La protesta degli agricoltori pugliesi continua ed andrà avanti ad oltranza fino a quando non arriveranno risposte adeguate alla situazione di crisi contingente. In provincia di Bari, alla periferia di Corato, camion, trattori e altri mezzi agricoli sono fermi da giorni a ridosso della provinciale 231, dove comunque il traffico continua a defluire senza intoppi, per chiedere attenzione alle istituzioni locali e, soprattutto, nazionali sulla crisi epocale che sta attraversando il mondo rurale nella nostra regione, ma – come è ormai noto – anche in altre realtà del Sud fuori della Puglia, e che rischia di mettere letteralmente in ginocchio un intero importante comparto economico del nostro Paese, qual è – per l’appunto – l’agricoltura. “La nostra è resistenza, possiamo perdere giornate di lavoro ma non la dignità!” – ha esclamato Antonio Mastrodonato, portavoce di chi da giorni manifesta alla periferia di Corato e che poi ha aggiunto: “C’è una delegazione di agricoltori pugliesi a Roma e grazie a loro siamo riusciti a ottenere un incontro con il sottosegretario (ndr – all’Agricoltura) Patrizio Giacomo La Pietra e il ministro Francesco Lollobrigida, dai quali speriamo di avere risposte non dico subito, ma almeno che facciano qualcosa nell’immediato per questo nostro settore”. “Noi nel frattempo – ha proseguito il giovane agricoltore del nord barese – continuiamo con questa resistenza e nei prossimi giorni ci saranno ancora manifestazioni”, precisando che prenderanno parte anche alla festa agricola che si terrà tra alcuni giorni a Corato, per esporre tutte le problematiche del settore in modo da coinvolgere il più possibile la cittadinanza”. I manifestanti di Corato, come quelli di tante altre località della Puglia, della Basilicata, della Campania, della Calabria, del Molise e della Sicilia non espongono bandiere di alcuna associazione sindacale di categoria, poiché la protesta è trasversale alle sigle sindacale e, soprattutto, queste ultime evidentemente non riescono più ad avere il controllo dei propri iscritti, che scendono da diversi giorni ormai a manifestare per strada e nelle piazze in maniera spontanea e senza alcun programma organizzativo predefinito. Come è avvenuto martedì scorso anche a Bitonto, altra – come è noto – grossa realtà agricola e, in particolare, olivicola della Puglia. In tale contesto di proteste soprattutto spontanee, verosimilmente consapevole del rischio a cui potrebbero andare incontro le tradizionali sigle associative di categoria, la Cia-Agricoltori Puglia ieri ha portato a Roma, in piazza Montecitorio, davanti all’ingresso principale della Camera dei Deputati, alcune migliaia di iscritti pugliesi tra olivicoltori, cerealicoltori, agricoltori dei settori vitivinicolo, ortofrutticolo, zootecnico, agrituristico e financo e florovivaisti, apicoltori della nostra regione, per chiedere una forte inversione di tendenza al Governo centrale e all’Unione europea per il comparto agricolo nazionale. Infatti, lo slogan più emblematico scandito ieri dai manifestanti di Cia-Puglia sotto il Palazzo di Montecitorio è stato: “Tutto il mondo dell’agricoltura è in crisi, serve un cambiamento deciso e immediato nelle politiche a tutela della più grande industria a cielo aperto della Puglia”. La situazione più clamorosa e attuale – si legge nella nota che tale associazione ha diramato – è quella inerente al settore olivicolo oleario pugliese, dove 16mila aziende, 720 frantoi ed oltre 30mila posti di lavoro, considerando l’indotto, sono attualmente a rischio. L’invasione di olio dall’estero, soprattutto dalla Tunisia, – ha rilevato Cia-Puglia – ha fatto sprofondare le quotazioni di mercato dell’olio extravergine d’oliva italiano da 9 a 4 euro. Gli investimenti già operati, in un quadro che ha visto precipitare il valore riconosciuto a olive e olio, hanno già causato enormi perdite a imprese olivicole e frantoi privati e cooperative. Anche per il grano, la frutta, il latte e i prodotti orticoli – ha denunciato inoltre l’associazione di cui fu principale fondatore il compianto Giuseppe Avolio – l’importazione senza controlli dall’estero, soprattutto dai Paesi extra-Ue, contribuisce pesantemente a deprezzare i prodotti italiani e a favorire quanto arriva dall’estero. E, proseguendo, Cia-Puglia ha denunciato anche che il valore economico riconosciuto alle aziende per i loro prodotti ha registrato un’implosione: meno 48% per il grano, meno 20% per le uve da vino; per l’uva da tavola, a seconda delle varietà, alle imprese viene riconosciuto dal 25 al 50% in meno rispetto al 2021. Stesso problema per il grano duro. Frutta, prodotti orticoli, latte, non c’è un prodotto delle diverse filiere produttive pugliesi che non abbia subito una riduzione del prezzo al produttore, mentre negli scaffali c’è stata un’impennata dei prezzi, con la conseguenza che a pagare sono soltanto gli agricoltori e i consumatori, mentre la Gdo (Grande distribuzione organizzata) continua a mietere profitti col segno positivo. Per poi rilevare che rispetto al 2021, prima che divampassero le guerre in Ucraina e quella contro l’Iran, il prezzo del gasolio agricolo è schizzato da 0,48-0,70 euro al litro a 1,70 con un aumento del +143%. Nello stesso periodo, i prezzi di concimi e fertilizzanti, a seconda della tipologia, hanno registrato un incremento che va dal 40 al 100%. Il costo per l’approvvigionamento idrico a uso irriguo in Puglia è tra i più alti d’Italia a causa non solo della siccità, ma soprattutto dell’inadeguatezza delle reti colabrodo, per la carenza di reti infrastrutturali e i ritardi nell’utilizzo delle acque reflue, con una forte dipendenza dalle dighe delle regioni limitrofe. “Siamo dentro una tempesta perfetta, colpiti dagli effetti delle guerre e del cambiamento climatico” – hanno spiegato il presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini, e il presidente pugliese Gennaro Sicolo, che hanno inoltre dichiarato: “Chiediamo di intervenire sulle distorsioni della filiera, monitorando i prezzi e contrastando le pratiche sleali, valorizzando il ‘Made in Italy’ e la filiera corta”. Chiedendo anche di “rifinanziare il credito d’imposta sul gasolio agricolo, fermo a maggio scorso; utilizzare le risorse già stanziate per i fertilizzanti anche per far fronte agli ulteriori rincari produttivi; rifinanziare il programma Agricoltura 4.0” e concludere ribadendo: “Non chiediamo privilegi, ma chiediamo che i conti tornino per chi produce e per chi consuma. Perché difendere l’Agricoltura significa difendere tutti”. Ma anche quest’ultima affermazione, alla luce della situazione attuale del comparto, appare forse solo uno slogan obsoleto ormai, per chi da decenni è professionalmente a difesa del comparto Primario nel nostro Paese.
Giuseppe Palella
Pubblicato il 23 Ottobre 2026
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

