Il mondo del lavoro e il sistema imprenditoriale italiano sono davvero pronti a offrire pari opportunità alle donne, anche nelle posizioni dirigenziali e ai vertici delle grandi aziende? Siamo capaci di riconoscere il talento e le competenze di una donna con la stessa naturalezza con cui riconosciamo quelli di un uomo?
A queste domande ha provato a rispondere un panel di tre imprenditrici e manager d’eccezione, protagoniste dell’incontro “Materia di Donna”, organizzato dal Circolo delle Imprese e ospitato il 22 ottobre da Univet, azienda di Rezzato, in provincia di Brescia, specializzata nella progettazione e produzione di occhiali professionali di protezione.
Di fronte a una platea gremita, come ormai tradizione per gli appuntamenti del Circolo delle Imprese, Francesca Morandi, responsabile delle relazioni esterne di siderweb, protagonista del progetto Made in Steel e ideatrice di Acciaio al femminile, Miriam Olivi, direttrice generale di Frigosystem-Corema e presidente di Women in Plastics Italy, e Federica Vairetti, socio amministratore di Rainoldi Legnami, hanno raccontato tre esperienze professionali accomunate da una straordinaria passione per il proprio lavoro.
Acciaio al femminile, in particolare, è un’iniziativa ideata da Morandi per dare voce e visibilità alle donne della siderurgia, valorizzarne le competenze e favorire il confronto all’interno di una filiera industriale storicamente caratterizzata da una forte presenza maschile.
L’acciaio per Morandi, la plastica per Olivi e il legno per Vairetti. Tre materiali profondamente diversi, tre settori industriali e altrettanti percorsi che dimostrano quanto il legame con il prodotto, con la storia dell’impresa e con le persone che vi lavorano possa rappresentare un elemento determinante per il successo di un’azienda.
Francesca Morandi è cresciuta in una famiglia che ha fatto dell’acciaio la propria ragione imprenditoriale e ha contribuito a costruire una comunità di riferimento per la siderurgia italiana. Miriam Olivi ha imparato a conoscere e apprezzare le straordinarie qualità della plastica, un materiale troppo spesso raccontato soltanto attraverso le sue criticità ambientali, ma fondamentale per numerose filiere produttive. Una passione che l’ha portata anche a impegnarsi in Women in Plastics Italy, associazione di cui è presidente, nata per valorizzare la presenza e il ruolo delle donne nell’industria delle materie plastiche. Un’esperienza che punta a creare una rete di relazioni e opportunità, favorire lo scambio di competenze e promuovere una maggiore partecipazione femminile, anche nelle posizioni di responsabilità, in un settore tradizionalmente dominato dagli uomini.
Federica Vairetti ha invece respirato fin dall’infanzia il profumo del legno, in una terra come la Valtellina, dove la lavorazione del legname rappresenta una tradizione, una fonte di lavoro e un elemento dell’identità economica del territorio.
Tre donne che amano profondamente il proprio lavoro, ma che non hanno nascosto le difficoltà incontrate lungo il percorso.
Un mondo del lavoro ancora costruito a misura d’uomo
La risposta alla domanda iniziale è stata sostanzialmente concorde: il nostro sistema produttivo continua a essere organizzato secondo modelli che rispondono prevalentemente a una concezione maschile del lavoro e della carriera.
Anche elementi apparentemente secondari, come la rigidità degli orari, l’obbligo di presenza fisica e l’abitudine a misurare l’impegno attraverso il tempo trascorso in azienda, rispondono a una visione nella quale la disponibilità professionale viene spesso considerata incompatibile con altre responsabilità personali e familiari.
Una struttura che penalizza soprattutto le donne, sulle quali continua a ricadere una parte significativa degli impegni legati alla gestione della famiglia e alla cura dei figli.
Talento, capacità, determinazione e passione hanno certamente contribuito all’affermazione professionale delle tre protagoniste. Ma una domanda ha introdotto nel confronto un elemento particolarmente significativo: a parità di competenze e risultati, sarebbe stato possibile raggiungere le medesime posizioni senza appartenere a una famiglia imprenditoriale e senza poter contare su un percorso di passaggio generazionale?
Le risposte hanno lasciato emergere più di un dubbio.
Perché se è vero che il passaggio generazionale rappresenta una sfida complessa per qualsiasi imprenditore, è altrettanto vero che per una donna conquistare la fiducia necessaria a guidare una grande azienda può risultare ancora più difficile.
Per una donna essere autorevole non sempre basta
Dal confronto è emersa una delle contraddizioni più evidenti della leadership femminile: una donna al comando deve spesso dimostrare ogni giorno di essere all’altezza del ruolo che ricopre, mentre a un uomo la stessa autorevolezza viene più facilmente riconosciuta in virtù della posizione raggiunta.
Per ottenere il rispetto dei collaboratori e conservare il proprio ascendente all’interno dell’organizzazione, alle donne viene talvolta richiesto di mostrarsi più autoritarie di quanto vorrebbero o di quanto sarebbe necessario. Come se la capacità di ascoltare, comprendere e valorizzare le persone rappresentasse un elemento di debolezza anziché una qualità fondamentale per chiunque abbia la responsabilità di guidare un’impresa.
A una donna che occupa una posizione di vertice, inoltre, sembrano essere concessi meno momenti di difficoltà, di incertezza o di fragilità. Condizioni che appartengono alla natura umana, ma che rischiano di essere interpretate diversamente a seconda che riguardino un uomo o una donna.
La maternità e la gestione della famiglia aggiungono ulteriori responsabilità a un percorso professionale che, soprattutto ai livelli più elevati, richiede impegno, disponibilità e capacità di affrontare situazioni impreviste.
