Il Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP) 2026 delinea per l’Italia un quadro di crescita economica moderata, caratterizzato da un’inflazione in aumento nel 2026, dal successivo rientro delle pressioni sui prezzi e da una progressiva riduzione della spesa pubblica al netto degli interessi in rapporto al PIL. Al tempo stesso, il quadro finanziario evidenzia il peso crescente della spesa per interessi e la contrazione della spesa in conto capitale negli ultimi anni dell’orizzonte di previsione.
Questi elementi sono importanti per valutare la capacità della finanza pubblica di sostenere gli investimenti infrastrutturali e le politiche di adattamento climatico, in una fase in cui la conclusione del PNRR rende necessario assicurare continuità al sostegno degli investimenti.
Nello scenario tendenziale del DPFP, il PIL reale italiano è previsto crescere dell’1,0% nel 2026, dello 0,6% nel 2027, dello 0,8% nel 2028 e dello 0,8% nel 2029. Lo scenario programmatico, che incorpora gli effetti attesi della manovra, prevede una crescita dello 0,8% nel 2027, dello 0,9% nel 2028 e dello 0,8% nel 2029.
| Crescita del PIL reale | 2026 | 2027 | 2028 | 2029 |
| Italia, scenario tendenziale | 1,0% | 0,6% | 0,8% | 0,8% |
| Italia, scenario programmatico | — | 0,8% | 0,9% | 0,8% |
Il quadro segnala una crescita contenuta, senza un’accelerazione strutturale significativa nel medio periodo. Per un confronto europeo, le ultime previsioni dell’Ocse del settembre 2026 indicavano per l’area euro una crescita dell’1,0% nel 2026 e dell’1,0% nel 2027, contro rispettivamente lo 0,8% e lo 0,9% per l’Italia. Appare chiaro che l’Italia ha, in confronto ai paesi più dinamici del resto d’Europa, una minore crescita tendenziale.
Il DPFP prevede una crescita dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) pari al 3,0% nel 2026, seguita da un rallentamento al 2,3% nel 2027, all’1,6% nel 2028 e all’1,8% nel 2029.
| Inflazione IPCA | Previsione |
| 2026 | 3,0% |
| 2027 | 2,3% |
| 2028 | 1,6% |
| 2029 | 1,8% |
L’accelerazione dell’inflazione nel 2026 riduce il potere d’acquisto e aumenta i costi di beni, servizi e lavori pubblici. Negli anni successivi il rallentamento dei prezzi dovrebbe attenuare queste pressioni, senza tuttavia riportare indietro il livello generale dei prezzi già raggiunto.
Per la programmazione degli investimenti pubblici questo aspetto è rilevante perché porta il livello generale dei prezzi ad un aumento vicino al 7% nel triennio considerato. Uno stanziamento nominale invariato non garantisce la realizzazione della stessa quantità di opere, soprattutto nei settori delle costruzioni e delle infrastrutture, dove i costi possono risentire anche di dinamiche specifiche dei materiali, dell’energia e della manodopera.
La spesa in conto capitale delle amministrazioni pubbliche comprende gli investimenti fissi lordi, i contributi agli investimenti e le altre uscite in conto capitale. È quindi una grandezza più ampia dei soli investimenti pubblici diretti.
Nel periodo 2026–2029 la spesa in conto capitale diminuisce di circa 15,6 miliardi di euro, pari a quasi il 12% in termini nominali. La sua incidenza sul PIL si riduce di un punto percentuale, dal 5,7% al 4,7%.
| Anno | Spesa in conto capitale (mld €) | % del PIL |
| 2026 | 133,5 | 5,7% |
| 2027 | 127,2 | 5,3% |
| 2028 | 121,1 | 4,9% |
| 2029 | 117,9 | 4,7% |
La dinamica è particolarmente importante perché si colloca nella fase successiva al PNRR. La questione non riguarda soltanto il volume complessivo delle risorse, ma anche la capacità di sostituire gli investimenti temporanei finanziati con fondi europei con programmi nazionali e locali stabili.
