#Finsubito news dalla rete – Il gap tra formazione e lavoro che frena l’Italia


L’Italia ha un problema di imprenditorialità, ma anche di competenze. È uno dei messaggi che emerge dal Rapporto GEM (Global Entrepreneurship Monitor) Italia 2025-2026, scaricabile nella versione completa sul sito di FrancoAngeli, che fotografa un Paese nel quale quasi un adulto su cinque dichiara l’intenzione di avviare un’impresa, ma solo l’11% arriva effettivamente ad attivarsi.

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Un gap tra intenzione e azione che contribuisce a spiegare perché l’Italia si collochi al 30° posto su 48 Paesi per propensione imprenditoriale. E mentre il numero delle nuove iscrizioni resta lontano dai livelli del 2010, con una contrazione particolarmente evidente nella manifattura, emergono segnali più incoraggianti dall’high-tech e dalle attività legate a digitale, intelligenza artificiale e sostenibilità. Dietro questi numeri c’è però una questione più ampia, che riguarda direttamente imprese, manager e sistema della formazione: le competenze necessarie per fare impresa e per affrontare il mercato del lavoro stanno cambiando più rapidamente dei percorsi formativi.

Il GEM segnala infatti la formazione imprenditoriale e il trasferimento tecnologico tra gli elementi più deboli dell’ecosistema italiano, mentre le aziende faticano a trovare profili capaci di combinare competenze tecniche, conoscenza dei settori, capacità di gestione e comprensione delle nuove tecnologie. A questo si aggiungono il persistente gender gap nell’imprenditorialità, la paura del fallimento, la difficoltà di accesso alla finanza e una percezione ancora limitata delle opportunità.

È dunque sempre più evidente che il tema non sia soltanto quanti nuovi imprenditori l’Italia riesca a generare, ma quanto il sistema Paese sia in grado di trasformare conoscenza, formazione e innovazione in iniziativa imprenditoriale e valore economico. Di questi ed altri temi abbiamo parlato con Alessandra Micozzi, coordinatrice scientifica del GEM Italia e direttrice del Dipartimento di Economia, Statistica e Impresa di Universitas Mercatorum, per capire cosa raccontano davvero i dati sull’imprenditorialità italiana, quali competenze stanno diventando strategiche e soprattutto dove si trova oggi il punto di frizione tra università, formazione e mondo del lavoro.

Quali sono i dati più interessanti emersi dal vostro ultimo rapporto?

Il dato più significativo riguarda il gap imprenditoriale, ossia la discrepanza tra volontà di attivare una impresa e la reale attivazione: nel 2025, quasi il 20% degli adulti intervistati in Italia intende avviare un’impresa, solo l’11% si attiva e le nuove iscrizioni restano molto inferiori a quelle registrate nel 2010. Il principale indicatore usato nel GEM per misurare la vivacità imprenditoriale di un paese è il TEA (Total Early-stage Entrepreneurial Activity), che è calcolato come percentuale della popolazione di età compresa tra i 18 e i 64 anni coinvolta nelle prime fasi dell’attività imprenditoriale. Nell’ultimo anno di rilevazione, il TEA raggiunge circa l’11%, il valore più alto della serie osservata, ed è alimentato per circa tre quarti da imprenditorialità per opportunità. Questo recupero è però accompagnato da alcune debolezze strutturali: i giovani partecipano meno rispetto ad altri Paesi avanzati, le nuove imprese hanno aspettative occupazionali prudenti e permane un forte gender gap. Sono invece incoraggianti la crescita dell’high-tech e l’attenzione a digitale, IA e sostenibilità.

L’Italia rimane fra le nazioni a più bassa propensione imprenditoriale, posizionandosi al 30° posto su 48 Paesi. Perché secondo lei e cosa si potrebbe/dovrebbe fare per invertire questa tendenza?

L’Italia soffre del cosiddetto “paradosso europeo”: gli scaffali dei nostri centri di ricerca sono ricchi di risultati scientifici e tecnologie potenzialmente innovative, ma si fa fatica a valorizzarli, a trasferirli al mercato e a trasformarli in progetti imprenditoriali credibili e scalabili. L’indagine GEM consente di intervistare, oltre ad un campione della popolazione adulta, un panel di esperti di imprenditorialità. Questi ultimi collocano l’Italia sotto la media dei Paesi avanzati per burocrazia e tassazione, accesso alla finanza, politiche pubbliche, programmi di sostegno, trasferimento tecnologico e formazione imprenditoriale. In questi fattori abilitanti l’imprenditorialità, l’Italia registra dei punti di debolezza. Inoltre, la percezione che sia semplice avviare un’impresa è la più bassa fra i Paesi avanzati. Serve quindi una strategia di politica economica stabile, che non contempli solo incentivi episodici. È fondamentale semplificare le procedure, supportare i nascenti imprenditori con capitale di rischio e capitale di credito e occorre investire in formazione imprenditoriale.

Quali sono i principali fattori che alimentano il gap imprenditoriale?

