#Finsubito news dalla rete – Notti tropicali, rischio climatico urbano e vulnerabilità sociali. A Padova, il caldo non finisce al tramonto


La regione euro-mediterranea è uno degli hotspot globali del cambiamento climatico, con ondate di calore sempre più frequenti, intense e durature. Nella nuova “normalità climatica” che stiamo vivendo, tali eventi estremi mostrano il volto quotidiano del surriscaldamento globale, con impatti socio-ambientali sul territorio e sulle infrastrutture, in particolare nelle aree urbanizzate. Nelle città questi fenomeni sono amplificati dai suoli impermeabilizzati, dalla scarsità di vegetazione e dalla morfologia urbana, dando origine alle isole di calore urbane. In tale contesto, Padova rappresenta un caso emblematico: oltre il 50% del territorio comunale è costituito da superfici impermeabilizzate, collocando la città al quinto posto in Italia, tra i comuni con più di 100.000 abitanti, per percentuale di suolo consumato.

La ricerca pubblicata su «Urban Climate» con il titolo “Mapping the urban heat island and climate risk in Padua (Italy): Trends in extremes and perspectives for climate justice in adaptation planning” parte dalla lunga serie termometrica padovana, attiva dal 1725, e la integra con il modello microclimatico urbano UrbClim, che ricostruisce la temperatura dell’aria vicino al suolo con una risoluzione di 100 metri. A differenza delle mappe basate sulla temperatura superficiale rilevata dai satelliti, l’analisi considera la temperatura dell’aria a 2 metri, cioè la grandezza più direttamente collegata all’esposizione delle persone. I dati sono stati poi integrati in un Sistema Informativo Geografico, con informazioni demografiche e socioeconomiche e con le osservazioni della rete Meteonetwork, consentendo di costruire le mappe degli estremi di caldo ed un Indice di Rischio Climatico Urbano (UHRI), che mette in relazione pericolosità termica, esposizione della popolazione e vulnerabilità sociale (bambini di età inferiore a 5 anni, anziani di età superiore a 65 anni e residenti stranieri).

Le geografie del caldo estremo: giornate calde e notti tropicali

L’analisi del periodo 2008-2017 rivela una marcata e persistente impronta dell’isola di calore urbana, significativamente più intensa ed estesa nelle ore notturne rispetto a quelle diurne. Se durante il giorno le “giornate calde” (ovvero con temperatura massima pari o superiore a 30 °C) interessano buona parte del territorio comunale, è di notte che il fenomeno assume le dimensioni più critiche. Tra maggio e settembre – allargando quindi di due mesi la canonica stagione estiva – le temperature minime medie superano i 22-23 °C nel centro storico e nella zona industriale, contro i 19-20 °C delle aree rurali e periurbane, delineando un’isola di calore notturna di circa 2-4 °C. Tradotto in numeri, gran parte del territorio comunale ha sperimentato circa 50 giornate calde all’anno, ma il segnale più rilevante per la salute pubblica emerge di notte: oltre metà del territorio comunale ha registrato più di 60 notti tropicali all’anno, con picchi superiori a 80 notti nel centro storico, nel settore sud dell’Arcella e nella Zona Industriale di Padova (ZIP). Questo implica che, per oltre la metà della stagione estiva, la popolazione è esposta ad un caldo notturno persistente, che limita la termoregolazione notturna e aumenta i rischi per la salute. In altre parole, per chi vive nelle aree più esposte, è come se Padova offrisse, ormai ogni estate, due o tre mesi di notti “tropicali” senza bisogno di prendere un aereo per i tropici, ridisegnando la geografia di una nuova normalità climatica urbana.

Effetto dell’uso del suolo: aree verdi, zone cementificate e corpi idrici

L’analisi dell’uso del suolo conferma quanto le caratteristiche della città incidano sui valori termici. Le aree più impermeabilizzate e densamente edificate registrano valori nettamente superiori di caldo estremo: circa 52 giornate calde e 82 notti tropicali all’anno. Al contrario, nei contesti vegetati, permeabili o prossimi ai corsi d’acqua, le notti tropicali scendono a circa 34-46 eventi annui e le giornate calde si attestano intorno a 41 giorni. Verde urbano, suoli permeabili e corpi idrici contribuiscono quindi alla regolazione del microclima attraverso ombreggiamento, evapotraspirazione e raffrescamento locale. Anche le osservazioni Meteonetwork delle estati 2022 e 2024 confermano queste differenze: la stazione del Portello ha registrato rispettivamente 84 e 75 notti tropicali, contro le 27 e 44 misurate a Basso Isonzo. Questi dati confermano il ruolo delle infrastrutture blu e verdi (ad esempio il Parco del Basso Isonzo, il Parco Iris, il Parco Roncajette e la rete dei canali storici) nel mitigare il microclima urbano attraverso ombreggiamento, evapotraspirazione e regolazione termica a scala di quartiere.

