A oltre tre anni dall’inizio della legislatura e con una nuova legge di bilancio alle porte, la tenuta del Servizio sanitario nazionale si gioca sulla capacità di rimettere sanità e welfare al centro delle priorità del Paese. Più risorse, superamento del tetto alle assunzioni, una risposta strutturale alle liste d’attesa e alle disuguaglianze nell’accesso alle cure, ma anche politiche capaci di accompagnare l’invecchiamento della popolazione e di riconoscere concretamente il ruolo dei caregiver familiari.
È questa la rotta indicata da Paolo Ciani (Pd), segretario della Commissione Affari sociali della Camera, nel nuovo confronto di Camerae Sanitatis. Una sfida che, per il parlamentare, parte da un punto preciso: non basta aumentare nominalmente i fondi destinati alla sanità se il loro peso rispetto al Pil e alla crescita dei costi continua a lasciare l’Italia in una posizione di svantaggio. E soprattutto non basta intervenire sull’organizzazione se al sistema mancano professionisti e le risorse per sostenerli.
Sul fondo c’è la difesa stessa del carattere universalistico del Ssn. Perché liste d’attesa e difficoltà economiche stanno già producendo una frattura: chi può permetterselo cerca una risposta alternativa, chi non può rischia di rinunciare alle cure. Una disuguaglianza che Ciani considera inaccettabile per un sistema universalistico e che riporta al centro il tema delle priorità.
Ma la tenuta del welfare si misura anche fuori dagli ospedali: nella capacità di trasformare l’allungamento della vita in una risorsa attraverso politiche per l’invecchiamento attivo e nel riconoscimento di quei caregiver familiari che ogni giorno sostengono una parte importante del lavoro di cura. Figure che, sottolinea Ciani, devono essere riconosciute e supportate in maniera adeguata.
“Sulla sanità non bastano le cifre assolute” Il primo nodo è quello delle risorse. Per Ciani il punto di partenza deve essere una lettura del finanziamento sanitario che tenga conto non soltanto degli stanziamenti nominali, ma del loro peso sull’economia e dell’aumento dei costi.
“L’Istat non fa politica, ma certifica i dati. Il dato che è arrivato, anche se ha scontentato il Governo e tutti noi italiani perché speravamo di avere maggiori margini, è un dato oggettivo che ci preoccupa”, afferma. Da qui la necessità, secondo il parlamentare, di fare chiarezza sul dibattito che ogni anno accompagna il finanziamento del Ssn: “In continuazione si discute sulle cifre assolute, come se bastasse dire che aumentano per sostenere che non si mette di meno. È chiaro almeno agli addetti ai lavori che le cifre sulla sanità vanno considerate rispetto al Pil e alla situazione economica generale del Paese”.
E l’Italia, sostiene Ciani, “si trova già in una posizione di svantaggio rispetto agli altri Paesi”. Per questo “la prima cosa da dire, spogliandosi dalle appartenenze politico-partitiche, è che l’Italia dovrebbe investire di più nella sanità”.
Il problema è anche l’aumento dei costi: mettere nominalmente più risorse nel sistema non significa necessariamente aumentare la sua capacità di spesa se, contemporaneamente, crescono energia, stipendi e altre voci. “È chiaro che c’è un tema di dove impegnare le risorse”, osserva Ciani, richiamando l’impegno a puntare sulla spesa per la difesa e ponendo la questione se quelle risorse non debbano essere destinate invece “alla sanità e al welfare”.
Liste d’attesa: “Più fondi e via il tetto alle assunzioni” È sulle liste d’attesa che, per Ciani, emergono con maggiore evidenza le conseguenze sociali delle difficoltà del Ssn. “Porto come un vanto il Servizio sanitario nazionale”, afferma, ricordando come in molti Paesi la possibilità di curarsi sia condizionata dal reddito o dalla copertura assicurativa. “Dovremmo essere molto più fieri di un sistema universalistico. Il tema è se quel sistema continua ad essere all’altezza di ciò per cui è stato creato”. La risposta, per Ciani, passa anche dalla crescente difficoltà di accedere alle prestazioni. Quando tempi troppo lunghi e difficoltà economiche portano a rinunciare alle cure, osserva, chi dispone delle risorse necessarie può trovare un’alternativa, mentre chi non può permetterselo rimane escluso. Una disparità che, soprattutto davanti a diagnosi importanti, può avere conseguenze pesanti.
Ciani riconosce al Governo di aver provato a intervenire sul problema, ma contesta l’impostazione iniziale di un intervento “a risorse invariate”, che definisce “il gioco delle tre carte”.
