#Finsubito news dalla rete – Virus di 48.500 anni tornano attivi: quali rischi comporta lo scioglimento dei ghiacci


La risposta breve: dobbiamo preoccuparci?

Al momento non esistono prove che i virus antichissimi studiati in Siberia e Tibet abbiano infettato esseri umani o stiano causando una nuova epidemia.

Non ci sono quindi indicazioni sanitarie particolari per la popolazione italiana, né motivi per cambiare le proprie abitudini o temere il contagio attraverso il normale contatto con l’ambiente.

Il rischio non è però nullo in senso assoluto. Il disgelo può riportare in superficie microrganismi e agenti patogeni, soprattutto nelle aree dove aumentano le attività umane. Per questo sono importanti la sorveglianza ambientale, il controllo delle malattie già conosciute e lo studio dei microrganismi conservati nel ghiaccio e nel permafrost.

Che cosa è stato trovato in Siberia

Sotto i ghiacci della Siberia e delle grandi montagne del pianeta esiste un mondo invisibile rimasto isolato per migliaia di anni. Batteri, virus e altri microrganismi sono stati conservati dal freddo, al riparo dalla luce e dai cambiamenti dell’ambiente esterno.

Ora che le temperature aumentano e i ghiacci si ritirano, una parte di questo mondo sta tornando alla luce.

Nel 2023 un gruppo di ricercatori guidato dal virologo Jean-Michel Claverie, dell’Università di Aix-Marseille, ha descritto il recupero di 13 virus da antichi campioni di terreno congelato della Siberia.

Uno dei campioni proveniva da materiale risalente a circa 48.500 anni fa.

In laboratorio, alcune particelle virali risultavano ancora integre e capaci di infettare e moltiplicarsi all’interno di cellule viventi. I test, però, sono stati condotti su amebe, minuscoli organismi unicellulari: non è stato dimostrato che questi virus possano infettare gli esseri umani.

Che cosa dimostra l’esperimento

Il risultato mostra che alcuni virus possono conservare la capacità di infettare uno specifico ospite per decine di migliaia di anni.

Non dimostra, invece, che il disgelo stia per provocare una nuova pandemia.

Perché si verifichi un’epidemia umana servirebbero diversi passaggi: un ospite compatibile, un’infezione effettiva, la capacità di trasmettersi tra persone e una diffusione sostenuta nella popolazione.

L’espressione “virus zombie” è quindi suggestiva, ma scientificamente imprecisa.

Il ruolo del permafrost

Il permafrost è un terreno che rimane congelato per almeno due anni consecutivi. In alcune regioni dell’Artico può conservare materiale biologico antichissimo.

Con l’aumento delle temperature, gli strati di terreno precedentemente congelati possono scongelarsi. Acqua, sostanze organiche e microrganismi entrano così in contatto con l’ambiente attuale.

È importante distinguere tre situazioni:

  • un virus può essere ancora integro e vitale, come quelli riattivati in laboratorio e testati sulle amebe;
  • si possono trovare soltanto tracce di DNA o altre sequenze genetiche, senza sapere se il virus sia completo e infettivo;
  • si può documentare un rischio sanitario concreto, come nel caso del carbonchio.

La presenza di materiale genetico non dimostra quindi che un virus sia vivo. E la vitalità non significa automaticamente capacità di infettare le persone o di trasmettersi tra loro.

Le evidenze dal ghiaccio tibetano

Un’altra scoperta arriva dall’altopiano del Tibet, dove i ricercatori hanno studiato una carota di ghiaccio estratta dal ghiacciaio Guliya.

Nel 2024, sulla rivista Nature Geoscience, un gruppo internazionale coordinato da scienziati dell’Ohio State University ha pubblicato l’identificazione di 1.705 gruppi virali assimilabili a specie, conservati in campioni che raccontano oltre 41.000 anni di storia climatica.

Circa tre quarti non trovavano corrispondenza nei cataloghi virali disponibili.

In questo caso gli scienziati hanno ricostruito sequenze genetiche attraverso tecniche di sequenziamento, senza dimostrare che i virus fossero ancora vitali o capaci di infettare cellule. Molti risultavano associati a batteri e non esistono evidenze che rappresentino un pericolo diretto per le persone.

Lo studio ha mostrato soprattutto che le comunità virali conservate nel ghiaccio cambiavano durante i passaggi tra periodi freddi e caldi.

Il ghiaccio, quindi, non conserva soltanto informazioni sul clima del passato. Custodisce anche tracce degli organismi che popolavano il pianeta migliaia di anni fa.

Un rischio già documentato: il carbonchio

Il caso più significativo riguarda il carbonchio, una malattia infettiva provocata dal batterio Bacillus anthracis, conosciuta anche con il nome di antrace.

Nell’estate del 2016, nella penisola di Yamal, in Siberia, si verificò un’epidemia che provocò la morte di circa 2.350 renne, colpì decine di persone e causò anche una vittima umana.

Quell’anno la regione fu interessata da temperature eccezionalmente elevate. Una delle spiegazioni proposte è che il disgelo abbia favorito l’esposizione di spore del batterio conservate nel terreno.

