Si può immaginare una proposta politica per una crescita economica a beneficio di tutti, senza chiedersi se le istituzioni che dovrebbero realizzarla siano in grado di farlo?
Io credo di no.
LA SFIDA DELLA TECNOLOGIA
Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia corre a una velocità che nessun ciclo elettorale riesce a seguire. E le autarchie, libere dal vincolo del consenso, decidono e realizzano in tempi che le democrazie non riescono nemmeno a immaginare. In mezzo a queste due realtà c’è la politica democratica, che sembra viaggiare in un’altra dimensione temporale, incapace di leggere, disciplinare e perfino di notare in tempo ciò che accade.
L’Italia ne è un esempio lampante. È una politica che discute ossessivamente di sé stessa mentre il mondo cambia, con leader che sembrano non rendersene conto, come se vivessero in una bolla fuori dal tempo.
Il rischio è che si diffonda sempre più l’idea che la democrazia non sia attrezzata per stare al passo con la tecnologia, e che le distanze dai Paesi un tempo emergenti siano ormai incolmabili. Non è un attacco ai valori democratici. È peggio: è l’accusa di inefficienza e di inadeguatezza del modello democratico.
Una storica di Harvard, Jill Lepore, ha scritto sulla sfida tecnologica un libro che dovremmo leggere tutti: ‘Ascesa e caduta dello Stato artificiale’ (Rizzoli). Lepore sostiene che l’ascesa dello Stato artificiale non sia mai stata inevitabile: è stata in gran parte accidentale, frutto di strumenti nati per scopi ordinari e con effetti collaterali enormi. L’intenzionalità è arrivata dopo, quando pochi magnati, arricchiti da quegli strumenti, hanno iniziato a impossessarsi di poteri che spettavano agli Stati. Da qui viene la sua indicazione decisiva: ciò che è stato costruito si può smantellare, come è accaduto al feudalesimo, alla schiavitù, al fascismo. La via è passare dalla gestione tecnologica dell’umanità alla gestione democratica della tecnologia, con regole decise pubblicamente e responsabilità verso i cittadini.
GOVERNARE IL FUTURO
Ma non si governa democraticamente una tecnologia o un algoritmo che cambiano ogni settimana con maggioranze che impiegano anni a decidere o che provino a farlo forzando abitualmente il sistema.
Una democrazia che arriva sempre in ritardo non viene sconfitta: viene scavalcata.
Per questo difendere la democrazia, oggi, significa renderla più “decidente”, con regole certe ed adeguate, non meno democratica. Ne discende che non si può immaginare una proposta politica per una crescita economica a beneficio di tutti, e non di pochi, senza prevedere anche una riforma delle istituzioni.
Le politiche per la competitività, per il lavoro, per l’innovazione, per la riduzione delle disuguaglianze arrivano troppo tardi, o non arrivano, se il sistema che deve produrle è lento, instabile e privo di responsabilità chiare. Un programma economico, per quanto ben disegnato, resta sulla carta se mancano istituzioni in grado di realizzarlo.
Ma fuori dalla bolla degli addetti ai lavori, come fa un cittadino italiano a credere ancora oggi nella politica? Di fronte a un governo di destra che in un’intera legislatura non ha prodotto una riforma capace di cambiare davvero il passo delle istituzioni? E di fronte a un’opposizione trainata da una sinistra che da mesi, se non da anni, non riesce a fare un minimo passo avanti nel costruire una coalizione in grado di offrire una credibile alternativa di governo?
La verità è che spesso non ci crede più. Non per qualunquismo, ma per un calcolo ragionevole.
SCONFIGGERE LA RASSEGNAZIONE DEGLI ELETTORI
È questa rassegnazione che dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia.
Da riformisti, dobbiamo allora tornare con convinzione su una strada che l’Italia ha interrotto.
Il 4 dicembre 2016 gli italiani bocciarono con il referendum una riforma istituzionale che aveva proprio questo obiettivo. Quella riforma non toccava la Prima Parte della Costituzione, quella dei diritti e dei doveri dei cittadini. Interveniva esclusivamente sulle regole di funzionamento, quelle della Seconda Parte. Si può discutere a lungo di quel testo, dei suoi limiti, del clima politico in cui fu votato. Ma fu l’ultima riforma organica dell’assetto istituzionale approvata dal Parlamento e sottoposta agli elettori.
Fu, per usare un’espressione che mi è cara, un sogno spezzato.
Non perché fosse perfetta, ma perché indicava perlomeno una direzione. E dopo quella bocciatura la stagione delle riforme si è chiusa senza che nulla le succedesse.
Dieci anni dopo il conto è sotto gli occhi di tutti: un Paese più esposto alla complessità di un mondo che cambia velocemente, e una politica che difende sé stessa disegnando le regole del gioco in funzione del prossimo voto invece che della missione che dovrebbe perseguire.
Allora io dico: se vogliamo rilanciare il nostro Paese ripartiamo da lì, non per spirito di rivincita ma per spirito costruttivo.
LE ISTITUZIONI E LA CRESCITA ECONOMICA
Perché non c’è crescita per tutti senza istituzioni che sappiano decidere: per far tornare il Paese a crescere servono investimenti, e chi investe ha bisogno di decisioni che arrivino in tempo così come di regole certe e stabili.
Credo che chi, nell’area riformista ed europeista, voglia costruire un’alternativa credibile debba provare ancora a farlo, come allora, lasciando intatti i principi della Prima Parte, che sono il cuore dell’identità democratica del Paese, e rendendo più efficienti, trasparenti e responsabili le regole della Seconda, con tre obiettivi chiari: il superamento del bicameralismo paritario; competenze nette tra Stato e Regioni; governi che possano decidere e un Parlamento forte che li controlli.
Queste riforme istituzionali vanno proposte fin dall’inizio della prossima legislatura, dentro un programma di governo organico, con un orizzonte di medio termine: il Paese che immaginiamo e ci proponiamo di realizzare, insieme alle misure economiche e sociali più urgenti a sostegno del ceto medio. Entrambe possono e devono coesistere: le misure urgenti rispondono a chi non può aspettare, le riforme fanno sì che le risposte durino e arrivino in tempo.
Obama chiedeva a un’America divisa se volesse una politica di speranza o una politica del cinismo. Oggi la domanda ha una declinazione più concreta: vogliamo una democrazia che si limita a commentare il proprio tempo o una che torna a governarlo?
Libertà e uguaglianza hanno bisogno di istituzioni che funzionino, e lo devono fare nei tempi del nostro secolo e non di quello scorso. Questa è la proposta che da riformisti si può portare al Paese: una grande alleanza per la crescita e per la giustizia sociale, che abbia nelle riforme istituzionali la sua condizione, non il suo ornamento.
La democrazia ha ancora molte risorse. Ma deve tornare ad avere il passo del proprio tempo.
Servono coraggio, passione, visione e anche tanta perseveranza. Ed è un compito che spetta a noi.

Consulente d’impresa, esperto in Corporate Banking. Già delegato dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, è attivo nell’Associazione europeista Freedem e nell’Associazione InNova Bergamo. Ha contribuito al progetto transnazionale di candidatura UNESCO delle ‘Opere di difesa veneziane tra il XV e il XVII secolo’. Diplomato ISPI in Affari europei. Componente del Comitato scientifico di Libertà Eguale. E’ impegnato nella costruzione di una proposta di alleanza tra tutti gli europeisti riformatori.
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