Dopo gli accordi del febbraio 2025, il negoziato internazionale verso la COP17 sulla biodiversità è proseguito in incontri preparatori tra Panama, Roma e Nairobi. I finanziamenti crescono, ma gli ultimi dati OCSE mostrano quanto sia ancora difficile raggiungere gli obiettivi fissati per il 2030.
Dopo lo stallo dei negoziati di Cali, i Paesi firmatari della Convenzione sulla Diversità Biologica erano finalmente riusciti a trovare nella COP16bis di Roma, a febbraio 2025, un compromesso sulla mobilitazione delle risorse finanziarie necessarie per attuare il Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel 2022.
Gli obiettivi erano ambiziosi: mobilitare almeno 200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030, provenienti da fonti pubbliche e private, nazionali e internazionali. Di questi, almeno 30 miliardi annui dovrebbero arrivare ai Paesi in via di sviluppo attraverso flussi internazionali, con una tappa intermedia di 20 miliardi già nel 2025.
Il compromesso raggiunto alla COP16bis di Roma nel febbraio 2025 è uno degli aspetti politicamente più importanti del negoziato sulla finanza per la biodiversità. La questione non riguarda soltanto la quantità di finanziamenti da mobilitare, ma anche chi deve gestirli, chi decide come distribuirli e quanto potere devono avere i Paesi beneficiari.
La Decisione 16/34 ha trovato una soluzione temporanea a un disaccordo che contrapponeva soprattutto due impostazioni:
- Diversi Paesi in via di sviluppo chiedevano un nuovo meccanismo finanziario specificamente dedicato alla biodiversità, sotto una governance più direttamente controllata dalle Parti della CBD, con maggiore rappresentanza dei Paesi beneficiari e procedure di accesso più semplici.
- Diversi Paesi sviluppati, tra cui quelli dell’Unione europea, privilegiavano il rafforzamento delle istituzioni già esistenti, soprattutto il GEF e il suo nuovo GBFF, per evitare la proliferazione dei fondi, i costi amministrativi e la frammentazione dei finanziamenti.
Dietro questo confronto si cela una profonda diffidenza reciproca: i Paesi donatori sono riluttanti ad affidare la gestione delle proprie risorse a un nuovo meccanismo nel quale i Paesi in via di sviluppo avrebbero un ruolo predominante, mentre questi ultimi contestano il controllo esercitato dai donatori e la dipendenza da organismi intermediari, come le agenzie accreditate presso il GEF (tra cui agenzie delle Nazioni Unite, banche multilaterali e grandi organizzazioni internazionali) percepiti come strutture che limitano la loro autonomia decisionale, complicano l’accesso ai finanziamenti e assorbono parte delle risorse in costi di gestione.
Invece di scegliere definitivamente una delle due soluzioni, a Roma si è concordato un percorso negoziale che mantiene aperte entrambe le possibilità.
Nel 2025 fu inoltre lanciato il Cali Fund, destinato a raccogliere contributi dalle imprese che utilizzano commercialmente informazioni genetiche digitali, prevedendo che il 50% delle risorse sia destinato alle esigenze delle popolazioni indigene e delle comunità locali.
Dagli accordi politici alle difficoltà di attuazione
Nei mesi successivi, il confronto internazionale è proseguito attraverso una serie di riunioni preparatorie della COP17, che si è aperta lunedì in Armenia, affrontando diverse dimensioni della finanza per la biodiversità. A Panama, nell’ottobre 2025, il dibattito si è concentrato soprattutto sulle modalità per migliorare l’accesso ai finanziamenti da parte delle popolazioni indigene e delle comunità locali, che spesso incontrano difficoltà nel beneficiare direttamente delle risorse internazionali. A Roma, nel febbraio 2026, la sesta riunione del Subsidiary Body on Implementation (SBI-6) ha invece ripreso il negoziato più generale sulla mobilitazione delle risorse e sul meccanismo finanziario della Convenzione, approfondendo anche questioni quali il rapporto tra debito pubblico e finanziamento della biodiversità, le sinergie con la finanza climatica e le salvaguardie ambientali e sociali. Il confronto è poi confluito nei negoziati di Nairobi dell’agosto 2026, dove sono state elaborate le raccomandazioni da sottoporre alla COP17.
Ma il meeting di Nairobi ha soprattutto evidenziato la distanza tra impegni e risultati. Il primo rapporto globale sui progressi nell’attuazione del Quadro di Kunming-Montreal ha segnalato ritardi particolarmente marcati nella mobilitazione finanziaria e nella riforma dei sussidi dannosi per la biodiversità. Il negoziato istituzionale avanza, ma la disponibilità di risorse non cresce ancora alla velocità necessaria.
