#Finsubito news dalla rete – Michael Spence: “Debiti sovrani e tassi in crescita. Più tasse e tagli per arginare la crisi”


L’economia mondiale naviga a vista in acque mai esplorate. Il premio Nobel per l’Economia 2001 Michael Spence scruta l’orizzonte globale e non intravede rassicurazioni a breve termine. Tra le incertezze di un debito sovrano in perenne ascesa e una frammentazione geopolitica inedita le nazioni occidentali vacillano sotto il peso di vincoli strutturali insostenibili.

«Il vero problema risiede nelle traiettorie fiscali attuali che si scontrano in modo duro con tassi di interesse reali in crescita e comprimono lo spazio di manovra dei governi», dice l’economista che sarà al Festival Internazionale dell’Economia di Torino in settimana.

Siamo bloccati in un mondo segnato da incertezza profonda. Il Fondo monetario internazionale continua a segnalare la gravità del debito globale. Come ci orientiamo in questo caos?

«Il contesto generale rappresenta la base di partenza per capire l’urgenza della situazione. Veniamo da un lungo periodo storico definito da sviluppi quasi in toto negativi sul fronte macroeconomico, a eccezione dell’intelligenza artificiale. Eravamo già su una traiettoria di debito in salita, in particolare di debito sovrano in forte aumento. Questo aspetto appariva già problematico di per sé perché iniziavamo a entrare in una fase diversa rispetto ai quindici anni precedenti. Una fase dominata da tassi di interesse reali in ascesa costante».

Cosa comporta questa combinazione?

«L’unione di un debito sovrano in crescita e tassi reali in rialzo porta a una dolorosa compressione dello spazio fiscale nazionale. Di conseguenza le decisioni da prendere sul piano politico e sociale diventano molto ardue. Scegliere di non prendere queste decisioni, guardando solo agli equilibri di bilancio a breve termine, significa calciare il barattolo lungo la strada sperando in un miracolo. Serve avere una flessibilità integrata nel sistema per poter gestire shock imprevedibili in un mondo frammentato».

A quali shock si riferisce?

«Parliamo di scenari concreti. Le guerre, i picchi nei prezzi dell’energia, le decisioni ostili sui dazi, le tensioni nel Medio Oriente. Sono tutti eventi destabilizzanti fuori dal nostro controllo. In un simile frangente applicare i normali principi di prudenza fiscale risulta improduttivo perché si rischia di aggravare il quadro anziché stabilizzarlo. Il problema di fondo è che le mentalità istituzionali si sono cristallizzate in un decennio in cui i tassi di interesse restavano sotto gli obiettivi e i tassi reali erano pari a zero o negativi. Oggi i vincoli sono tornati reali e tangibili».

La traiettoria attuale è sostenibile nel tempo?

«La traiettoria fiscale negli Stati Uniti risulta del tutto insostenibile e l’unica cosa che ignoriamo è il momento in cui il sistema si romperà. Il rimedio per uscire da questa spirale si annuncia amaro. Se la spesa per la difesa diventa prioritaria e numerose altre urgenze sociali si palesano bisognerà operare tagli dolorosi in altri settori o aumentare le tasse in modo sostanziale. Non esistono vie d’uscita indolori dai venti contrari alla crescita. Cito il declino della produttività e l’invecchiamento demografico che riduce a ritmi costanti la forza lavoro. Solo un balzo enorme della produttività indotto dall’intelligenza artificiale potrebbe invertire la rotta, ma i tempi restano un’incognita».

Guardando all’intelligenza artificiale i valori di Borsa sono esplosi. Si tratta di una bolla destinata a scoppiare a breve?

«Dobbiamo separare in modo netto il boom degli investimenti concreti dalle valutazioni espresse dai mercati azionari. Sul fronte degli investimenti reali assistiamo a un programma di spesa immenso e senza precedenti. Una mole di capitali di gran lunga superiore a quella ideale se ci si basasse sul puro ritorno finanziario immediato. Questo fenomeno si spiega con la struttura degli incentivi in gioco per le grandi aziende. Si tratta di una vera corsa agli armamenti tra le potenze tecnologiche globali».