Rischio da caldo estremo e giustizia climatica

«Uno dei contributi principali dello studio consiste nell’aver trasformato la mappatura del caldo estremo in un’analisi integrata del rischio climatico, tenendo conto della distribuzione disomogenea dell’esposizione e vulnerabilità e della giustizia climatica – dice Salvatore Pappalardo del dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale dell’Università di Padova-. L’Indice di Rischio Climatico Urbano (UHRI) non considera soltanto dove le temperature sono più elevate, ma anche dove vive la popolazione e dove si concentrano gruppi sociali più vulnerabili, come bambini sotto i cinque anni, anziani e residenti stranieri. Il rischio da caldo estremo, infatti, non coincide necessariamente con la sola intensità dell’isola di calore».

Alcune aree risultano critiche perché presentano un’elevata pericolosità termica, come i settori della Fiera e della Zona Industriale di Padova (ZIP), dove le notti tropicali sono più frequenti e persistenti; altre aree emergono invece come prioritarie per interventi di mitigazione in quanto la “forza del caldo” si sovrappone a un’elevata densità abitativa e a specifiche condizioni di vulnerabilità sociale. È il caso, ad esempio, delle unità urbane dell’Arcella e di San Bellino, dove il rischio associato alle giornate calde risulta particolarmente elevato per la combinazione tra esposizione della popolazione, ridotta disponibilità di aree verdi e presenza di gruppi vulnerabili. Per le notti tropicali, invece, il rischio più alto si estende anche alle unità urbane del centro storico, della stazione ferroviaria, de la Madonna Pellegrina ed in quartieri densamente abitati, dove il mancato raffrescamento notturno può aggravare gli impatti sulla salute, in particolare per le persone più fragili.

Dalla mappa al piano di adattamento climatico inclusivo

«Le cartografie prodotte possono rappresentare strumenti operativi per orientare le decisioni pubbliche, mettendo in evidenza dove l’adattamento climatico dovrebbe diventare prioritario, più mirato e socialmente più giusto. Nelle aree in cui il rischio è legato soprattutto alla pericolosità fisica, come diversi settori del centro, della zona industriale e i settori più densamente costruiti, le priorità riguardano la riduzione dell’accumulo di calore: de-pavimentare in maniera significativa, aumentare le superfici permeabili, usare materiali più riflettenti, ampliare la copertura arborea, creare ombra e rafforzare la continuità delle infrastrutture verdi e blu, dai parchi ai canali urbani – sottolinea Salvatore Pappalardo –. In questi contesti, ridurre le notti tropicali significa soprattutto restituire alla città la capacità di rinfrescarsi dopo il tramonto. Nei quartieri in cui il rischio è invece amplificato dalla densità abitativa e dalla presenza di gruppi socialmente più vulnerabili, le misure fisiche non bastano. Interventi ambientali e urbanistici devono essere accompagnati da politiche di supporto sanitario, sociale e di prossimità: monitoraggio delle persone fragili, informazione mirata, accesso a spazi freschi e servizi pubblici attivi nei giorni più critici».

Da questa prospettiva, una rete capillare e diffusa di rifugi climatici urbani, sia all’aperto che in spazi chiusi, può rappresentare una misura concreta: parchi accessibili, ombreggiati o raffrescati, ma anche scuole, biblioteche, centri civici, musei da attivare durante le fasi di caldo estremo. Esperienze già avviate in città come Barcellona e Parigi mostrano che l’adattamento non deve essere pensato solo come trasformazione fisica della città, ma anche come infrastruttura di protezione sociale.

«Una pianificazione orientata alla giustizia climatica deve però anche evitare che gli interventi di resilienza climatica per riqualificare il territorio, producano nuovi squilibri e disuguaglianze. Più verde, più ombra e quartieri più vivibili – conclude Massimo De Marchi, Coordinatore del gruppo di ricerca – non dovrebbero tradursi in aumento dei valori immobiliari, allontanamento delle fasce sociali più fragili o, come definito in letteratura, in forme di “gentrificazione climatica”. Le politiche di adattamento dovrebbero essere accompagnate da garanzie sociali, partecipazione pubblica e strumenti di tutela per le comunità residenti».

(La redazione di “Le Scienze” non è responsabile del testo di questo comunicato stampa, che è stato pubblicato integralmente e senza variazioni)


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