#Finsubito news dalla rete – Donne (giovani) senza risparmi personali o con fondi gestiti dal partner: i numeri e le cause della dipendenza economica in Italia


di
Fabio Savelli

Salari bassi e carichi familiari sbilanciati alimentano la dipendenza economica delle donne. Il sondaggio mUp Research-Norstat per Facile.it: 102 mila donne non lavorano «per il veto del partner»

Prima ancora di diventare un divieto, la dipendenza economica può assumere la forma di un’abitudine. Lui porta a casa lo stipendio, lei si occupa dei figli, degli anziani, delle faccende domestiche. Una divisione che può nascere da un accordo, ma nel tempo rischia di trasformarsi in una distribuzione diseguale del potere. Perché chi non ha un reddito proprio, risparmi accessibili e una prospettiva professionale deve fare i conti con una domanda concreta: come mantenermi se questa relazione finisce? È qui che un modello familiare ancora radicato incontra il tema della libertà femminile.

L’indagine

Un’indagine di mUp Research-Norstat per Facile.it mette a fuoco le manifestazioni più esplicite di questo squilibrio. Il sondaggio, condotto online dal 21 al 28 settembre 2026 su un campione di 2.000 donne tra i 25 e i 65 anni, rappresentativo della popolazione femminile italiana di quella fascia d’età, stima in 128 mila le donne coinvolte nelle due condizioni evidenziate dal comunicato: 26 mila affidano al partner la gestione dei propri fondi e 102 mila non hanno reddito o risparmi personali «perché il compagno non vuole che lavorino». 
Sono stime ricavate dalle risposte, non casi censiti, e non misurano l’intera platea della dipendenza economica.





















































La geografia

La geografia del sondaggio suggerisce dove alcune forme di controllo siano più frequenti. La gestione dei fondi personali affidata al partner emerge soprattutto nel Sud e nelle Isole, nei comuni sotto i 30 mila abitanti e tra le donne di 25-34 anni. Il mancato accesso al lavoro per opposizione del compagno presenta invece nel Centro-Sud un’incidenza più che doppia rispetto al Nord. Il dato non dimostra da solo una causa culturale. Indica però un terreno sul quale aspettative tradizionali, opportunità occupazionali insufficienti e organizzazione della cura possono rafforzarsi a vicenda.

La questione meridionale

Nel Mezzogiorno, Sud e Isole, il peso dei ruoli familiari va letto insieme alle condizioni materiali che possono renderli difficili da modificare. Quando l’alternativa è un impiego precario, con una paga modesta e orari poco compatibili con i figli, la rinuncia può apparire economicamente ragionevole. Se il compenso viene assorbito da trasporti, asilo o assistenza, lavorare sembra non convenire. Ma questo calcolo considera  il reddito femminile come quello destinato a coprire la cura, come se conciliare famiglia e occupazione fosse un problema soltanto della donna. Restano fuori dal conto i contributi, l’esperienza, le possibilità di carriera e l’autonomia futura.

L’impatto nel nord-est

Il problema riguarda anche territori con un tessuto produttivo più forte, come il Nord Est. La disponibilità di lavoro non basta, da sola, a superare una concezione patriarcale della famiglia: dove sopravvive l’idea dell’uomo responsabile del reddito e della donna responsabile della casa, lei può delegare al compagno la dimensione economica e concentrare su di sé quella domestica. Il sondaggio non offre dati specifici sul Nord Est: il modello tradizionale è una chiave di lettura, che non descrive tutte le famiglie. Aiuta però a capire perché il benessere del nucleo non garantisca automaticamente l’indipendenza di ciascuno dei suoi componenti.

Il contesto nazionale

Il contesto nazionale conferma quanto sia resistente questa divisione. Secondo l’Istat, nel 2023, anche nelle coppie in cui entrambi i partner sono occupati, le donne svolgono il 68,9% del lavoro familiare. Tra gli occupati in coppia di 25-64 anni dedicano alla casa e alla cura due ore e 22 minuti al giorno più degli uomini, con uno squilibrio particolarmente elevato in presenza di figli e nel Mezzogiorno. Avere un impiego, dunque, non elimina il secondo carico di lavoro. Ridurre gli orari o abbandonare l’occupazione può diventare la risposta a un’organizzazione familiare che continua a considerare il tempo femminile più disponibile. 

Lo squilibrio di potere

La dipendenza economica non coincide automaticamente con la violenza: conta se un accordo è libero, trasparente e modificabile. Il confine cambia quando il denaro diventa un mezzo di controllo. Il sondaggio stima in 498 mila le donne con redditi o risparmi personali che devono giustificare spesso o sempre al partner le proprie spese. Tra quelle prive di risorse proprie, 104 mila dichiarano di non poter effettuare alcuna spesa senza il suo consenso; 166 mila donne non conoscono lo stipendio del compagno perché lui non vuole comunicarlo. Sono indicatori diversi, riferiti anche a gruppi differenti, che non vanno sommati come se riguardassero persone sempre distinte.

Le relazioni infelici

La conseguenza può essere restare in una relazione infelice o dannosa perché uscirne appare materialmente impossibile. Non è una carenza di giudizio: è una scelta condizionata dal costo di una casa, dalle necessità dei figli, dall’assenza di risparmi e dalla difficoltà di rientrare nel lavoro. Salari dignitosi, servizi di cura e responsabilità domestiche condivise diventano così strumenti di libertà personale. Disporre di risorse proprie significa poter decidere della propria vita affettiva senza che il bisogno economico decida al proprio posto.

18 ottobre 2026 ( modifica il 18 ottobre 2026 | 18:59)


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