Nell’epoca dell’amministrazione Trump, il rapporto tra Russia e Usa ricorda le serie televisive degli anni ’80 e ’90, in cui si descrivevano, nell’arco di decine, se non centinaia, di puntate, i mille colpi di scena delle vicende (amorose e non) delle coppie protagoniste, spesso a geometria variabile, con in sottofondo panorami che andavano da quelli latino-americani a quelli del Texas. Ed in effetti, dopo un alternarsi di emozioni positive e negative, i russi sono tornati a sognare dopo il clamoroso, e bisogna dirlo, inatteso, colpo di scena del 9 ottobre, dato dall’annuncio di Donald Trump dell’accordo sull’acquisto di centinaia di migliaia di tonnellate di gasolio dalla Russia. Tanto più che appena un mese prima era stata approvata dal Congresso la legge “Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026”, che prevede dazi doganali fino al 100% sulle merci provenienti dai principali paesi acquirenti di petrolio e gas naturale russo (e iraniano).
Lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che aveva messo una pietra tombale sulle relazioni russo-americane, che ora, come un novello Lazzaro, ritornano in auge, con l’aura di un vero miracolo.
Certo, dove la Russia possa prendere 300.000 tonnellate di gasolio da fornire subito agli Usa, a cui si dovranno aggiungere altre 500.000 tonnellate da consegnare a novembre, e 1 milione di tonnellate subito dopo, questo non è chiaro, visto che tuttora vi è penuria di carburanti negli undici fusi orari della Federazione russa, come si legge in un articolo di Kommersant del 15 ottobre, in cui si ricorda che la Russia deve importare oltre 600mila tonnellate di benzina ogni mese. Ma questo è un dettaglio che per la stampa russa non vale la pena approfondire, mentre è decisamente più esaltante una campagna stampa che, prendendo spunto da quell’accordo, sprizza ottimismo da tutti i pori, lasciandosi andare anche in profezie decisamente improbabili.
Come al solito, il principale giornale russo, Izvestia, interprete del mood che regna nel Cremlino, ha fatto da apripista nella gara a chi spara la speranza più grossa. Con un articolo del 15 ottobre, Izvestia riporta il pensiero di Alexander Shokhin, presidente dell’Unione russa degli industriali e degli imprenditori (Rspp, ossia la Confindustria russa), che è tale dal 2005, pur non essendo titolare di alcuna azienda, requisito d’altronde sostituito dall’entrata in Russia Unita, il partito di Putin, l’anno prima. Secondo lui “l’accordo russo-americano sulla fornitura di gasolio potrebbe proteggere le petroliere russe dagli attacchi durante il transito nel Mar Nero e nel Mar Baltico”. Insomma, ci si attende che gli Stati Uniti difendano militarmente i convogli navali russi dagli attacchi ucraini, o dai sequestri degli europei, che negli ultimi tempi hanno intercettato non poche navi della flotta ombra russa. Quale sogno potrebbe essere più audace di quello in cui le forze armate americane danno una batosta a quelle ucraine ed europee? Ed in effetti di sogno dovrebbe trattarsi, tanto più che nell’articolo non c’è nessun accenno alle critiche bipartisan dei parlamentari statunitensi sulla mossa di Trump, che in effetti è illegale, alla luce delle disposizioni normative vigenti a Washington.
Ad ogni conto il quotidiano moscovita dà spazio a Shokhin: “L’accordo è sul diesel, certo, ma c’è molto di più. E non si tratta solo, per così dire, di certe conseguenze, di certi effetti a catena. E questi ultimi sono fattori chiave. Nello specifico, ciò significa che le petroliere potranno transitare nel Mar Nero e nel Mar Baltico, e saranno, in un certo senso, protette [dagli Usa, ndr]”. Chissà da quale testo dell’accordo (ammesso che ce ne sia uno) il rappresentante degli industriali russi ha tratto queste convinzioni, ma tant’è, e per rafforzare tale ottimismo Shokhin indica, come prova, la riduzione da parte della società americana SpaceX dei servizi dei terminali di Starlink (o meglio, la sua versione militare Starshield) per le Forze armate ucraine.
Andando oltre, Izvestia fa immaginare che questa decisione trumpiana sia il primo passo verso la normalizzazione delle relazioni bilaterali e la revoca delle sanzioni contro la Russia, che, nonostante i proclami putiniani sulla loro assoluta inefficacia (anzi, di stimolo per la crescita economica russa), costituiscono a prima richiesta del Cremlino, quando si ipotizza l’avvio di un negoziato di pace. Sulla stessa lunghezza d’onda è la Komsomolskaya Pravda, la quale, con un articolo del 14 ottobre di Dmitry Babich e Maria Berk, lascia intravedere grandi speranze che le cose si mettano bene per la Russia, dato che “le informazioni dell’intelligence statunitense sui nostri lanci missilistici smettono di arrivare a Kiev. E per l’esercito ucraino, il funzionamento dei terminali satellitari Starlink rallenta”.