La spesa corrente al netto degli interessi aumenta da circa 964,7 miliardi di euro nel 2026 a 1.025,1 miliardi nel 2029. In rapporto al PIL, però, scende dal 41,5% al 40,6%.
Aggiungendo la spesa per interessi si ottiene il quadro complessivo della spesa corrente.
| Anno | Spesa corrente al netto degli interessi (mld €) | Interessi (mld €) | Spesa corrente complessiva (mld €) | Totale corrente in % del PIL |
| 2026 | 964,7 | 96,9 | 1.061,6 | 45,7% |
| 2027 | 989,5 | 103,7 | 1.093,1 | 45,6% |
| 2028 | 1.004,8 | 112,3 | 1.117,1 | 45,5% |
| 2029 | 1.025,1 | 117,2 | 1.142,3 | 45,2% |
Il dato mette in evidenza due fenomeni contemporanei: la spesa corrente primaria aumenta in termini nominali, mentre la sua incidenza sul PIL diminuisce sensibilmente.
Occorre ricordare che le componenti più rilevanti comprendono pensioni e altre prestazioni sociali, redditi da lavoro dipendente e consumi intermedi. Queste voci rispondono a esigenze strutturali e in parte a dinamiche demografiche, contrattuali e inflazionistiche, rendendo difficile, ma non impossibile, una loro riduzione.
La componente che mostra la dinamica più critica è la spesa per interessi sul debito pubblico.
| Anno | Spesa per interessi (mld €) | % del PIL |
| 2026 | 96,9 | 4,2% |
| 2027 | 103,7 | 4,3% |
| 2028 | 112,3 | 4,6% |
| 2029 | 117,2 | 4,6% |
Fra il 2026 e il 2029 la spesa per interessi aumenta di circa 20,3 miliardi di euro, oltre il 20% in termini nominali. Nel 2029 assorbe una quota pari al 4,6% del PIL.
L’incremento riduce lo spazio finanziario disponibile per altre politiche, perché il pagamento degli interessi rappresenta un impegno che non produce direttamente nuovi servizi pubblici o infrastrutture. La dinamica dipende dallo stock di debito, dai tassi di mercato e dal progressivo rinnovo dei titoli in scadenza.
Il quadro del DPFP 2026 mostra una combinazione di crescita economica moderata, inflazione in rientro dopo il 2026, aumento nominale della spesa corrente ma in diminuzione rispetto al pil e crescita marcata degli interessi sul debito. Parallelamente, la spesa in conto capitale è prevista in diminuzione sia in valore assoluto sia in rapporto al PIL.
Il nodo della programmazione finanziaria è quindi la composizione della spesa pubblica. Il dato più rilevante del DPFP resta ancora infatti il debito pubblico, che il Governo prevede al 138,1% del PIL nel 2026, con una riduzione graduale, del tutto limitata, fino al 136,3% nel 2029.
La manovra vera e propria, che come è noto è l’insieme delle decisioni con cui il Governo modifica entrate e spese pubbliche per realizzare i propri obiettivi economici e sociali e che si traduce principalmente nella legge di bilancio e nei provvedimenti collegati arriverà nei prossimi mesi.
Il DPFP anticipa invece la composizione della manovra, che al 16 ottobre è ancora in fase di definizione e dovrà completare l’iter parlamentare. Per ora la manovra annunciata vale circa 23,5 miliardi di euro per il 2027. Le principali destinazioni indicate nel Documento programmatico di bilancio sono le seguenti.
| Principali interventi | Importo indicato per il 2027 |
| Famiglie e spesa sociale | 5,0 miliardi € |
| Difesa | 4,5 miliardi € |
| Sanità | 2,4 miliardi € |
| Infrastrutture | 3,1 miliardi € |
| Sostegno alle imprese | 3,3 miliardi € |
| Misure fiscali | 2,16 miliardi € |
Tra gli interventi fiscali discussi figurano l’eventuale estensione della riduzione della seconda aliquota IRPEF, misure di detassazione degli aumenti salariali e agevolazioni per alcune categorie di contribuenti. Le misure definitive e i relativi requisiti devono però essere verificati nel testo legislativo finale.