Come mai nessuno vuole frenare?

«Nessun grande attore vuole arrivare secondo o terzo in questa gara per sviluppare i modelli di frontiera. Fermarsi o rallentare significherebbe subire conseguenze strutturali catastrofiche sul lungo termine, rimanendo tagliati fuori dal futuro. Questo assetto impone agli investimenti di procedere a una velocità molto superiore rispetto all’effettiva adozione e all’utilizzo degli strumenti da parte delle aziende comuni».

E il ritorno economico di queste spese colossali?

«Il tasso di rendimento dipenderà dai ritmi di diffusione nella società. Se i benefici resteranno confinati in pochi settori, come la finanza e il mondo tecnologico stesso, la crescita della produttività non si propagherà per l’intera economia reale. A un certo punto chi fornisce i capitali comincerà a pretendere risultati concreti sui ricavi. Esiste un ecosistema diviso in due parti ben distinte. Da un lato lo sviluppo dei modelli di frontiera dominato da Stati Uniti e Cina. Dall’altro l’adozione e l’utilizzo dei servizi dove si registrano movimenti vitali e interessanti su scala globale».

Qual è il rischio maggiore per i mercati in questo scenario?

«L’incognita primaria riguarda la velocità con cui cresceranno le entrate derivanti dalla vendita dei servizi basati sull’intelligenza artificiale. Il pericolo per il sistema è che l’intero ecosistema sia intriso di un ottimismo esagerato sulle traiettorie di sviluppo e sui ricavi generati nel breve termine. Se questo ottimismo si scontrerà con una realtà di adozione lenta assisteremo a un ripristino brutale delle aspettative con impatti pesanti sui piani di investimento e un calo vistoso sulle valutazioni di Borsa».

Mentre Stati Uniti e Cina si sfidano per il primato, quale spazio rimane per l’Europa priva di grandi operatori di frontiera?

«Nel breve termine l’Europa deve concentrarsi per forza di cose sull’adozione diffusa e capillare di queste tecnologie per aumentare la propria competitività interna. Sarebbe auspicabile possedere aziende nazionali capaci di competere nello sviluppo dei modelli primari su scala globale, ma non le abbiamo. Questo limite impone di massimizzare l’efficienza nell’utilizzo per non restare tagliati fuori dai benefici economici immediati».

Cosa serve in una prospettiva di lungo termine?

«Nel lungo periodo il Vecchio Continente necessita di cambiamenti infrastrutturali ed economici immensi. Pochi giorni fa in India affrontavo lo stesso tema con vari dirigenti. Gli indiani stanno per raggiungere una massa economica sufficiente per affrontare i costi enormi legati alle infrastrutture digitali necessarie per competere. Stati Uniti e Cina vantano già questa formidabile capacità. Se l’Europa vorrà restare protagonista nella partita decisiva del prossimo decennio dovrà organizzarsi su dimensioni molto ampie e risorse condivise».

Risulta necessaria una vera integrazione dei mercati?

«Senza alcun dubbio. Bisogna integrare i mercati dei capitali a tutti i livelli per non disperdere le forze. Le dimensioni aggregate dell’Europa sarebbero sufficienti per finanziare l’innovazione tecnologica autonoma. Esistono rapporti eccellenti a riguardo, come quello redatto da Mario Draghi, capaci di indicare un percorso lucido e pragmatico. La vera incognita risiede nella reale volontà politica e nella forza dei leader europei attuali, molti dei quali appaiono fiaccati da dinamiche elettorali interne per poter spingere riforme di questa immensa portata».

Le banche centrali ricorrono ad alti tassi di interesse per frenare l’economia ma la tecnologia pare immune. Come si conciliano questi due mondi in rotta di collisione?

«Questo rappresenta il grattacapo principale per le autorità monetarie come la Federal Reserve ed è destinato a lasciare cicatrici profonde sul tessuto produttivo. La sensibilità ai tassi di interesse non è mai stata uniforme tra i vari settori, ma in questo preciso momento storico ci troviamo di fronte a un comparto gigantesco che risulta insensibile ai costi di finanziamento».