La prova dei numeri: meno di 100 miliardi contro un obiettivo di 200
A fornire la fotografia più recente è l’OCSE, che il 1° ottobre 2026 ha pubblicato il rapporto An Overview of Global Biodiversity Finance.
Secondo questa analisi, i finanziamenti globali per la biodiversità si collocano tra 74,9 e 92,4 miliardi di dollari annui, sulla base dei dati disponibili per il periodo 2023-2025. La spesa pubblica nazionale rappresenta la componente principale, con 46-63,5 miliardi annui, seguita dalla finanza pubblica internazionale, circa 16,1 miliardi, e dalla finanza privata, circa 12,9 miliardi.
I dati mostrano segnali incoraggianti: nei Paesi per i quali esistono serie storiche comparabili, la spesa pubblica nazionale è aumentata del 16% in termini reali rispetto al periodo 2018-2020, mentre i finanziamenti pubblici internazionali sono cresciuti del 94%.
Tuttavia, i flussi attualmente rilevati rappresentano soltanto il 37-46% dell’obiettivo dei 200 miliardi. Per raggiungerlo entro il 2030, i finanziamenti dovrebbero più che raddoppiare. La stessa OCSE avverte che la rilevazione è incompleta e che le stime non costituiscono un inventario esaustivo di tutti i finanziamenti mondiali. Resta però evidente che la crescita finora documentata non dimostra una traiettoria sufficiente.
E l’obiettivo dei 20 miliardi del 2025?
Il quadro è meno netto per i finanziamenti internazionali. Secondo l’OCSE, nel 2024 i flussi internazionali pubblici e privati destinati alla biodiversità hanno raggiunto 18,9 miliardi di dollari, avvicinandosi alla soglia dei 20 miliardi che era stata fissata per il 2025.
Non è tuttavia possibile dichiarare raggiunto quell’obiettivo. Mancano ancora dati consolidati per il 2025 e, soprattutto, la cifra OCSE comprende un insieme di flussi più ampio di quello specificamente previsto dal Target 19, che riguarda le risorse dirette dai Paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo.
Anche le metodologie contabili incidono sulle valutazioni: attribuire integralmente alla biodiversità un progetto che persegue contemporaneamente obiettivi climatici, agricoli o di sviluppo può sovrastimare il finanziamento effettivo. A questo si aggiunge il rischio del cosiddetto doppio conteggio, ovvero la possibilità di computare lo stesso finanziamento due volte, come, ad esempio, nel caso di un donatore internazionale che mobilita dei fondi (primo conteggio) spesi però da una parte diversa, come un’ONG o un ente governativo (secondo conteggio).
La contraddizione dei fondi pubblici: si spende per tutelare la natura, ma si finanzia la sua distruzione
Il problema assume dimensioni ancora maggiori se si considerano i flussi economici dannosi per la natura. Secondo il rapporto UNEP State of Finance for Nature 2026, nel 2023 circa 7.300 miliardi di dollari sono stati indirizzati verso attività con impatti negativi sugli ecosistemi, contro 220 miliardi investiti in Nature-based Solutions. Sono grandezze costruite con metodologie e parametri differenti da quelli dell’OCSE, ma mostrano uno squilibrio strutturale.
Non basterà dunque aumentare gli stanziamenti per la conservazione. Occorrerà anche riorientare le politiche fiscali, riformare i sussidi dannosi, integrare la biodiversità nei bilanci pubblici e modificare le scelte di investimento delle imprese. È questa la logica che collega il Target 19, dedicato alla mobilitazione finanziaria, al Target 18, che richiede di ridurre gli incentivi dannosi di almeno 500 miliardi di dollari l’anno entro il 2030 – questo secondo target, in particolare, è connesso con l’uscita dai combustibili fossili.
La sfida della COP17
All’avvio della COP17 sulla biodiversità, ospitata dall’Armenia fino al 30 ottobre, il bilancio è quindi contrastante. Gli accordi di Roma hanno restituito impulso alla cooperazione internazionale e i finanziamenti mostrano una crescita reale, ma l’obiettivo intermedio del 2025 resta da verificare e quello dei 200 miliardi annui entro il 2030 appare ancora distante.
La sfida non si gioca solo sulle risorse da mobilitare, ma sulla rapidità nel convertire le scelte economiche: finanziare la biodiversità richiede nuovi investimenti nella conservazione, ma prima di tutto impone di azzerare i sussidi alle attività che la distruggono.
Articolo a cura di Giacomo Cozzolino, volontario di Italian Climate Network e delegato alla COP17 sulla biodiversità a Yerevan.
Immagine di copertina: foto di COP17 Armenia
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