Il prossimo 18 novembre Nicolas Cage diventerà ufficialmente John Madden. No, non è un’allucinazione da “Fantasy Football”: il film Madden, in arrivo su Prime Video, riporterà finalmente sullo schermo l’uomo che ha trasformato il football a stelle e strisce in puro spettacolo, mentre la creatura digitale che porta il suo nome continua a dettare legge sul campo videoludico quasi quarant’anni dopo. Perché John Madden non è mai stato semplicemente un allenatore: era un personaggio totale. Prima ha trascinato i suoi Oakland Raiders al trionfo nel Super Bowl XI, guidando una banda di delinquenti adorabili, giocatori con fedine penali e soprannomi che nessun ufficio marketing avrebbe mai approvato. Poi, a soli quarantadue anni, ha mollato la panchina per diventare la voce definitiva del football americano. Non la più elegante, non la più tecnica: la più vera.
Aveva il terrore folle di volare e attraversava gli Stati Uniti a bordo del leggendario Madden Cruiser, urlava “Boom!” ogni volta che un running back veniva disintegrato in mezzo al campo e raccontava lo sport con l’entusiasmo incontenibile di un bambino davanti ai dinosauri. Solo che, al posto dei dinosauri, c’erano linebacker da centoventi chili decisi a staccare la testa dal collo al proprio avversario. Generazioni intere di adolescenti negli anni Novanta – tra cui chi scrive – hanno imparato a leggere i trucchi di una secondaria, a chiamare una play-action millimetrica e a capire perché quel tight end si trovasse improvvisamente da solo in mezzo all’end zone. Non grazie a un corso accelerato di football in TV: grazie a un videogioco. È questa l’eredità pesante che la serie continua a portarsi sulle spalle ogni volta che si accende la console.
Il trionfo della difesa
Sul campo, Madden NFL 27 è probabilmente il miglior football che EA Tiburon abbia mai messo su schermo. Non nasce da un singolo colpo di genio estemporaneo, ma rappresenta il punto d’arrivo di un cantiere aperto con Madden NFL 23 e tirato su mattone dopo mattone, anno dopo anno. Fermare l’avversario negli ultimi episodi era diventata una pura formalità burocratica: un fondale decorativo mentre gli attacchi si scambiavano ottanta o più punti a partita. Il gioco sembrava essersi trasformato in NBA 2K con i caschi, dove in campo si sfidavano senza tregua il “Greatest show on turf” di Mike Martz, la “West coast offense” di Bill Walsh e, ovviamente, il solito “Patrick Mahomes in coppia con il signor Taylor Swift” (Travis Kelce, per chi non segue il football NFL).
Madden NFL 27 si ricorda finalmente che in campo ci sono anche gli altri undici. La pass rush pesa di più, le zone coverage leggono meglio il rettangolo verde e, soprattutto, i difensori sembrano avere finalmente un piano tattico. Prendete Fred Warner: se il quarterback insiste con le tracce corte, il linebacker dei 49ers non aspetta più che il ricevitore gli passi davanti come un turista distratto, legge la giocata, chiude lo spazio e arriva prima sul pallone. Oppure Kyle Hamilton: la safety dei Ravens può giocare d’anticipo invece di limitarsi a inseguire l’ennesimo disastro in profondità. Per anni si poteva chiamare la stessa traccia cinque volte di fila, trovare sempre lo stesso buco nella secondaria e aspettare che qualche linebacker decidesse di andare a prendere un caffè. I difensori sembravano NPC con l’unico compito di correre nella direzione generale del pallone.

Madden NFL 27 rompe questo circolo vizioso: se si continua a cercare la giocata facile, la difesa si adatta e punisce; se si insiste con la stessa copertura, l’attacco ha finalmente gli strumenti per smontarla. A completare l’opera ci pensano i nuovi controlli pre-snap: le impostazioni conservative, aggressive e ultra-aggressive permettono di stravolgere il comportamento del reparto prima dello scatto, mentre le regolazioni delle coperture consentono di rispondere colpo su colpo agli schieramenti dell’attacco. Non sono orpelli buttati lì per riempire un menu di contorno: diventano lo strumento principale con cui si costruisce la gabbia per fermare l’avversario.