La manovra non si finanzia soltanto attraverso nuovo deficit. Il Governo prevede di reperire risorse attraverso una combinazione di contributi aggiuntivi, riduzioni di spesa e flessibilità consentita dalle regole europee.
Le coperture della manovra si basano su una combinazione di maggiori entrate e riduzioni di spesa. Un contributo rilevante è richiesto al settore finanziario, in particolare a banche e assicurazioni, per un importo stimato in circa 5 miliardi di euro nel 2027 e quasi 11 miliardi complessivi nel triennio 2027–2029. Tale contributo comprende misure di natura fiscale e altri interventi sul comparto, la cui ripartizione tra gli operatori e le modalità applicative dipendono dalle disposizioni definitive. A queste risorse si aggiungono riduzioni della spesa dei ministeri per oltre 1 miliardo di euro e maggiori entrate attese dal settore dei giochi.
Nel complesso, il Governo intende finanziare gli interventi della manovra attraverso una pluralità di strumenti, cercando di contenere il ricorso a ulteriori forme di indebitamento. Per valutare il peso effettivo di ciascuna copertura sarà tuttavia necessario fare riferimento al testo definitivo della legge di bilancio, distinguendo gli importi annunciati da quelli effettivamente quantificati e confermati.
Un ulteriore elemento riguarda la clausola nazionale di salvaguardia, attraverso la quale il Governo intende finanziare maggiori spese per difesa e sicurezza energetica. Il quadro presentato a inizio ottobre indicava una flessibilità fino a circa 29 miliardi nel biennio 2027–2028, con una distribuzione tra i due ambiti. Non si tratta di un fondo indistinto liberamente utilizzabile: il suo impiego dipende dalle regole europee e dalle interlocuzioni con la Commissione.
Il deficit è previsto al 2,9% del PIL nel 2026. Per il 2027 e il 2028, il Governo programma rispettivamente un disavanzo del 3,4% e del 3,2%, includendo l’effetto della flessibilità richiesta per finanziare maggiori spese per difesa e sicurezza energetica, pari complessivamente a circa lo 0,6% del PIL annuo. Al netto di tale effetto, il deficit sarebbe pari al 2,8% nel 2027 e al 2,6% nel 2028. La flessibilità modifica il margine consentito dalle regole europee, ma non elimina l’onere finanziario delle maggiori spese per i conti pubblici italiani.
Questo spiega la prudenza dichiarata dal ministro Giorgetti. Il Governo cerca di sostenere famiglie, imprese e investimenti senza compromettere la credibilità finanziaria del Paese. Allo stesso tempo, l’aumento della spesa per interessi e il rallentamento della crescita restringono lo spazio per finanziare nuove politiche permanenti. Anche se si tiene conto del fatto che gli accordi con l’Ue previsti nella National Escape Clause (NEC), in italiano clausola di salvaguardia nazionale. prevedono di gestire per il 2028 e poi per il 2029 una flessibilità aggiuntiva di 14 miliardi per il settore Difesa ed Energia.
Alla luce delle condizioni economiche e finanziarie di contesto, la manovra si configura come un intervento relativamente limitato. Si tratta di livelli di intervento piuttosto limitati, che riducono la capacità della manovra di incidere in modo significativo sugli equilibri economici e sociali del Paese. Non emergono, infatti, risorse aggiuntive tali da determinare un cambiamento sostanziale nelle politiche pubbliche. Prevale una distribuzione di interventi che sembra rispondere più all’esigenza di segnalare una presenza politica nei diversi ambiti che alla volontà di modificare gli assetti strutturali dell’economia italiana.