Le spore sono forme particolarmente resistenti, capaci di sopravvivere per lunghi periodi anche in condizioni ambientali difficili.

Le ricerche successive hanno però evidenziato che l’epidemia non può essere attribuita con certezza soltanto allo scioglimento del permafrost. Hanno probabilmente avuto un ruolo anche la sospensione delle vaccinazioni delle renne, le condizioni climatiche e altri fattori locali.

Il carbonchio rappresenta dunque un rischio conosciuto e documentato, non la prova che antichi virus sconosciuti stiano già provocando malattie negli esseri umani.

Le ipotesi: salto di specie e nuove interazioni

Quando un microrganismo rimasto isolato per migliaia di anni entra in un ambiente diverso, può incontrare specie con le quali non era mai entrato in contatto.

Nella maggior parte dei casi potrebbe non succedere nulla. In altri, almeno teoricamente, potrebbero verificarsi nuove interazioni biologiche.

È il motivo per cui i ricercatori studiano il possibile salto di specie, chiamato spillover: il passaggio di un agente infettivo da un ospite a un altro.

Al momento non esistono prove che i virus antichissimi recuperati dagli studi citati abbiano compiuto questo percorso.

Attività umane e sorveglianza

Un’altra questione riguarda le attività umane nelle regioni artiche.

Miniere, perforazioni, infrastrutture e scavi possono portare in superficie strati di terreno rimasti congelati molto a lungo.

L’aumento della presenza umana in queste aree rende importante conoscere meglio i microrganismi presenti nel suolo e proteggere chi vi lavora.

Gli scienziati stanno studiando anche i geni di resistenza agli antibiotici presenti nei microrganismi antichi.

La resistenza non è nata con l’utilizzo dei farmaci moderni. In natura batteri e altri microrganismi producono sostanze antimicrobiche da milioni di anni, e alcuni hanno sviluppato meccanismi per difendersi.

Il ritrovamento di geni di resistenza nel ghiaccio dimostra quanto sia antica questa capacità biologica. Non significa però che quei geni siano già passati ai batteri responsabili delle infezioni umane.

Le implicazioni climatiche

C’è un effetto dello scioglimento del permafrost che gli scienziati conoscono molto meglio: il rilascio di gas che contribuiscono al riscaldamento globale.

Quando il terreno si scongela, i microrganismi possono decomporre la materia organica rimasta congelata per millenni, liberando anidride carbonica e metano.

Questi gas trattengono calore nell’atmosfera e possono contribuire ad aumentare ulteriormente le temperature.

Si crea così un circolo vizioso: il riscaldamento favorisce il disgelo e il disgelo può alimentare altro riscaldamento.

Il ghiaccio e il permafrost sono quindi importanti non soltanto per ciò che possono conservare, ma anche per il loro ruolo nel sistema climatico.

L’approccio One Health

Il fenomeno viene studiato anche attraverso l’approccio One Health, secondo il quale la salute delle persone, quella degli animali e quella dell’ambiente sono strettamente collegate.

Il disgelo può influenzare contemporaneamente:

  • la stabilità degli ecosistemi;
  • la salute degli animali;
  • l’esposizione delle comunità locali;
  • la diffusione di agenti patogeni già conosciuti;
  • il rilascio di gas serra.

Questa prospettiva aiuta a evitare due errori opposti: sottovalutare i rischi reali oppure trasformare ogni scoperta genetica in una minaccia imminente per l’umanità.

Che cosa significa per noi

Non esiste oggi un’indicazione sanitaria particolare per la popolazione italiana legata ai virus antichi ritrovati nel permafrost.

Non ci sono motivi per cambiare le proprie abitudini o temere il contagio attraverso il normale contatto con l’ambiente.

La priorità è scientifica e riguarda la sorveglianza delle aree più esposte al disgelo, lo studio dei microrganismi che vengono ritrovati e il controllo delle malattie già conosciute negli animali e nelle persone.

La scoperta di virus rimasti conservati per quasi cinquantamila anni ricorda quanto poco conosciamo ancora della vita microscopica presente sulla Terra.

Il cambiamento climatico sta modificando anche ambienti biologici rimasti isolati per millenni. Comprendere ciò che contengono, prima che questi cambiamenti diventino più profondi, è una nuova sfida per la ricerca, la salute pubblica e la tutela degli ecosistemi.

Fonti

Claverie J.-M. e colleghi, An Update on Eukaryotic Viruses Revived from Ancient Permafrost, Viruses, 2023, 15(2), 564. DOI: 10.3390/v15020564.
Zhong Z.-P. e colleghi, Glacier-preserved Tibetan Plateau viral community probably linked to warm–cold climate variations, Nature Geoscience, 2024, 17, 912–919. DOI: 10.1038/s41561-024-01508-z.
Climatic Factors Influencing the Anthrax Outbreak of 2016 in Siberia, Russia, EcoHealth, 2021.
Reindeer Anthrax in the Russian Arctic, 2016: Climatic Determinants of the Outbreak and Vaccination Effectiveness, Frontiers in Veterinary Science, 2021.
Factors Contributing to Anthrax Outbreaks in the Circumpolar North, EcoHealth, 2020.


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