Il risultato è un sistema difensivo finalmente vicino al football vero: meno “spero che il mio cornerback faccia una magia” e più “so esattamente quale opzione sto togliendo al quarterback”. Per i veterani della serie significa affrontare una curva di adattamento inevitabile e brutale; dopo anni di automatismi, Madden NFL 27 costringe a rimettere mano al playbook e a pensare. Per chi arriva per la prima volta, invece, la mole di informazioni rischia di sembrare quella necessaria per laurearsi in “defensive coordinator” alla Pro Football Hall of Fame di Canton prima ancora di aver chiuso il tutorial.
Chi blocca?
Detto questo, la perfezione al day one si è rivelata qualcosa di utopistico ed EA Tiburon è dovuta correre ai ripari per uno dei problemi storici del running game: l’assegnazione dei blocchi. L’ultima patch migliora il cosiddetto “Run Action Block Targeting”, ma in campo resiste ancora qualche scena comica: un difensore lasciato completamente libero mentre due offensive linemen si dedicano con entusiasmo a un doppio blocco del tutto inutile. Oppure nessuno che si prende cura dell’uomo giusto, con l’inevitabile e frustrante regalo di un classico TFL (tackle for loss).
Il difetto si nota soprattutto con i “lead blocker”: invece di ignorare il linebacker più vicino alla linea di scrimmage e puntare quello più pericoloso, il bloccante tende a fermarsi sul primo tizio che capita a tiro. L’ultima patch, comunque, va nella direzione giusta e il gioco di corsa compie un salto di qualità apprezzabile. Gli “insta-shed” (quei momenti in cui un difensore decide che il blocco di fronte a lui è soltanto un suggerimento amichevole) esistono ancora, così come qualche linebacker che ogni tanto viene colpevolmente ignorato. Ma capita molto più di rado di vedere un defensive lineman sbucare totalmente indisturbato davanti all’uomo incaricato di fermarlo: il risultato è un sistema di corse più credibile, fisico e finalmente leggibile. La linea d’attacco, per una volta, sembra una vera linea e non una lotteria di Capodanno.

E dall’altra parte del pallone arriva l’altro grande game changer: il “Timing-Based Catch”. Dopo il lancio compare un indicatore sopra il ricevitore e, per una volta, il destino della palla non è completamente in balia del motore fisico. Bisogna premere e rilasciare al millisecondo giusto. Se si indovina il tempismo, aumentano le probabilità di completare la ricezione e guadagnare preziosi yards after catch. Sembra una piccola aggiunta estetica, ma in realtà ribalta il rapporto di forza tra il giocatore e l’algoritmo. Il sistema richiede precisione chirurgica, soprattutto sui passaggi rapidi, e nelle prime partite è facilissimo trasformare un ricevitore liberissimo in un professionista del drop. Ma almeno l’errore nasce da una decisione del giocatore, non dal caos cosmico del codice.
Il contraccolpo si avverte in ogni zona del campo: i contatti pesano come macigni, i giocatori lottano corpo a corpo per la posizione e le superstar sembrano finalmente tali, non semplici numeri gonfiati su una scheda tecnica. Veder correre Ja’Marr Chase e Justin Jefferson in campo aperto dà l’impressione di veder correre Ja’Marr Chase e Justin Jefferson. E per la storia recente di Madden non è affatto poco. L’IA continua a scivolare sulle solite bucce di banana (e no, qui non parliamo di Mario Kart). Ai livelli di difficoltà più alti, la CPU non diventa improvvisamente più intelligente o creativa: diventa semplicemente “telepatica”. I difensori leggono traiettorie impossibili e anticipano il passaggio prima ancora che il pollice abbia finito di premere il tasto, roba che farebbe impallidire persino i New England Patriots ai tempi del spygate. Perdere contro un avversario più forte fa parte dello sport; perdere contro un codice che ha palesemente letto il copione in anticipo è un’altra storia. E a quanto pare, anche quest’anno, il franchise deve ancora imparare la differenza.
Franchise Mode: finalmente protagonista
Benvenuti nel “McVay-Verse”: la versione NFL di Marvel, dove non ci sono divinità cosmiche con il mantello ma offensive coordinator di trentott’anni che scrutano un tablet con l’espressione di chi ha appena decifrato Matrix, convinti di aver inventato il football moderno dopo aver studiato terabyte di dati su un server privato alle tre di notte, e il Franchise Mode di Madden 27 sembra essersi trasferito anima e corpo in questo laboratorio permanente. È qui che si respira l’aria di una lega dove il prototipo dell’allenatore-secchione alla Sean McVay ha cambiato le regole d’ingaggio: un ecosistema dove la gestione dello spogliatoio è tanto complessa quanto la lavagna tattica.
