Che fine ha fatto l’orologio svizzero? Un Rolex da tavolo, un lingotto d’oro personalizzato e una domanda che, a quasi un anno di distanza, Berna non riesce ancora a togliersi di dosso: quei doni erano davvero destinati agli Stati Uniti oppure proprio a Donald Trump, nel pieno della guerra dei dazi? A provare a chiudere la questione è tornata Helene Budliger Artieda, direttrice della Segreteria di Stato dell’economia elvetica (Seco), in un’intervista a Bloomberg da Nuova Delhi. “Erano un regalo al popolo americano”, ha assicurato, spiegando che i doni sono stati regolarmente registrati alla Casa Bianca e che, se tutto andrà bene, “finiranno in una biblioteca presidenziale”. Quanto all’ipotesi di corruzione, la funzionaria si è detta convinta che gli imprenditori abbiano rispettato la legge. “Il governo svizzero non ha regalato nulla”, ha puntualizzato. Una precisazione che, a giudicare dalle polemiche, non basta ancora a rimettere le lancette a posto.
Per capire come si sia arrivati a questo insolito caso – ribattezzato da molte testate svizzere in lingua tedesca Goldbarren-Diplomatie (‘la diplomazia del lingotto’) – bisogna tornare al 4 novembre 2025, quando sei pezzi grossi dell’economia elvetica si presentarono nello Studio Ovale con un obiettivo ben più concreto che consegnare un presente al presidente americano: sbloccare la vertenza commerciale con Washington.
Erano mesi che Trump tuonava contro Berna. Il 2 aprile aveva annunciato dazi del 31% sulle merci svizzere, salvo poi sospendere alcune delle tariffe più elevate. L’1 agosto, dopo il fallimento dei negoziati, era arrivata la stangata: un’aliquota del 39%, entrata in vigore il 7 agosto, che rischiava di mettere in difficoltà un’economia fortemente orientata all’export, dall’orologeria alla farmaceutica, passando per la chimica.
A far precipitare la situazione era stata la telefonata del 31 luglio tra Trump e la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter. Al centro del confronto c’era il disavanzo commerciale degli Stati Uniti nei confronti della Svizzera, vicino ai 40 miliardi di dollari secondo i calcoli del presidente americano, che lo considerava una perdita per Washington. Trump era arrivato ad accusare Berna di “derubare” gli Stati Uniti. Dopo il colloquio, parlando alla Cnbc, aveva liquidato così la presidente svizzera: “La signora era gentile, ma non voleva ascoltare”. E aveva riferito di aver detto alla stessa Keller-Sutter: “Abbiamo un deficit di 41 miliardi di dollari con voi, signora, e voi volete pagare dazi dell’1%”. La presidente aveva giudicato “assurda” questa lettura, ma sta di fatto che Trump il giorno dopo annunciò i dazi al 39%. Berna si ritrovava così a fare i conti con una tariffa ben più pesante di quella concordata dall’Unione europea.
Quando i sei imprenditori entrarono nello Studio Ovale, il 4 novembre, la disputa commerciale durava ormai da sette mesi e i dazi erano in vigore da quasi tre. A quel punto, a Washington entrava in campo la diplomazia privata: una delegazione senza mandato negoziale ufficiale, ma con argomenti capaci di parlare direttamente agli interessi di Trump. Ne facevano parte Alfred Gantner, cofondatore della società d’investimenti Partners Group, Daniel Jaeggi del colosso del commercio di materie prime Mercuria, il numero uno di Rolex Jean-Frédéric Dufour, Johann Rupert, presidente di Richemont, Diego Aponte di Msc e Marwan Shakarchi della raffineria d’oro Mks Pamp. Il gruppo portava con sé due regali dal valore complessivo di circa 100mila franchi (circa 120mila dollari): un orologio da tavolo Rolex, inciso con il nome di Donald Trump (proprio il suo), la dicitura “President of the United States”, i numeri 45 e 47, in riferimento alle sue due presidenze, e la dedica “With appreciation from Rolex” (“Con riconoscenza da Rolex”), e un lingotto d’oro inciso con gli stessi numeri. Ma i regali erano soltanto il contorno: il piatto forte era un altro. E cioè la prospettiva di investimenti svizzeri negli Stati Uniti per 200 miliardi di dollari nell’arco di cinque anni.
Il 14 novembre, dieci giorni dopo la visita, Berna e Washington annunciavano un’intesa per ridurre i dazi dal 39% al 15%. Una boccata d’ossigeno per gli esportatori elvetici, ottenuta anche grazie agli impegni sugli investimenti negli Stati Uniti e alle concessioni commerciali di Berna. A riconoscere il peso della missione, un paio di settimane dopo, fu la stessa Budliger Artieda, secondo cui gli imprenditori avevano fatto capire a Trump come gli investimenti svizzeri potessero contribuire a ridurre il deficit commerciale americano, un tema per lui particolarmente sensibile: “Sono riusciti a riportarlo con i piedi per terra, come pochi altri avrebbero saputo fare”.