Due, quindi, i pilastri indicati: “Dobbiamo togliere il tetto alle assunzioni e dobbiamo investire più fondi. Questi sono, secondo noi, i due pilastri”. A questi si deve affiancare una migliore organizzazione. Per Ciani si può intervenire a livello operativo, anche sugli orari, ricordando come in alcune strutture accreditate o private sia possibile effettuare visite fino a tarda sera, mentre nel pubblico l’attività si interrompe prima. Ma il tema organizzativo, avverte, è solo “un pezzetto”: senza maggiori investimenti e nuovo personale, medici e infermieri già fortemente sotto pressione non possono sostenere ulteriormente il sistema.
Invecchiamento attivo: “Abbiamo guadagnato 30 anni di vita, dobbiamo decidere cosa farne” Il terzo grande capitolo riguarda l’invecchiamento della popolazione. Ciani, tra i promotori dell’Intergruppo parlamentare sull’invecchiamento attivo, lo definisce “un tema epocale”: “Come civiltà occidentale abbiamo guadagnato trent’anni di vita, ma non abbiamo ancora deciso bene che cosa vogliamo farne. È come se avessimo fatto una grande conquista di civiltà, ma poi non sappiamo che farci”.
Oggi, osserva, a 65 o 70 anni molte persone stanno bene, hanno competenze, capacità ed energie da mettere ancora a disposizione della società. “Come veicolare questi anni di vita è una grande sfida per un Paese come il nostro, perché altrimenti quella conquista rischia di diventare una condanna”.
Sul fondo c’è anche il problema della solitudine, una delle grandi sfide delle società occidentali: “Non possiamo pensare che la fine di una vita attiva legata al lavoro voglia dire anche lo scomparire nell’universo della società”. È qui che Ciani richiama la legge 33 sulle politiche in favore delle persone anziane. “L’invecchiamento attivo era uno dei pilastri della legge. È una legge importante, bella, completa che prende in carico gli anziani dall’invecchiamento attivo al momento della maggiore fragilità. Se non è finanziata restano belle parole”.
Ciani rivendica anche la scelta compiuta in Parlamento: “Sono l’unico dell’opposizione che ha votato a favore di quella legge”, ricorda, sottolineando come il provvedimento fosse nato già nella precedente legislatura. L’obiettivo deve essere anche quello di non disperdere competenze ed energie. Per Ciani serve quindi un salto culturale capace di attribuire alla vecchiaia un nuovo ruolo sociale: “Siamo una società di anziani e ci dobbiamo sbrigare a portare avanti questo pensiero. L’invecchiamento attivo è un tassello di questo su cui dobbiamo recuperare rapidamente”.
Caregiver: Sopperiscono anche alle carenze dello Stato, ma “Il sostegno previsto è troppo debole” Ultimo capitolo, quello dei caregiver familiari. Un tema particolarmente caro a Ciani, primo firmatario di una delle proposte di legge depositate sull’argomento e sulla quale era stata avviata una discussione alla Camera, poi superata dall’iniziativa del Governo.
“I caregiver familiari sono figure importantissime per mandare avanti il welfare del nostro Paese”, afferma. Un ruolo del quale, secondo Ciani, manca ancora una piena consapevolezza collettiva, nonostante una parte rilevante della presa in carico e della cura sia sostenuta proprio dalle famiglie. “Parliamo di persone che spesso dedicano gran parte della loro vita, spesso gran parte delle loro giornate, a figli, genitori, coniugi o compagni che stanno male dentro casa”, sottolinea.
Per questo, sostiene, il primo passo deve essere il riconoscimento del loro ruolo, seguito però da misure concrete. Ed è proprio su questo terreno che Ciani esprime le maggiori perplessità sul provvedimento in discussione. “Io la trovo troppo debole sia nel riconoscimento dello status sociale del caregiver familiare, sia nel sostegno economico”, afferma. La questione, aggiunge, è anche stabilire la platea alla quale destinare le risorse: in presenza di disponibilità limitate, per Ciani occorre partire con un intervento sostanzioso rivolto a chi è maggiormente impegnato nell’assistenza e ha sacrificato il proprio lavoro, la propria vita e le proprie relazioni sociali per prendersi cura dei propri cari.
E sulla possibilità di arrivare entro la fine della legislatura a una risposta realmente adeguata, il giudizio resta critico: “Temo che in questa legislatura, se si approverà questa legge, sarà una legge veramente troppo debole”, e non arriverà quindi a riconoscere pienamente il ruolo dei caregiver.
Per Ciani, riconoscere chi si prende cura delle persone più fragili significa anche contrastare quella che Papa Francesco definiva “la cultura dello scarto”: “I caregiver familiari, chi si prende cura delle persone, contrastano la cultura dello scarto”. E la conclusione è netta: “Ma lo Stato mi deve sostenere”.
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