#Finsubito news dalla rete – Il futuro non entra nel pil


La campagna elettorale è già cominciata. Non importa quando si apriranno formalmente le urne. I contendenti sono già ai blocchi di partenza, pronti a sfidarsi sull’unico terreno sul quale sembrano ancora capaci di riconoscersi: i numeri.
Qualche decimale di PIL in più per la maggioranza. Qualche decimale in meno per l’opposizione. Gli uni a rivendicare la crescita, gli altri a denunciarne l’insufficienza. Entrambi convinti che il futuro di un Paese possa essere contenuto in una cifra dopo la virgola.
Cambiano i governi, cambiano gli schieramenti, cambiano le previsioni. Non cambia il metro con il quale si pretende di misurare il successo della politica.
Ma siamo davvero sicuri che sia quello giusto?
Il PIL misura quanto produciamo, consumiamo e spendiamo. È uno strumento indispensabile per conoscere l’andamento dell’economia. Ma non è stato inventato per misurare il benessere di una società, tantomeno la sua capacità di sopravvivere a se stessa.
Una foresta abbattuta genera attività economica. Una foresta preservata custodisce un valore che soltanto in parte entra nei conti nazionali.
Una malattia alimenta la spesa sanitaria. La prevenzione evita sofferenze e costi, ma non necessariamente fa crescere il PIL.
Un territorio può continuare a produrre ricchezza mentre perde abitanti, scuole, negozi, servizi e prospettive.
Il PIL misura il movimento dell’economia. Non la direzione della società.
E una società può diventare economicamente più grande e socialmente più piccola.
Può avere banche più grandi e territori meno finanziati. Imprese più produttive e lavoratori più insicuri. Mercati finanziari più efficienti e cittadini sempre meno capaci di parteciparvi.
Può persino crescere mentre consuma le condizioni che le permetterebbero di continuare a farlo.
È questo il paradosso che dovrebbe occupare il dibattito politico. Non la disputa sui decimali, ma la domanda su ciò che quei decimali nascondono.
Quanto futuro stiamo consumando per finanziare il presente?
La rivoluzione conservatrice che la politica non ha capito
Al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Coldiretti ho provato a partire da una considerazione apparentemente lontana dalla politica economica.
L’agricoltura italiana ha già sperimentato una rivoluzione che il resto del sistema produttivo dovrebbe studiare.
Una rivoluzione conservatrice, nel significato più autentico dell’espressione: innovare per custodire.
Attraverso la multifunzionalità, l’impresa agricola ha progressivamente conquistato il riconoscimento di un valore che va oltre il prodotto venduto.
Non produce soltanto alimenti. Custodisce paesaggio, territorio, biodiversità, sicurezza alimentare, salute, continuità delle comunità.
La sua funzione economica non si esaurisce nel fatturato. E la sua funzione sociale non è un’attività accessoria da finanziare quando avanzano risorse.
È parte integrante del valore che produce.
Coldiretti ha compreso prima di molti altri che non tutto ciò che ha valore possiede immediatamente un prezzo e non tutto ciò che ha un prezzo produce valore per la collettività.
Perché non estendere questo principio all’intera economia?
Un negozio di prossimità non vende soltanto merci. Custodisce relazioni, legalità, sicurezza e fiducia.
Un agente di commercio non distribuisce soltanto prodotti. Tiene insieme imprese, mercati e territori.
Un consulente finanziario non colloca soltanto strumenti di investimento. Può trasformare il risparmio in consapevolezza e autonomia economica.
Una cassa previdenziale non deve limitarsi a pagare pensioni. Deve contribuire a costruire le condizioni economiche e sociali che renderanno possibili quelle di domani.
In altre parole, dobbiamo smettere di considerare il valore sociale come un effetto collaterale dell’attività economica.
È tempo di riconoscere economicamente anche ciò che un’impresa, una professione o un’istituzione custodisce per la collettività.
Il mercato non è una divinità
Qui la questione diventa inevitabilmente politica.
Natalino Irti ci ha ricordato che il mercato non è un ordine naturale che precede il diritto. È una costruzione giuridica, il risultato di regole e di scelte.
Se è così, non possiamo continuare a raccontare le trasformazioni dell’economia come fenomeni atmosferici.
La globalizzazione, la concentrazione bancaria, la finanziarizzazione, la distribuzione del capitale non sono temporali ai quali assistere con l’ombrello aperto.
