Il sindaco di Milano: va rafforzata l’inclusione dei ragazzi di origine straniera, bisogna concentrarsi di più anche sulla povertà educativa
Sindaco: Siamo pronti?
«Lo vedremo nella pratica. L’ho detto fin dal primo momento, nello scorso weekend il numero degli agenti in campo non era a mio giudizio sufficiente. Per questo non sono contrario alla presenza di un contingente di militari a Milano. Fondamentale, in questo passaggio, la saggia presa di posizione del Presidente Mattarella che ha permesso di elaborare un dispositivo pienamente democratico, con le forze dell’ordine che rimangono al centro delle operazioni di controllo, per garantire la sicurezza del territorio. In questo specifico momento ne abbiamo bisogno».
I militari nelle strade non fanno una bella impressione.
«Non si può fare diversamente. Bisogna rispondere ai cittadini, ed è un bisogno assolutamente normale. Possiamo discutere se i militari siano la risposta più adatta, ma io sono un pragmatico e dico: “c’è un’alternativa?” Se c’è, ne parliamo. Ma se questa è l’unica alternativa che mi prospettano, come faccio a dire “no, non va bene”? È chiaro che è una misura davvero temporanea: tra l’altro mi risulta che il decreto parli di tre mesi. Ma è anche vero che o il problema lo risolvi subito o non lo risolvi».
Chi ci sarà in piazza?
«La protesta è stratificata. In questi giorni ho sentito parlare con toni allarmati di “proteste degli studenti”. Le proteste degli studenti ci sono sempre state, magari con toni accesi, ma senza violenza. Non perdiamo la capacità di distinguere, per favore».
Milano città internazionale, con problemi internazionali.
«Milano, con le sue vetrine sfavillanti è una calamita, tanto è vero che tra i ragazzi che sono stati fermati nel weekend solo il 20% sono di Milano. Ma non credo che una città meno sfavillante, più cupa, sia l’alternativa».
È una guerra ai ricchi?
«I fenomeni di rivolta giovanile, politica o impolitica che sia, si realizzano in società ricche. La forbice socioeconomica va allargandosi e non solo: l’ascensore sociale si è bloccato. Non è questione semplicemente di banlieu, qui, ma di interiorizzazione del ghetto. Le periferie sono più virtuali che fisiche. Ragazzi che ritengono che il patto sociale si sia rotto e si rifugiano in un altro mondo».
APPROFONDISCI CON IL PODCAST
Sempre più chiusi nel loro mondo digitale.
«E qui veniamo al secondo problema. I social media stanno rovinando una generazione. Quattro ipermiliardari americani che si danno dell’oligarca l’un l’altro si stanno arricchendo in modo scandaloso e la nostra società raccoglie le macerie della loro distruzione. Sono stato sommerso da telefonate di amici con figli giovani che non volevano, per paura, uscire di casa. E, come me, tutti i sindaci delle città italiane. Non è pensabile che Zuckerberg e soci non rispondano di nulla. Ma è quello che vogliono: non rispondere di nulla».
Ma una grande città come Milano cosa può fare? Si è sempre fatta vanto di una forte rete del Terzo Settore.
«Lavorare sugli spazi e sui luoghi di aggregazione giovanile è molto importante. E non solo spazi. Più educatori, negli spazi frequentati dai ragazzi. Un Ufficio Giovani, che organizzi relazioni, forse oggi diventa necessario, come lo fu nel periodo dell’avanzata delle tossicodipendenze. Inoltre, senza retorica, bisogna rafforzare l’inclusione e il senso di appartenenza dei ragazzi di origine straniera. Sa cosa mi chiedono le persone quando le incontro per strada?».
Cosa?
«”Dove sono le famiglie?”. È evidente che se un bambino di 11 anni sta ore in giro lontano dalla famiglia, un problema c’è. Ma non ci sono, qualcuno deve farsene carico, altrimenti il problema ti viene addosso come una valanga».
Torno un attimo sul terzo settore: ci sono centinaia di associazioni, fondazioni, oratori. Possono avere un ruolo?
«Il terzo settore si è molto concentrato — semplifico — sulla povertà economica effettiva: chi non ha da mangiare, chi non ha un letto, chi ha bisogno che gli porti a casa la spesa, eccetera. Bisogna andare sempre più anche verso la povertà educativa: verso chi non va a scuola, chi rifiuta un certo tipo di modelli. È molto più difficile».
E la politica nazionale dà una mano?
«Bazzico la politica romana da almeno 15 anni. Ho certamente vissuto momenti di maggior vicinanza ai sindaci da parte di chi governa. Non mi sembra di dire una cosa nuova: a quattro anni dal suo insediamento, non ho mai avuto un confronto approfondito con questo governo. E l’ho chiesto più volte, questo credo sia chiaro a tutti. Ho visto che in Francia i sindaci delle città con manifestazioni violente come Parigi, Marsiglia e Lione sono stati ricevuti dal primo ministro francese. Evidentemente noi sindaci italiani siamo meno stimati».
È solo una questione di soldi — di risorse tagliate — o c’è qualcosa di più?
«È certamente una questione di soldi, altrimenti rischiamo di fare solo chiacchiere. Servono investimenti. Ma se il governo non volesse dare più risorse direttamente alle città, perché non lancia almeno un piano nazionale per l’adolescenza, che venga costruito insieme alle città?».
Lei ne farebbe parte?
«Se ci dividiamo tra destra e sinistra, governo e città, centri e periferie, non ne usciamo più: impatterà talmente su tutti che serve uno sforzo di buona volontà».
Ma la politica è ancora in grado di dare risposte?
«Deve essere in grado. E se non lo fosse, chi lo sarebbe?».
Che ripercussioni avrà questa vicenda sulla campagna elettorale imminente?
«Dipende da ciò che succederà nelle prossime settimane. Però una cosa la voglio dire. Se la sinistra nei convegni afferma che il tema sicurezza non va lasciato alla destra e poi non ha il coraggio di affrontare le situazioni di insicurezza, commette un errore. Un errore che può avere conseguenze al momento del voto».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link