Il secondo elemento di criticità riguarda la crescita della spesa per interessi sul debito pubblico, che nel 2029 supererà i 117 miliardi di euro. È una cifra paragonabile all’intera spesa sanitaria pubblica: risorse che, anziché finanziare servizi, investimenti e bisogni collettivi, vengono assorbite dal costo del debito accumulato. Nello stesso arco temporale, il rapporto tra debito pubblico e PIL si riduce solo marginalmente, attestandosi nel 2029 al 136,6%. Il problema della sostenibilità finanziaria del Paese rimane quindi sostanzialmente irrisolto, proprio mentre il contesto internazionale rende più incerta la gestione degli elevati livelli di indebitamento, esponendo i Paesi più fragili al rischio di condizioni di finanziamento meno favorevoli e di una maggiore pressione sui conti pubblici.
In questo quadro appare sempre più evidente che la gestione del deficit non può essere letta soltanto come una questione di «vincoli europei», ma deve essere affrontata innanzitutto come un problema di buona gestione della finanza pubblica. Le regole europee definiscono il perimetro entro cui si muovono le politiche di bilancio; non sostituiscono, tuttavia, la responsabilità nazionale di scegliere le priorità, valutare la qualità della spesa e utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili. Confondere questi due piani significa sottrarsi al merito delle scelte compiute. Presentare ogni difficoltà come il risultato di un’imposizione esterna, senza interrogarsi sulla composizione della spesa e sulle decisioni di politica economica, appartiene più alla propaganda populista che a un’analisi rigorosa dei conti pubblici.
Un’ultima criticità riguarda la composizione dell’aggiustamento di bilancio. Come già avvenuto durante gli anni dell’austerità, tra il 2008 e il 2018, il contenimento della spesa rischia di gravare soprattutto sulla spesa in conto capitale, mentre la spesa corrente continua complessivamente a crescere, seppure con intensità contenuta. Questa asimmetria non è neutrale: comprimere gli investimenti pubblici significa rinviare la manutenzione e il rinnovo delle infrastrutture, indebolire la capacità del Paese di rispondere alle trasformazioni economiche e climatiche e accumulare fabbisogni che, nel tempo, possono tradursi in costi maggiori. È un errore che non dovrebbe essere ripetuto.
La spesa corrente presenta certamente rigidità e vincoli difficili da superare, ma non è un ambito intoccabile. Una revisione attenta delle sue diverse componenti, accompagnata da obiettivi chiari di efficienza, valutazione dei risultati e riorganizzazione dei servizi, potrebbe consentire di recuperare margini significativi senza compromettere i benefici collettivi. La sfida non consiste semplicemente nel tagliare la spesa, ma nel migliorarne la qualità, distinguendo ciò che è necessario da ciò che può essere riorganizzato, e proteggendo, al tempo stesso, gli investimenti strategici.
In definitiva, una manovra di queste dimensioni, in presenza di un debito ancora molto elevato e di una spesa per interessi in forte crescita, avrebbe richiesto una maggiore capacità di definire priorità strutturali. La sostenibilità dei conti pubblici non si costruisce soltanto rispettando i saldi di bilancio, né attraverso interventi frammentati e di breve periodo, ma orientando la spesa verso la crescita, la qualità dei servizi e la modernizzazione del Paese. È su questo terreno che si misura la solidità di una politica economica. Non soltanto sulla sua compatibilità con i vincoli finanziari, che è una condizione necessaria, , ma sulla sua capacità di ridurre le vulnerabilità e creare valore pubblico nel medio e lungo periodo. E in questa ottica è facile rilevare che gli oltre 400 miliardi spesi dal 2021 al 2026 con i Bonus edilizi e con il PNRR non hanno dato certamente i benefici attesi.
Nella foto il ministro Giancarlo Giorgetti
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