C’era un motivo se la numero uno della Seco difendeva così a spada tratta i campioni nazionali spediti a Washington. A fine novembre, la diplomazia del lingotto era infatti diventata un caso politico e giudiziario. Il 26 novembre due parlamentari dei Verdi, Raphaël Mahaim e Greta Gysin, avevano presentato un esposto al Ministero pubblico della Confederazione perché fosse verificato che non si configurasse un reato di corruzione di pubblici ufficiali stranieri. Alla Procura federale erano inoltre arrivate altre denunce contro ignoti. Al centro delle contestazioni c’erano i regali consegnati a Trump insieme alle promesse di ingenti investimenti negli Stati Uniti e i possibili conflitti d’interesse legati all’iniziativa.
“Questi regali vanno ben oltre quanto è consuetudine a livello internazionale”, aveva osservato Gysin, sollevando anche una questione di reputazione per la Svizzera. La richiesta di chiarimenti, insomma, non riguardava soltanto il valore dei doni, ma anche l’opportunità di offrirli a un presidente impegnato in una trattativa dalle conseguenze economiche enormi e il rischio che un’iniziativa privata potesse essere interpretata come un tentativo di influenzare decisioni politiche.
Le critiche non si sono fermate alla Svizzera. Come riferisce il Guardian, Pasquale Tridico, eurodeputato italiano ed ex presidente dell’Inps, si è detto “disgustato” dall’operazione: “È terribile”, ha commentato. “La politica estera si è trasformata nella politica dei singoli”.
Il caso dell’orologio e del lingotto, dunque, smette di essere soltanto una curiosità. E infatti a maggio di quest’anno, il Corriere del Ticino ha acceso i riflettori sui rapporti di Partners Group con gli Stati Uniti. La società di Gantner si sarebbe impegnata a sostenere circa un quarto dei 200 miliardi di investimenti promessi e, nel frattempo, ha acquisito più di venti centrali a gas americane. Alcune operazioni, per il loro carattere strategico, attendono ancora le autorizzazioni delle autorità statunitensi. Il mercato nordamericano rappresenta circa metà degli investimenti di Partners Group, per oltre 180 miliardi di dollari. La riduzione dei dazi e il via libera agli investimenti americani sono dunque questioni tutt’altro che secondarie per il finanziere.
Gantner ha respinto le accuse: “Non c’è mai stato il minimo conflitto d’interessi”, ha dichiarato, sostenendo che il Consiglio federale era al corrente dei regali e che iniziative di questo tipo sono la prassi. Queste spiegazioni, tuttavia, non hanno spento le polemiche. La Seco ha confermato di essere stata informata in anticipo, precisando però di aver lasciato agli imprenditori la scelta e l’acquisto dei doni. Quanto ai documenti relativi all’incontro, la Segreteria non li ha resi pubblici, neppure dopo una richiesta di accesso presentata in base alla legge sulla trasparenza.
E poi c’è Rolex, naturalmente. Il ceo Jean-Frédéric Dufour aveva già incontrato Trump nel settembre 2025, quando lo aveva invitato nella tribuna vip del marchio alla finale degli Us Open, a New York. Un’occasione per avvicinare il presidente. Del resto, quando pochi giorni prima dell’annuncio dell’intesa un giornalista gli aveva chiesto dei negoziati con la Svizzera, Trump aveva risposto: “Vuole senza dubbio comprarsi un bell’orologio, un Rolex. Facciamo un po’ di pubblicità a Rolex, sono stati molto gentili”. Una battuta rivolta al giornalista, ma che riportava l’attenzione anche sul marchio ginevrino, il cui Ad sedeva di fronte al presidente nella foto dell’incontro alla Casa Bianca.
Tornando al presente, Berna ha ribadito la sua: la versione ufficiale è che i regali fossero destinati a tutto il popolo americano, non a Trump in particolare. Secondo una fonte vicina alla delegazione svizzera citata dal Guardian, l’orologio e il lingotto erano stati consegnati alla biblioteca presidenziale per conto del gruppo nel rispetto delle leggi statunitensi e svizzere, dopo aver ricevuto il via libera del consulente etico della Casa Bianca. La stessa Casa Bianca, dal canto suo, ha negato qualsiasi legame tra i doni e l’accordo sui dazi. “L’unico interesse particolare che guida le decisioni del presidente Trump è il miglior interesse del popolo americano”, ha dichiarato un portavoce, attribuendo l’intesa alla promessa svizzera di investire 200 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Quanto alla sorte degli oggetti, un funzionario ha spiegato che i doni ricevuti dalla Casa Bianca confluiscono negli Archivi nazionali, ma possono essere esposti nella biblioteca o nel museo presidenziale. I presidenti possono anche decidere di conservarli personalmente o acquistarli, pagando le eventuali imposte.
Una spiegazione che, però, non sembra destinata a fermare il polverone. La Commissione di gestione del Consiglio nazionale ha annunciato che esaminerà l’operato delle autorità federali nella vicenda dei dazi, e il rapporto dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno. Budliger Artieda, la quale nel frattempo ha annunciato le dimissioni a fine marzo del 2027, assicura che Washington ha rispettato l’intesa e che Berna punta soprattutto “a calmare le acque” nei rapporti con gli Stati Uniti. Anche perché i negoziati per trasformare l’intesa in un accordo giuridicamente vincolante sono ancora in corso. Nel frattempo, chissà che fine ha fatto l’orologio.
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