#Finsubito news dalla rete – Porti, la transizione si gioca a terra: alle infrastrutture l’87% degli investimenti per decarbonizzare lo shipping



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L’analisi pubblicata dalla Commissione europea stima un fabbisogno globale tra mille e 1.400 miliardi di dollari per l’obiettivo IMO al 2050. Nuovi combustibili, adattamento climatico e competenze ridisegnano il ruolo degli scali nell’economia blu

La decarbonizzazione del trasporto marittimo si decide in larga parte a terra. Impianti per produrre e stoccare combustibili alternativi, terminal per il rifornimento delle navi, cantieri capaci di costruire nuove unità e convertire quelle esistenti: secondo l’analisi pubblicata il 20 ottobre dalla Commissione europea, circa l’87% degli investimenti necessari a perseguire l’obiettivo IMO delle emissioni nette zero al 2050 riguarda le infrastrutture terrestri. Alle navi sarebbe destinato il restante 13%, su un fabbisogno complessivo stimato fra mille e 1.400 miliardi di dollari.

È una distribuzione che colloca i porti al centro della trasformazione energetica. Gli scali dovranno rendere disponibili i combustibili della futura flotta e, contemporaneamente, proteggere la propria operatività dagli effetti del cambiamento climatico. La capacità di tenere insieme queste due esigenze influenzerà la competitività delle infrastrutture e delle filiere industriali che vi fanno riferimento.

La dimensione economica è rilevante già nello scenario di crescita del settore. Il mercato globale delle infrastrutture portuali, secondo le previsioni riportate nell’articolo, passerebbe da 164,5 miliardi di dollari nel 2023 a 278,3 miliardi nel 2032, con un incremento vicino al 70%. Questa espansione si inserisce in un’economia oceanica valutata fra 2.600 e 5.100 miliardi di dollari, mentre il trasporto via mare movimenta oltre l’80% del commercio mondiale in volume.

La crescita incontra però una crescente esposizione ai rischi naturali. Il testo richiama il Global Risks Report 2026 del World Economic Forum, che colloca eventi meteorologici estremi, perdita di biodiversità e collasso degli ecosistemi fra le minacce più gravi di lungo periodo. Per i porti, tali rischi hanno già una dimensione operativa: in Europa l’indicatore delle difficoltà legate al cambiamento climatico riportato nell’analisi è salito dal 41% del 2018 al 69% del 2025. In Asia, numerosi grandi scali risultano fortemente esposti all’innalzamento del livello del mare, alle tempeste e alle inondazioni.

L’adeguamento delle infrastrutture alla transizione potrebbe generare, secondo le stime citate, oltre 54 miliardi di dollari di valore cumulativo entro il 2030. Per cogliere questa opportunità servono tuttavia investimenti continuativi e decisioni coerenti con la lunga vita utile degli impianti portuali ed energetici. Le scelte compiute oggi definiranno per decenni la capacità degli scali di servire i traffici e affrontare le interruzioni.

Il passaggio a metanolo verde, ammoniaca verde e combustibili sintetici richiede nuove dotazioni per produzione, deposito e bunkeraggio. A queste si aggiunge la necessità di ampliare la capacità dei cantieri. Nel 2025, la disponibilità globale per le conversioni navali era stimata in circa 465 unità l’anno, contro un picco di domanda previsto superiore a mille. Il divario riguarda quindi anche tempi e capacità industriali: predisporre navi per nuovi combustibili richiede che l’intera catena, dal cantiere al terminal, possa accompagnarne l’impiego.

La trasformazione investe inoltre il lavoro. L’analisi indica circa 30 milioni di occupati diretti nel settore marittimo e altri 90 milioni di posti di lavoro che ne beneficiano indirettamente. La diffusione di combustibili marini a emissioni zero producibili su vasta scala potrebbe creare fino a quattro milioni di posti lungo la filiera energetica entro il 2050. Si tratta di un potenziale, subordinato allo sviluppo del mercato e degli investimenti, che comporta nuovi fabbisogni professionali.

La gestione sicura dei combustibili, dai serbatoi delle navi agli impianti a terra, richiederà formazione e competenze specifiche. Salute e sicurezza diventano così parte della strategia industriale, insieme alla capacità di accompagnare lavoratori e comunità nella transizione.

Un altro asse riguarda la progettazione delle infrastrutture. L’articolo propone di considerare ecosistemi, acqua e persone come risorse strategiche per la resilienza: soluzioni basate sulla natura, progetti che incorporino la tutela degli habitat e sistemi circolari di gestione idrica e dei rifiuti possono concorrere alla protezione e all’efficienza degli scali. La riduzione delle emissioni e la salvaguardia degli ecosistemi dovrebbero quindi entrare congiuntamente nelle decisioni d’investimento.

Il principale ostacolo organizzativo è la frammentazione. L’ecosistema portuale è composto da attività strettamente interdipendenti, ma spesso distribuite fra soggetti con responsabilità e incentivi differenti. Ne possono derivare investimenti rinviati o duplicati e misure di adattamento applicate soltanto a una parte del sistema.

L’analisi richiama, in questo ambito, le iniziative del World Economic Forum: Transitioning Industrial Clusters, che in cinque anni ha riunito oltre quaranta cluster industriali attivi, e ACT Ocean, con il filone portuale ACT Ports. L’obiettivo è favorire una visione condivisa fra imprese e altri interlocutori, accelerando l’adozione delle tecnologie e coordinando gli interventi.

La scala della sfida emerge soprattutto in Asia-Pacifico, che rappresenta il 45% del mercato globale delle infrastrutture portuali. Nel 2024 i porti delle economie asiatiche in via di sviluppo hanno gestito il 60% del traffico container mondiale; l’India ha quasi raddoppiato i container movimentati in dieci anni. In questi mercati, come in Europa, la questione è incorporare fin dalla progettazione esigenze energetiche, sicurezza e adattamento climatico. È sulla qualità e sul coordinamento di queste scelte che si misurerà la capacità dei porti di sostenere la prossima fase dell’economia blu.


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