Perché la tecnologia non risente delle strette monetarie in corso?

«A chi guida la competizione tecnologica non importa se i tassi arrivano al 5% o oltre la soglia del 6%. I programmi di investimento in enormi infrastrutture digitali e centri di calcolo andranno avanti lo stesso a ritmo frenetico perché la posta in palio strategica azzera il peso del costo del denaro odierno».

Quali sono i danni di questa situazione asimmetrica?

«Se una banca centrale alza i tassi per raffreddare la domanda aggregata e controllare l’inflazione residua finisce per demolire i settori più vulnerabili al credito. L’edilizia, il mercato immobiliare e i consumi delle famiglie legati ai mutui subiscono perdite gravose. Nel frattempo il settore tecnologico continua a spingere sull’acceleratore assorbendo risorse vitali. Si innesca così una dinamica punitiva e sbilanciata. Infliggere un dolore marcato a gran parte della popolazione per trovare un punto di equilibrio sui prezzi è una strategia carica di rischi sul fronte politico e sociale».

Un rischio sociale che si riflette nella crisi delle democrazie occidentali colpite da un disincanto elettorale senza precedenti.

«La nostra cultura democratica deve fronteggiare una minaccia esistenziale profonda nata al proprio interno. Assistiamo a un diffuso e radicato rifiuto delle autorità e delle istituzioni preposte alla governance. Il risultato finale in democrazia è che gli elettori ottengono ciò per cui votano nelle urne. Negli Stati Uniti oltre la metà della popolazione si mostra disposta a sostenere leader capaci di aggirare le dinamiche costituzionali ordinarie perché percepisce l’architettura istituzionale come ostile, elitaria o guasta».

Quale origine ha questo grave scollamento tra cittadini e istituzioni?

«Le radici affondano in decenni di politiche economiche disattente verso ampie fasce sociali rimaste molto indietro nella scala del benessere materiale. La perdita di posti di lavoro ben retribuiti e l’assenza di tutele in un mondo globalizzato hanno generato un malessere sfociato in questo rifiuto frontale. Se le istituzioni non tornano a dimostrare una gestione efficace e concreta dei problemi reali il declino subirà una forte accelerazione. Persino governi progressisti come in Canada si scontrano con la dura realtà dei vincoli economici e l’integrazione forzata con i dettami dell’economia americana, riducendo gli spazi di manovra sulle politiche di sostenibilità a lungo termine».

Gli Stati Uniti hanno costruito il loro primato economico sulla ricerca scientifica mondiale. Stiamo assistendo al crollo di questo storico pilastro?

«Il declino nel supporto alla ricerca di base configura una tragedia annunciata per il dinamismo americano. In passato la nostra economia ha dominato il mondo attraendo talenti stranieri e fornendo loro risorse illimitate e libertà di azione. Oggi la tendenza registra un’inversione allarmante».

Cosa sta accadendo alla fuga dei cervelli?

«L’America spinge fior fior di scienziati a tornare nei paesi d’origine. I ricercatori cinesi tornano a casa a causa delle crescenti tensioni geopolitiche e di un clima interno divenuto sospettoso verso le menti straniere. Se tagliamo i finanziamenti alla ricerca pura e respingiamo i migliori ricercatori in circolazione blocchiamo in toto il motore della crescita futura. Per arginare la decrescita demografica della forza lavoro servirebbero programmi di innovazione da decine di miliardi ma l’attuale polarizzazione impedisce accordi politici su progetti condivisi a lungo termine».

Un monito valido anche per le ambizioni del Vecchio Continente?

«L’Europa finanzia la ricerca scientifica in proporzioni enormi ma difetta nelle fasi di applicazione commerciale e nella suddivisione strategica dei fondi. Spesso mancano i criteri di merito per allocare miliardi di dollari in modo funzionale ed efficiente. Senza capitali unificati su vasta scala il talento si disperde o emigra spegnendo sul nascere le speranze di competere alla pari con i due grandi giganti asiatici e nordamericani».


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