Intanto sottolineiamo che il gap imprenditororiale è il divario tra intenzione e azione. Lo alimentano la scarsa percezione di avere le competenze necessarie ad avviare una impresa, la limitata capacità di riconoscere opportunità, e l’avversione al rischio. Quest’ultima è direttamente collegata alla paura di fallire, una barriera emotiva di natura strutturale che impatta in maniera significativa sulla dinamica imprenditoriale italiana. I nostri studi mostrano che non basta un titolo di studio per avviare un’impresa: contano l’esperienza specifica nel settore e la fiducia nella propria capacità di agire. Poi sono necessari i fattori esterni, quindi la facilità di accesso alla finanza, una rete professionale consolidata, modelli di riferimento virtuosi e chiarezza delle regole.

Un altro limite tutto italiano è rappresentato dal fatto che le donne mostrano una minore propensione all’imprenditorialità rispetto agli uomini.

Nel 2025 il TEA maschile è del 13,6%, quello femminile dell’8,4%: oltre cinque punti percentuali di distanza. La nostra analisi dei dati GEM mostra un divario persistente e ciclico, le cui cause sono molteplici e riconducibili a una varietà di fattori di tipo culturale, sociale, economico e strutturale. In particolare, le percezioni sociali e i quadri istituzionali possono fungere da ostacoli e da leve per lo sviluppo dell’imprenditorialità femminile. Le donne dichiarano minore fiducia nelle proprie competenze, reti imprenditoriali più deboli, minore percezione delle opportunità e una maggiore paura di fallire. Pesano inoltre i carichi di cura familiare e un accesso più complesso alla finanza esterna. Occorre quindi spostare l’attenzione dal gender gap nelle risorse al gender gap nella conversione delle risorse in attività imprenditoriali. In altri termini, le donne possono acquisire risorse imprenditoriali, ma tali risorse restano meno convertibili in azione imprenditoriale a causa di vincoli non pienamente osservati: qualità delle reti, accesso alla finanza, legittimazione sociale della donna come imprenditrice, condizioni familiari e capacità di cogliere le opportunità.

Un ruolo importante, oltre alle istituzioni politiche e agli investimenti pubblici, lo gioca anche un certo scollamento tra mondo della formazione e mondo reale del lavoro.

Sì, ma non basta aggiornare l’elenco degli insegnamenti. Il Rapporto GEM indica la formazione imprenditoriale come la dimensione più debole dell’ecosistema e considera insufficiente anche il trasferimento tecnologico. Occorre passare dalla didattica prevalentemente trasmissiva a esperienze in cui studenti di discipline diverse lavorano su problemi reali con imprese, mentor e ricercatori. Nella nostra esperienza con il Contamination Lab di Universitas Mercartorum, abbiamo osservato che il learning by doing rafforza l’intenzione imprenditoriale e, sicuramente, mitiga la paura di fallire.

Oggi più che mai ci si trova forse anche di fronte a una doppia beffa: per le professioni più ricercate non si trovano professionisti preparati. Perché?

Tecnologie e organizzazioni cambiano più rapidamente dei percorsi formativi e delle competenze aziendali. Inoltre, le imprese cercano profili ibridi: non solo tecnici dell’AI, ma persone capaci di unire conoscenza settoriale, dati, gestione, comunicazione ed etica professionale. A questo si aggiungono l’invecchiamento progressivo della popolazione e il ricambio generazionale: secondo Excelsior, nel 2025-2029 gran parte del fabbisogno deriverà dalla sostituzione di chi esce dal lavoro e ci sarà una forte domanda nelle discipline Stem. Il mismatch nasce dunque da carenze quantitative ma anche, e soprattutto, dalla distanza fra i titoli di studio e la capacità di applicare le conoscenze nel luogo di lavoro.

Quali sono le professioni più richieste oggi? Vengono alla mente quelle legate a tutto il mondo dell’intelligenza artificiale. Le altre?

L’AI è trasversale. Cresce la domanda di data analyst e data scientist, sviluppatori software, specialisti di cybersecurity e cloud, ingegneri dell’automazione, della robotica, dell’energia e dei processi industriali. Sono richieste anche competenze legate a Esg, economia circolare e transizione ecologica. Dal mio punto di vista, sarà decisivo essere in grado di usare l’AI, mantenendo le insostituibili capacità creative e innovative dell’essere umano.

L’Universitas Mercatorum cosa offre in tal senso? Quali sono le professioni del presente e del futuro a cui formate nei vostri corsi di studio?

La nostra offerta comprende corsi di laurea in Statistica e Big Data, Ingegneria Informatica, Ingegneria Gestionale, Ingegneria Industriale e dell’Innovazione, Sicurezza Informatica, Gestione d’Impresa, Management, Comunicazione Digitale e Marketing. Gli sbocchi occupazionali sono molteplici, in particolare, formiamo analisti dei dati, specialisti informatici e della sicurezza, ingegneri e manager dell’innovazione, professionisti del marketing digitale e manager competenti nell’organizzazione aziendale. Abbiamo inoltre tre percorsi di Dottorato in sostenibilità e agenda Esg, crisi d’impresa e Big Data. Oltre alle competenze tecniche, la sfida che affrontiamo ogni giorno è quella di sviluppare nei nostri studenti la capacità di apprendere usando responsabilmente l’intelligenza artificiale, la capacità di interpretare i dati e soprattutto la capacità di trasformare delle opportunità in valore.


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