Ma poi? A questa implicita domanda che sorge leggendo il quotidiano russo, si risponde riportando le opinioni di esperti russi di geopolitica. Per esempio, Yevgeny Semibratov, vicedirettore dell’Istituto di studi strategici e previsioni dell’Università Rudn, la mette così: “Se gli americani hanno effettivamente avviato un blocco totale delle comunicazioni per le forze armate ucraine, assisteremo presto a un’avanzata ancora più rapida da parte delle forze armate russe… e se nelle prossime settimane il prezzo di un gallone di gasolio negli Stati Uniti dovesse calare, e ciò avesse un impatto sugli elettori, il sostegno a Kiev passerebbe in secondo piano”. Indubbiamente ci sono diversi “se” nell’analisi, ma nello sforzo di elargire speranze gli dà manforte Gevorg Mirzayan, esperto di vicende americane, che richiama il sogno proibito dei putiniani: “Trump non cederà alle pressioni dell’Europa, dato che l’Unione Europea è diventata il suo avversario… [poiché] crede che l’Europa lo abbia tradito nella vicenda iraniana, e le dichiarazioni dei leader dell’Ue in vista delle cruciali elezioni parlamentari di novembre dimostrano il loro pieno appoggio al Partito Democratico, ostile a Trump”. La conclusione di queste premesse è che “mi aspetto uno sviluppo degli eventi molto più favorevole per noi rispetto a quello che abbiamo visto dopo Anchorage”.
Continuando a scorrere i siti della stampa russa, ci si imbatte nel Moskovsky Komsomolez, in cui si attribuisce ad una parlamentare ucraina l’auspicio che tutti i russi fanno ogni sera prima di andare a dormire, ossia che l’Ucraina l’indomani si arrenda. Ed infatti, con un articolo di Sergey Koldin del 15 ottobre si apprende che Maryana Bezugla, parlamentare, ed ex vicepresidente della Commissione per la sicurezza nazionale, la difesa e l’intelligence della Verkhovna Rada (il parlamento ucraino), abbia dichiarato quanto segue: “Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump intende costringere l’Ucraina alla capitolazione entro i prossimi 20 giorni”. Ovviamente il quotidiano si pone le domande che qualsiasi giornalista si dovrebbe porre, ossia: “Su cosa si basa questa opinione soggettiva di un membro del parlamento ucraino? Esiste un fondamento per essa?”. Dopo aver richiamato una biografia fantasiosa di questa politica ucraina, attribuendole, per esempio, la proposta di far giustiziare senza processo i soldati che si rifiutano di obbedire agli ordini del comandante (cosa che avviene effettivamente in Russia, come documentato da alcuni canali di Telegram dedicati alle esperienze dei militari russi, ndr), e aver sottolineato che è passata all’opposizione a Zelensky, si accenna solo alla circostanza che, secondo tale esponente della politica ucraina, Trump, nella speranza di vantare presso il proprio elettorato successi in campo internazionale, sia disposto a tutto per far concludere la guerra russo-ucraina, poco importando su come questo conflitto sia concluso.
Non solo i contenuti della stampa russa sono speranzosi, ma anche lo stile, ispirato ai canoni dell’esaltazione e della fantasia, rafforza non poco quei contenuti. Un esempio di questo modo di scrivere made in Russia lo fornisce proprio questo giornale Moskovsky Komsomolez, come emerge continuando a leggere l’articolo citato: “Zelensky si lascia andare a invettive contro un accordo favorevole a Trump, lanciando anche attacchi decisamente scortesi alla Casa Bianca. È naturale che il presuntuoso Führer ucraino venga rimesso al suo posto”. Ma è il finale di questo articolo che offre un esempio plastico di come si affronta, appunto stilisticamente, il tema della guerra con l’Ucraina: “Ma non sarà lui [Trump, ndr] a costringere l’Ucraina alla capitolazione, bensì le nostre Forze Armate. Lo faranno intensificando gli attacchi massicci contro l’intera infrastruttura critica del nemico. La cosa più importante è non dare mai tregua al nemico. Attaccare continuamente, sistematicamente e senza pietà finché l’illusione della vittoria non abbandonerà anche i più irriducibili e ottusi [degli ucraini, ndr]. Solo così vinceremo!”.
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