#Finsubito news dalla rete – Carmilla on line | L’arrivo dei corti hitchcockiani nella tv italiana: l’inquietudine del quotidiano nella sfera domestica


di Gioacchino Toni

A partire dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, gli schermi televisivi statunitensi hanno mandato in onda oltre 400 “corti”, di qualità variabile, riconducibili al “marchio Hitchcock”, una ventina dei quali girati dal regista inglese e un’ottantina realizzati dopo la sua scomparsa. Di tale corpus fanno parte tre serie: una prima, intitolata Alfred Hitchcock Presents, composta da 7 stagioni con 268 puntate di una ventina di minuti in bianco e nero (CBS e NBC 1955-1961), una seconda, intitolata The Alfred Hitchcock Hour (1962-1964), di 3 stagioni con 92 episodi di un’ora e una terza, che riprende il titolo originale Alfred Hitchcock Presents (NBC e USA Network 1985-1989), di 80 episodi di una ventina di minuti, comprendente 4 remake, realizzata e mandata in onda dopo la scomparsa del regista.

Come sottolineano Beatrice Balsamo e Giorgio Simonelli in Brividi sul divano. I telefilm di Alfred Hitchcock (Marietti 1820, 2019), questi corti arrivano sul piccolo schermo negli Stati Uniti in un periodo in cui il cinema inizia a dover fare i conti con l’espansione del medium televisivo. Mentre diverse majors tentano di arginare l’erosione di pubblico determinata dalla tv aumentando la spettacolarità dei loro prodotti, ricorrendo ad esempio al cinemascope, così da valorizzare la visione in sala, o introducendo contenuti più espliciti rispetto a quelli consentiti alla fruizione televisiva per famiglie, la MCA gioca invece la carta della collaborazione tra i due media ricorrendo alla figura di Hitchcock.

Gli episodi vengono prodotti secondo rigidi schemi produttivi: una “catena di montaggio” che prevede due giorni di prova e tre di ripresa, con il regista inglese che, nelle pause di lavorazione dei suoi film, si reca negli studi della Universal per registrare i suoi celebri prologhi ed epiloghi al ritmo di una dozzina per volta. Indubbiamente i corti si rivelano una macchina redditizia per l’emittente e per lo stesso Hitchcock, visto che la loro messa in onda, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, contribuisce ad accrescerne la popolarità rafforzandone la forza contrattuale nei confronti dei produttori dei film per il grande schermo.

Risulta di un certo interesse guardare all’impatto di questi corti sul pubblico televisivo italiano messo di fronte a qualcosa di inatteso. Nella serata di sabato 17 gennaio 1959 viene trasmesso dalla Rai Il falso indovino (The Mail Order Prophet, 1957), un “racconto sceneggiato” diretto da James Neilson, con E.G. Marshall, Jack Klugman e Judson Pratt, destinato a inaugurare la messa in onda della serie Alfred Hitchcock Presents che entrata così a far parte del palinsesto della televisione di Stato italiana fino al 1967. A presentare l’episodio, come consuetudine dell’intera serie, è lo stesso Hitchcock che, in uno scenario artefatto in studio di stampo teatrale, affacciandosi dalla finestra di un palazzo, racconta del tuffo nel vuoto di un fantomatico socio a cui aveva scherzosamente annunciato il fallimento della comune società. A seguire, prende il via l’episodio che narra di un impiegato che, convintosi delle capacità predittive di uno sconosciuto, ne segue i consigli investendo tutti i suoi averi in azioni per poi restare in trepidante attesa degli esiti borsistici tenendo a portata di mano alcune pillole di cianuro a cui ricorrere in caso di perdita del patrimonio. La chiusura, prima della sigla finale, è affidata al regista per un brevissimo epilogo ironico rivolto al pubblico.

Il macabro humor dell’introduzione all’episodio e il clima di inquietudine e di suspense su cui è costruito quest’ultimo risultano del tutto inediti per un pubblico televisivo abituato a una programmazione rigidamente ancorata agli intenti pedagogici e alle forme di facile intrattenimento, composto principalmente di quiz e musica leggera, tanto da indurre l’emittente di Stato a “motivare” la sua messa in onda sulle pagine del «Radiocorriere TV».

Come suggeriscono Balsamo e Simonelli, a risultare inconsueto è soprattutto il “genere” a cui appartiene la serie hitchcockiana. Pur vantando un certo successo in ambito editoriale, il giallo, il poliziesco e la detection story, nelle loro più diverse declinazioni, risultano scarsamente presenti nel palinsesto televisivo italiano delle origini. Tra le rare eccezioni, costrette a fare i conti con i limiti tecnici del mezzo televisivo dell’epoca, gli autori ricordano: Io sono Gionata Scrivener (1954), “sceneggiato” Rai diretto da Mario Landi, derivato da un romanzo di Claude Houghton del 1930; Dieci piccoli negretti (1955), adattamento televisivo diretto e sceneggiato da Anton Giulio Majano della pièce teatrale Ten Little Niggers (conosciuta anche come Ten Little Indians o And Then There Was None) di Agatha Christie, tratta dal suo romanzo omonimo; Romeo Bar (1958), commedia poliziesca in due puntate scritta da Guglielmo Giannini e diretta e sceneggiata da Majano; Aprite: Polizia! (1958), serie di “originali televisivi” diretta e sceneggiata da Daniele D’Anza e Giuseppe Mangione.