La conciliazione tra vita privata e lavoro resta così uno degli ostacoli principali per chi desidera costruire una carriera di eccellenza senza rinunciare alla propria dimensione familiare.
Il cambiamento non può riguardare soltanto le donne
Su questo punto il messaggio emerso dalla serata è stato particolarmente chiaro: non è possibile costruire un sistema di pari opportunità senza coinvolgere gli uomini nel cambiamento.
Non basta garantire formalmente le stesse possibilità di carriera, se poi la maggior parte delle responsabilità familiari continua a ricadere sulle donne. Occorre che alla trasformazione dell’organizzazione del lavoro corrisponda una maggiore disponibilità a condividere impegni e sacrifici anche nella vita privata.
La collaborazione dei compagni di vita, così come quella dei fratelli e delle sorelle coinvolti nei percorsi di successione delle imprese familiari, può rappresentare una condizione determinante per consentire alle donne di esprimere pienamente le proprie capacità.
Non si tratta di concedere privilegi, ma di costruire condizioni nelle quali ciascuno possa essere valutato per il contributo che è in grado di offrire.
Una riflessione che Miriam Olivi ha sintetizzato con particolare efficacia, richiamando la necessità di misurare le persone per le loro capacità e per i risultati che ottengono, anziché per le ore che trascorrono sul luogo di lavoro.
Acciaio, plastica e legno: il valore delle differenze
Tra i tanti spunti offerti da un confronto intenso, rimane soprattutto la straordinaria passione con cui le tre protagoniste hanno raccontato il proprio lavoro.
Una passione che assume un significato ancora più importante se consideriamo che le loro esperienze si sviluppano in comparti industriali nei quali la presenza femminile è storicamente minoritaria.
Come hanno ricordato le relatrici, richiamando le ricerche condotte dalle rispettive associazioni e organizzazioni di riferimento, la presenza femminile nei settori dell’acciaio, della plastica e del legno non supera il 10% degli addetti, pur con differenze tra i diversi comparti. Un dato che restituisce con immediatezza la dimensione di uno squilibrio ancora profondo e aiuta a comprendere quanto sia impegnativo, per una donna, costruire un percorso professionale in questi ambienti e raggiungere posizioni di responsabilità.
La siderurgia, la trasformazione delle materie plastiche e la filiera del legno hanno costruito una parte importante della storia manifatturiera italiana. Settori nei quali competenza tecnica, conoscenza dei materiali e capacità di innovare rappresentano elementi fondamentali per competere sui mercati.
Le storie di Morandi, Olivi e Vairetti dimostrano che la diversità di esperienze, sensibilità e modalità di interpretare il lavoro può costituire una risorsa straordinaria. Non perché esista necessariamente un modo femminile e uno maschile di dirigere un’impresa, ma perché ogni persona porta all’interno dell’organizzazione un patrimonio di conoscenze e intuizioni che merita di essere valorizzato.
Gestire le risorse umane significa anche saper mettere in relazione persone differenti, favorire il confronto tra punti di vista diversi e trasformare questa pluralità in un’opportunità di crescita.
Dalle storie personali una lezione per il futuro delle imprese
Ascoltare tre testimonianze imprenditoriali di così alto livello, tre storie legate a imprese che hanno saputo attraversare le generazioni mantenendo un forte legame con le proprie origini e una costante attenzione all’innovazione, ha rappresentato per i partecipanti un’occasione di riflessione che va ben oltre il tema della parità di genere.
Perché la questione riguarda, prima ancora che il rapporto tra uomini e donne, il modello di sviluppo economico e sociale che vogliamo costruire.
Vogliamo imprese nelle quali il talento sia riconosciuto indipendentemente dal genere, dall’età e dal percorso personale? Organizzazioni capaci di valutare le persone per i risultati che producono e non soltanto per il tempo che dedicano al lavoro? Una società nella quale realizzazione professionale e vita familiare non siano necessariamente due obiettivi in competizione?
Sono domande che riguardano tutti, imprenditori e lavoratori, uomini e donne, e alle quali non è più possibile sottrarsi.
Anche perché la capacità delle nostre aziende di attrarre e trattenere i talenti rappresenta una delle condizioni fondamentali per la competitività del sistema produttivo italiano. Limitare le opportunità di una parte delle risorse umane disponibili non costituisce soltanto un problema di equità sociale: significa rinunciare a competenze, idee e capacità che potrebbero contribuire alla crescita economica.
Un confronto senza stereotipi, guardando al futuro
Grazie all’ospitalità di Univet, che ha accolto l’incontro nella propria Univet Arena, e dopo i saluti introduttivi di Alessandra Favalli, Head of Global Marketing and ESG dell’azienda, il Circolo delle Imprese ha affrontato un tema complesso e particolarmente attuale senza cadere nella contrapposizione tra uomini e donne e senza ridurre il confronto a una battaglia di genere.
Il merito delle tre protagoniste è stato quello di partire dalle proprie esperienze, raccontando successi, difficoltà, responsabilità e passioni, per arrivare a individuare questioni che riguardano l’intero sistema imprenditoriale.
La sfida non consiste nel sostituire un modello di leadership maschile con uno femminile, ma nel superare l’idea stessa che la capacità di guidare un’impresa debba essere associata al genere di chi la esercita.
Acciaio, plastica e legno sono materiali profondamente diversi, ciascuno con caratteristiche, qualità e possibilità di utilizzo differenti. Ma tutti e tre possono essere trasformati e valorizzati grazie alla conoscenza, all’esperienza e alla capacità di chi li lavora.
O, come hanno dimostrato le protagoniste della serata di Rezzato, grazie alla capacità delle persone. Indipendentemente dal loro genere.
Alberto Manzo
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