: i dati provengono dall’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane del 2022, quando il prodotto toccava il 4% delle famiglie. Lo studio fotografa quel 4%, non il 30% di oggi.
Fra le due rilevazioni si colloca il rapporto Censis-Confcooperative diffuso il 25 giugno, che misura la crescita del credito dilazionato al 127% fra il secondo semestre del 2022 e il secondo semestre del 2025, con un progresso del 23% nell’ultimo anno. Nello stesso periodo i prestiti tradizionali di importo inferiore ai 1.500 euro sono arretrati del 29%. Negli acquisti fino a 1.000 euro il pagamento dilazionato è utilizzato nel 60,3% dei casi contro il 45,7% del credito tradizionale, e il 19% di chi lo richiede non ha alcuna storia creditizia alle spalle. Per la generazione Z rappresenta il 18,1% degli strumenti di credito utilizzati. “Ci si indebita per sopravvivere, non per crescere”, ha commentato il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini.
La domanda continua a correre più del resto del credito alle famiglie. Il barometro CRIF del 27 luglio registra per il primo semestre del 2026 richieste di pagamento dilazionato in aumento del 13,6%, con un importo medio di 1.332 euro, a fronte di prestiti finalizzati cresciuti del 2,7% e di prestiti personali al 5,6%. “Il BNPL è cresciuto perché ha saputo intercettare un bisogno molto concreto di flessibilità”, ha osservato il 4 settembre Matteo Risi, senior researcher dell’Osservatorio Innovative Payments.
Sul perché la stessa spesa cambi peso quando viene frazionata esiste una misurazione. Stijn Maesen e Dionysius Ang, in uno studio pubblicato sul Journal of Marketing nel 2024, hanno analizzato i dati transazionali di un rivenditore statunitense di abbigliamento su 52 settimane fra l’aprile 2020 e l’aprile 2021, confrontando 25.000 clienti che avevano adottato il pagamento a rate con altrettanti che non lo avevano fatto, appaiati per spesa, importo medio, numero di articoli e frequenza d’acquisto. Nel gruppo che adotta lo strumento la probabilità di effettuare un acquisto sale dal 16,64% al 25,60% e l’importo medio passa da 66,56 a 73,56 dollari, con un incremento del 10,5% e 1,83 acquisti in più nel periodo. Gli effetti risultano maggiori per chi aveva carrelli più piccoli e per chi prima usava soprattutto la carta di credito.
Il meccanismo che gli autori individuano è di percezione: secondo lo studio “le rate BNPL attenuano i vincoli finanziari percepiti riducendo i costi percepiti” e facilitando il controllo del budget. Si tratta di ricerca sul comportamento del consumatore, non di neuroscienza, e il perimetro va tenuto presente: un solo mercato, un solo settore merceologico e un periodo coincidente con la fase pandemica. Un riscontro in un altro mercato europeo arriva da un’indagine dell’autorità di vigilanza tedesca BaFin, secondo cui il 24% degli utilizzatori dichiara di avere speso più di quanto avesse pianificato, quota che sale al 38% fra gli under 30.
Il quadro regolatorio cambia fra meno di due mesi. La direttiva europea 2023/2225 sui contratti di credito ai consumatori, recepita in Italia, si applica dal 20 novembre 2026 e porta la gran parte delle operazioni di pagamento dilazionato dentro la disciplina del credito al consumo. Gli operatori saranno tenuti alla valutazione del merito creditizio prima della concessione, a un’informativa precontrattuale e contrattuale più estesa su costi e condizioni, e a regole più stringenti sulla pubblicità. Restano fuori dal perimetro soltanto le dilazioni concesse direttamente dal venditore, senza interessi, senza l’intervento di un terzo finanziatore e con durata inferiore ai cinquanta giorni. La Banca d’Italia, nella nota di marzo, prevede che l’applicazione della nuova disciplina possa avere effetti positivi sulla tutela dei consumatori e sulla rischiosità del credito.
Quattro elementi vanno considerati prima di leggere questi numeri come un allarme. Il primo è che circa due terzi degli utilizzatori vi ricorre in modo occasionale e che l’importo medio delle dilazioni supera di poco i 200 euro: per la maggioranza non si tratta di indebitamento strutturale. Il secondo è che lo studio dell’8 settembre descrive una platea mediamente più istruita e con redditi medio-alti, e resta la fotografia più dettagliata disponibile, per quanto riferita al 2022. Il terzo riguarda la trasferibilità dell’evidenza sperimentale, raccolta su un rivenditore statunitense di abbigliamento in piena pandemia, che non può essere applicata tal quale al mercato italiano. Il quarto è di perimetro: il 30% della Banca d’Italia si riferisce ai nuclei familiari, il 17% dell’Osservatorio agli individui, e i due universi non sono confrontabili.
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