Nel medesimo anno in cui fanno capolino queste produzioni americane, la Rai sperimenta a suo modo il poliziesco attraverso l’insolita formula di Giallo club – Invito al poliziesco: una trasmissione che prevede la messa in onda di “originali televisivi” di mezz’ora ideati da Mario Casacci, Alberto Ciambricco e Giuseppe Aldo Rossi, diretti da Stefano De Stefani (da Guglielmo Morandi nell’ultima serie), con Ubaldo Lay nei panni del tenete Sheridan e Carlo Alighiero in quelli del sergente Howard, interrotti sul finire per trasformarsi in quiz sull’episodio appena trasmesso per i concorrenti in studio, salvo poi trasmetterne l’ultima parte così da verificare la correttezza delle risposte dei contendenti. La trasmissione si chiude nel 1961, quando, abbandonata l’interruzione dedicata al quiz, lascia spazio al solo racconto giallo delle due serie Ritorna il tenente Sheridan (1963), di 6 episodi diretti da Mario Landi, e Sheridan, squadra omicidi (1964), di 5 episodi con Leonardo Cortese alla regia. La scelta di un’ambientazione statunitense (San Francisco) mantiene il male a debita distanza dall’universo degli spettatori italiani. Insomma, gli anni Cinquanta della televisione italiana si chiudono portando nelle case le inquietudini del variegato universo del giallo, del poliziesco e della detection story.

Nel medesimo anno in cui fanno capolino queste produzioni americane, la Rai sperimenta a suo modo il poliziesco attraverso l’insolita formula di Giallo club: una trasmissione che prevede la messa in onda di un “originale televisivo” di mezz’ora interrotto sul finire per trasformarsi in quiz sull’episodio trasmesso per i concorrenti in studio, salvo poi trasmettere l’ultima parte della messa in scena così da verificare la correttezza delle risposte dei contendenti. La trasmissione si chiude nel 1961, dopo quattro stagioni, quando, abbandonata l’interruzione dedicata al quiz, lascia spazio al solo racconto giallo adottando la forma del celebre Il tenente Sheridan di ambientazione statunitense, così da mantenere il male a debita distanza dall’universo degli spettatori italiani. Insomma, gli anni Cinquanta della televisione italiana si chiudono portando nelle case le inquietudini del variegato universo del giallo, del poliziesco e della detection story.

Di specifico, però, i corti di Hitchcock introducono sul piccolo schermo italiano la suspense e lo humor nero, ma soprattutto l’inquietudine che si annida nel quotidiano, la minaccia che scaturisce dal familiare, il perturbante. L’individuo costretto a fare i conti con l’alterità che è in lui, l’incerto confine tra il vero e il falso e tra il buono e il malvagio, il vacillare del valore rassicurante della famiglia, la complessità dei rapporti tra i sessi, l’imprevisto, l’ipocrisia, il narcisismo, il cinismo, sono tutti elementi che arrivano nelle case degli italiani abituati a una televisione rassicurante.

E così, ogni sabato sera, fanno capolino sul piccolo schermo degli italiani storie inquietanti anticipate e concluse dalle macabre e beffarde annotazioni che il regista, nelle messe in scena più insolite, rivolge direttamente al pubblico: il tema del doppio, della perdita delle certezze identitarie che può condurre alla follia, come in Il caso del signor Pelham (The Case of Mr. Pelham, 1955), in cui il protagonista è alle prese con un sosia che risulta agli occhi dei conoscenti più credibile di lui; la tematica dello scambio di colpa presente, ad esempio, in Il delitto perfetto (The Perfect Crime, 1957), con Vincent Price e James Gregory; l’inatteso rivelarsi della follia in una persona su cui si fa affidamento, messo in scena con macabra ironia, in episodi come Un tuffo nel vuoto (Dip in the Pool, 1958); l’individuo costretto a fare i conti con la perdita di credibilità, come nel caso di Un peso sullo stomaco (Poison, 1958); lo scapolo impenitente oppresso da una donna che vuole a tutti i costi sposarlo, e dunque porre fine alla sua libertà, tematica presente in Arthur (id., 1959), episodio che termina con la spasimante fatta a pezzetti e data in pasto ai polli; l’infedeltà di coppia nei suoi risvolti umoristici inattesi, come nel caso di La signora Bixby e la pelliccia del colonnello (Mrs. Bixby and the Colonel’s Coat, 1960); la suspense, come in Mani in alto (Bang! You’re Dead, 1961), ove è costruita su di un ragazzino che giocherella puntando ai passanti un revolver non sapendo che contiene proiettili inesplosi; l’inattesa scoperta della colpevolezza di una persona cara, come avviene in I cinque testimoni (I Saw the Whole Thing, 1962), ove il protagonista rischia di essere condannato ingiustamente al posto della moglie.

Per quanto le inquietudini dispensate dalla serie siano già da tempo presenti nella letteratura e nel cinema, l’arrivo dei corti hitchcockiani in Italia sul finire degli anni Cinquanta assume una rilevanza particolare perché, rompendo il clima ovattato e rassicurante dispensato dalla televisione – che passa dai 2 milioni di abbonati del 1960 agli oltre 6 milioni del 1965 –, le porta direttamente nelle case degli italiani, nella loro quotidianità, oltre le sue sospensioni temporanee offerte dalle visioni nelle sale cinematografiche o dalla lettura, quest’ultima comunque riservata ad un ambito ristretto della popolazione.


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