Sono processi economici che si sviluppano dentro ordinamenti giuridici e scelte istituzionali.
E quando la politica rinuncia a orientare quelle scelte, non lascia il mercato senza regole. Lascia che siano soprattutto i soggetti economicamente più forti a influenzarne la definizione.
Basta guardare al risiko bancario italiano.
Per mesi abbiamo discusso di fusioni, acquisizioni, premi, concambi, partecipazioni, maggioranze assembleari.
Abbiamo contato le azioni. Molto meno gli interessi che quelle azioni dovrebbero rappresentare.
Abbiamo discusso di chi avrebbe controllato le banche. Quasi mai di chi avrebbe rappresentato i territori e i risparmiatori dai quali quelle banche traggono origine e risorse.
Non si tratta di rimpiangere un sistema bancario frammentato, né di contestare la necessità di operatori capaci di competere su scala internazionale.
Si tratta di porre una domanda che la politica sembra aver accuratamente evitato.
Una banca più grande rende necessariamente più forte il Paese nel quale raccoglie il risparmio?
E soprattutto: chi custodisce l’interesse di lungo periodo dei cittadini quando il loro risparmio diventa capitale finanziario?
Abbiamo democratizzato la formazione del risparmio, ma non altrettanto la partecipazione al suo governo.
È il grande squilibrio della nostra democrazia economica.
La cittadinanza si ferma davanti alla banca?
La Costituzione italiana aveva immaginato qualcosa di più ambizioso.
L’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rendere effettiva la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
L’articolo 41 riconosce la libertà dell’iniziativa economica, ma la inserisce in un quadro di responsabilità sociale.
L’articolo 46 riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, secondo le modalità stabilite dalla legge, alla gestione delle aziende.
L’articolo 47 incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme.
Letti insieme, questi articoli disegnano un progetto che abbiamo realizzato soltanto parzialmente.
Abbiamo costruito gli strumenti della cittadinanza politica, ma abbiamo lasciato incompiuti quelli della cittadinanza economica.
Siamo cittadini quando votiamo. Consumatori quando compriamo. Lavoratori quando produciamo. Risparmiatori quando investiamo.
Come se la persona potesse essere divisa in compartimenti stagni, ciascuno governato da regole e rappresentanze diverse.
Ma la cittadinanza non può interrompersi quando comincia il mercato.
Costituzionalizzare il mercato significa precisamente questo: completare la democrazia, non sostituire l’economia privata con quella pubblica.
Significa riconoscere che la libertà economica, la partecipazione e la tutela del risparmio sono parti di uno stesso disegno costituzionale.
E significa restituire alla politica la responsabilità di definire le condizioni del futuro, senza pretendere che debba amministrare direttamente ogni impresa o scegliere ogni investimento.
I nuovi corpi intermedi del risparmio
Esiste già una parte della società organizzata che potrebbe assumere un ruolo decisivo in questa trasformazione.
Le casse previdenziali, i fondi pensione, i fondi sanitari, le fondazioni di origine bancaria.
Soggetti differenti per natura giuridica, funzioni e responsabilità, ma accomunati da una caratteristica fondamentale: custodiscono interessi che superano l’orizzonte immediato dei singoli.
Le fondazioni bancarie si nutrono dei territori e contribuiscono a nutrirli.
Le casse previdenziali trasformano contributi presenti in protezione futura.
I fondi pensione amministrano risparmio destinato a garantire autonomia economica negli anni che verranno.
Potrebbero diventare corpi intermedi di secondo livello, capaci di rappresentare istituzionalmente gli interessi collettivi e intergenerazionali del risparmio.
Non strumenti dei partiti. Non articolazioni delle associazioni che ne hanno accompagnato la nascita. Non casse di finanziamento della spesa pubblica.
Ma istituzioni autonome, responsabili verso i propri beneficiari e capaci di concorrere, attraverso investimenti sostenibili e remunerativi, alla prosperità del Paese.
In questo quadro anche Cassa Depositi e Prestiti potrebbe conoscere una nuova evoluzione.
Immagino una sede nella quale, attraverso una riforma appropriata e nel pieno rispetto delle rispettive autonomie, possano incontrarsi il risparmio previdenziale, le fondazioni bancarie e gli investimenti strategici di lungo periodo.
Una convergenza tra sussidiarietà verticale e orizzontale.
Una piattaforma capace di mettere in relazione risparmio e sviluppo, con governance indipendente, rigorosa selezione degli investimenti e piena tutela delle obbligazioni previdenziali.