Merito del nuovo “Persona Engine” che, finalmente, smette di trattare i giocatori alla stregua di semplici figurine con statistiche astratte, restituendo loro ego, ambizioni e soglie di sopportazione molto ben definite. Funziona esattamente come nella Los Angeles di Sean McVay o almeno, dovrebbe funzionare così, visti i recenti e inspiegabili black-out degli strafavoriti Rams: un leader silenzioso diventa il collante invisibile che tiene insieme un gruppo in tempesta; un veterano navigato comincia a mugugnare appena vede il proprio ruolo ridimensionato da un rookie e un giovane talento reclama palloni con l’urgenza di chi sa che nel football i contratti entry-level durano il tempo di un respiro. La panchina è un lusso che nessuno può permettersi troppo a lungo, e si ha davvero la sensazione di non costruire soltanto un roster, ma un vero e proprio spogliatoio.
Il problema è che EA Tiburon si è innamorata un po’ troppo della propria complessità. Le opzioni aumentano, i sistemi si moltiplicano, le informazioni arrivano da ogni direzione. Tutto sembra avere una funzione, ma non tutto sembra sapere dove stare. E l’interfaccia, a volte, fa più confusione di uno spogliatoio dopo una sconfitta all’ultimo secondo. Insomma, la profondità c’è, l’accessibilità molto meno. Madden Ultimate Team resta invece la grande contraddizione della serie. L’idea continua a essere irresistibile: costruire la squadra dei sogni, inseguire le carte rare e trasformare un gruppo di giocatori virtuali in una dinastia. È anche quella modalità capace di tenerti incollato alla simulazione di EA Tiburon a febbraio, quando la stagione NFL è finita. Il problema è che MUT sembra progettato tanto per essere giocato quanto per estorcere il codice della carta di credito (senza tuttavia raggiungere le inarrestabili “slot machine” delle serie firmate 2K).
Le promozioni spuntano ovunque come funghi dopo la pioggia, le offerte speciali tendono agguati dietro ogni menu e qualsiasi strada sembra condurre inesorabilmente verso un nuovo pacchetto da scartare. Certo, le Evos e l’Ultimate Captain system introducono una progressione finalmente genuina e qualche ottima intuizione; il problema è che non riescono a cancellare quella fastidiosa sensazione di fondo. Qualche crepa si vede anche nella modalità Superstar, dove l’NFL Scouting Combine resta tra gli elementi meno convincenti. E, nonostante i miglioramenti generali, persistono alcuni problemi tecnici abbastanza evidenti da ricordarti che il motore di Madden NFL non è ancora arrivato all’età pensionabile senza qualche acciacco.
Dove invece Madden 27 guadagna una valanga di punti è sul fronte dell’atmosfera: il pubblico sugli spalti, il caos organizzato sulla sideline, le animazioni pre-partita e la produzione televisiva fanno finalmente il loro maledetto lavoro; quel prato verde e sintetico restituisce la sensazione viscerale di essere catapultati dentro a una vera domenica pomeriggio della NFL, completa di odore di tailgate, hamburger e hot dog sui barbecue nel parcheggio e tifosi con la birra in mano pronti a urlare tutta la loro frustrazione a due passi dai monitor.
Madden NFL 27 non grida al miracolo e non sposterà gli equilibri dell’universo videoludico, ma rappresenta qualcosa di interessante: è il risultato concreto di un cantiere che, dopo anni di false partenze, comincia finalmente a produrre qualcosa di solido. Il gameplay è più credibile, la difesa ha riacquistato un ruolo preciso, il “Timing-based catch” restituisce il brivido della responsabilità direttamente al giocatore e il Persona Engine inietta nella Franchise una dose di personalità che mancava dai tempi in cui si giocava con i televisori a tubo catodico. Certo, non è tutto perfetto. Il motore fisico continua a regalarci quei gloriosi momenti da “Madden being Madden”, la CPU ogni tanto balbetta decisioni strambe e diverse modalità implorano pietà (e patch correttive) prima di girare a pieno regime. Ma lo scarto rispetto al passato è evidente: stavolta i passaggi a vuoto e le sbavature non cancellano i progressi fatti. Insomma, un cambio di rotta che ha il sapore di una boccata d’aria fresca.
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