Non per nazionalizzare il risparmio. Ma per costituzionalizzarne la funzione.
Anche il CNEL potrebbe ritrovare in questa prospettiva una nuova centralità, come sede istituzionale della rappresentanza economica e sociale organizzata.
Perché la democrazia non può vivere soltanto nel giorno delle elezioni e la cittadinanza economica non può esaurirsi nel giorno dell’assemblea degli azionisti.
Non amministriamo soltanto capitali. Amministriamo futuro.
Gli enti previdenziali hanno una responsabilità particolare.
Non amministrano soltanto patrimoni. Amministrano tempo.
Un investitore può scegliere un orizzonte di pochi mesi. Una cassa previdenziale deve ragionare su decenni, talvolta su generazioni.
Il suo primo dovere rimane quello di garantire equilibrio, rendimento adeguato e sicurezza delle prestazioni.
Ma proprio per questo ha interesse a investire in un’economia capace di esistere anche domani.
Perché non ci saranno pensioni sostenibili in un Paese che progressivamente perde lavoro, produttività, imprese e capacità contributiva.
Non si tratta di utilizzare il risparmio previdenziale per sostenere artificialmente attività improduttive.
Si tratta di creare strumenti attraverso i quali il capitale paziente possa accompagnare infrastrutture, innovazione, filiere industriali, agricoltura, energia e crescita delle imprese.
Investimenti scelti per la loro qualità economica, non per convenienza politica.
Il rendimento finanziario e la prosperità collettiva non sono necessariamente obiettivi contrapposti.
La sfida è costruire le condizioni perché possano convergere.
Ed è qui che la previdenza può superare la sua tradizionale funzione riparatrice.
Non vogliamo essere giudicati soltanto per le pensioni che pagheremo domani, ma anche per i servizi che sapremo garantire ogni giorno.
Perché il welfare non può limitarsi a riparare i danni prodotti dal mercato. Deve contribuire a prevenirli.
La campagna elettorale che manca
E allora torniamo alla campagna elettorale.
Maggioranza e opposizione continueranno probabilmente a sfidarsi sui decimali di crescita, sui saldi di bilancio, sulle previsioni economiche.
È giusto che lo facciano. La stabilità dei conti pubblici e la crescita rimangono condizioni indispensabili.
Ma non possono essere il fine ultimo della politica.
Il problema non è soltanto quanto crescerà il PIL nel prossimo anno.
È quanti giovani potranno costruire una famiglia. Quanti territori conserveranno imprese e servizi. Quanti lavoratori riusciranno ad accumulare una pensione adeguata. Quanto risparmio sarà capace di trasformarsi in investimenti produttivi. Quanta libertà economica riusciremo a trasmettere alla generazione successiva.
La vera alternativa politica non è tra qualche decimale di crescita in più o in meno. È tra una società che consuma il futuro e una che torna a costruirlo.
Per questo servirebbe un patto costituzionale sulla prosperità, capace di sopravvivere all’alternanza dei governi.
Non un’altra cabina di regia. Non l’ennesimo tavolo permanente destinato a produrre documenti.
Ma un progetto istituzionale che riconosca al risparmio, alla previdenza, ai corpi intermedi e alla partecipazione economica un ruolo strutturale nella costruzione del futuro nazionale.
L’agricoltura, ancora una volta, offre la metafora più semplice.
Il contadino sa che non tutto il raccolto può essere consumato. Una parte deve essere conservata per la semina successiva.
E sa anche che non basta custodire il seme: bisogna preservare la fertilità della terra nella quale dovrà germogliare.
Il risparmio è il seme. La previdenza è la sua custodia. L’economia reale è la terra nella quale deve poter germogliare.
Se custodiamo il seme ma lasciamo impoverire la terra, prima o poi non avremo più raccolti.
La politica dovrebbe ripartire da qui.
Non dalla prossima previsione trimestrale. Non dalla prossima agenzia di rating. Non dalla prossima conferenza stampa sui conti pubblici.
Ma da una domanda molto più semplice e molto più impegnativa.
Che cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi?
Perché una generazione non è proprietaria del futuro. Ne è soltanto custode.
Il PIL ci dirà chi ha vinto la battaglia dei numeri. La prosperità ci dirà se abbiamo vinto quella del futuro.
E sarebbe finalmente il caso che la campagna elettorale cominciasse da questa seconda domanda.


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